Moline, Illinois. Dicembre 1989.

Siamo all’esterno della Wharton Field House, a 700 metri di altitudine, nel freddo gelido del midwest americano.

La neve cade fitta e a grandi fiocchi.

Un uomo indossa un lungo cappotto grigio, e ha appoggiata sulle spalle una pelliccia di coyote.

Ha 37 anni, frequenta un centro di recupero per cocainomani, e gioca per i Quad City Thunder, squadra che milita nella CBA, la “Continental Basketball Association”, serbatoio principale per diverse panchine NBA, e che un tempo vide trionfare i Patroons di Albany guidati da coach Phil Jackson.

Ha lo sguardo fisso, perso nel vuoto, e dai suoi occhi trapela una lieve malinconia, mentre rovista tra i ricordi di un passato che sa che non potrà tornare: “I’m not the same guy I was 10 years ago, and I’d be a fool if I thought I was”. “But the game is still about entertainment, and I can still do that.”

E’ cosciente di non essere più il giocatore di una volta, ma è allo stesso tempo consapevole che la fiamma che bruciava dentro di lui quando calcava il parquet, non si è ancora spenta.

Perché dieci anni fa teneva l’NBA nelle sue grandi mani, si accingeva a vincere il suo secondo scoring title, ed era conosciuto da tutti come “Iceman”.

Iceman, al secolo George Gervin, nasce a Detroit, Michigan, il 27 aprile del 1952. Terzo di 6 fratelli, cresce in povertà, nei classici projects americani della Motor City.

E’ ancora bambino quando il padre lascia la famiglia, costringendo la madre a lavorare giorno e notte per mantenere i figli.

Si avvicina per la prima volta alla palla a spicchi a casa di suo cugino Francis, giocando one on one contro un ragazzo di tre anni più grande, Ralph Simpson, che diventerà poi la star degli Spartans di Michigan State e dei Denver Nuggets nell’ABA.

Crescendo senza una figura paterna, in uno dei quartieri più poveri della malfamata Detroit anni ’60, puoi perderti facilmente se non hai una guida. La trova in Willie Meriweather, assistant coach alla Martin Luther King High School.

Il loro rapporto comincia quando George, al secondo anno, viene provinato per la squadra di pallacanestro della scuola, e l’head coach è categorico: “cut him!”.

Ma Meriweather vede qualcosa in lui, che nonostante la sua altezza (1.73m), lo porta a convincere l’allenatore ad unirlo alla squadra come “extra player”.

“He was my teacher, he was basically like a father to me”, dirà poi in seguito.

Nel frattempo, conosce un’altra figura importante della sua adolescenza, il bidello della scuola, tale Mr. Winter. Mr. Winter lascia aperta di notte la palestra della scuola, per permettere al giovane George di allenarsi da solo, a condizione di pulire il parquet prima di andar via.

Tutto ciò lo allontana dal crimine e dalla vita da ghetto, alla quale si avvicinano tanti suoi coetanei. La pallacanestro gli concede una via di fuga.

Nel frattempo, sebbene migliori a vista d’occhio sul rettangolo di gioco, non può dirsi lo stesso per il suo andamento scolastico, e al terzo anno i voti bassi gli costano l’esclusione dalla squadra per mezza stagione.

Meriweather quindi lo esorta a recuperare durante l’estate, e all’ultimo anno il giovane Gervin migliora sia a scuola, sia (complice la crescita che lo porta ad 1.93m) con la palla in mano.

Ne mette 31 a sera conditi da 20 rimbalzi (giocando da ala piccola), e guida il team fino ai quarti di finale statali.

Si diploma nel 1970, e diverse università se lo contendono. Lui sceglie di andare a Long Beach State e giocare per coach Jerry Tarkanian, uno dei primi a far partire in quintetto quattro atleti di colore. Ma il suo ambientamento nel sud della California non va come previsto, e decide di tornare in Michigan prima del termine del primo semestre.

George Gervin (Eastern Michigan)Va all’Eastern Michigan University, dove viaggia a 30 punti e 15 rimbalzi di media, tirando con il 60% dal campo.

E’ dominante.

Poi, una sera, accade qualcosa che potrebbe compromettere per sempre la sua carriera cestistica. Durante una partita di Division II contro i Maroons di Roanoke, Gervin picchia un avversario.

Le conseguenze sono disastrose: viene espulso dalla squadra e sospeso per la stagione successiva. E’ abbattuto, sconfortato, ma non può stare fermo una stagione intera, vuole giocare.

Lascia così il college, e va a giocare per 500 dollari al mese con i Pontiac Chaparalls della Eastern Basketball Association, una delle leghe minori di maggior successo.

Lui non lo sa ancora, ma di lì a poco la sua vita cambierà radicalmente.

E’ una sera di febbraio, partita di midseason, sugli spalti c’è Johnny “Red” Kerr, passato da coach NBA e ora scout per i Virginia Squires dell’ABA, l’”American Basketball Association”.
Kerr resta incantato dal gioco di questo smilzo tutto gambe e braccia, che intanto ha terminato la partita siglandone 50 a referto. Non può lasciarselo scappare, e il mattino seguente gli fa firmare un contratto da 40.000 dollari l’anno.

squires2Così nel 1972, a soli 19 anni, George Gervin debutta tra i professionisti, indosserà la maglia dei Virginia Squires.

L’ABA è all’epoca la seconda lega in termini di successo e fan base dell’America settentrionale: predica uno stile di gioco più offensivo e “run & gun” rispetto alla cugina NBA, ha introdotto la linea del tiro da 3 punti, e utilizza una palla a strisce rosse bianche e blu, in contrapposizione alla classica arancione. Ma non ha copertura televisiva, è una lega “underground” la cui fama si basa sul passaparola.

La star della federazione gioca proprio con gli Squires, è un ala al secondo anno proveniente dalla University of Massachussets e tutti lo chiamano “Dr. J”, lui è Julius Erving.

Gervin si unisce al team a metà stagione (raggiunge intanto i 2.01 di altezza), e mantiene una media di 14.0 punti per tutto il resto dell’anno, mentre Erving (31.9) vincerà lo scoring title.

Ed è proprio ora che nasce il suo leggendario soprannome, che lo accompagnerà per tutto il resto della sua carriera e oltre.

Al termine di un allenamento, un compagno, tale Roland “Fatty” Taylor, notando che nonostante le lunghe ed estenuanti sedute George non sia affatto sudato o affaticato, gli si avvicina, lo guarda ed esclama: “Man it’s incredible, we’ve been workin’ out for like two hours and you never broke a sweat, you’re like ice!”

Da quel giorno sarà per tutti “Iceman”, e il mondo della pallacanestro accoglierà tra le sue braccia uno dei più grandi giocatori della storia del gioco.

L’anno successivo coach Al Bianchi gli concede più spazio: 23 e 8 a sera come secondo terminale offensivo dopo Dr. J.

A fine stagione gli Squires vendono Erving ai New York Nets.

I problemi finanziari della franchigia sono noti, il proprietario Earl Foreman, per cercare di appianare i debiti ha già venduto in passato tutte le stelle passate da lì: Rick Barry, Sen Nater e Bob McAdoo.

La partenza del “Doc”però, dà la possibilità al giovane George di esplodere e consacrarsi a status di superstar. Viene infatti selezionato per partecipare all’All Star Game del ‘74, ma proprio durante l’evento il suo contratto viene venduto per 225mila dollari ai San Antonio Spurs, che si sono da poco trasferiti dalla città di Dallas, dove erano conosciuti come Chaparalls.

Gervin è titubante, non vuole andar via. Ha 21 anni, è il nuovo simbolo della franchigia e i fan stravedono per lui, così come il commissioner Mike Storen.

Storen vuole che il giocatore resti in Virginia e pone il veto al trasferimento. Ma Angelo Drossos, proprietario degli Spurs, ha ormai in mano un contratto firmato da Foreman, quindi decide di portare la questione in tribunale. Vince la causa: George Gervin giocherà per gli Spurs.

Gli Squires invece, non si riprenderanno più, e abbandoneranno l’ABA poco prima della fusione con la NBA.

Arrivato a San Antonio, coach Nissalke lo fa partire subito in quintetto, e lui ripaga con 23.4 punti a partita (quarto marcatore della lega) e trascinando la squadra a 13 vittorie nelle restanti 19 partite, raggiungendo così i playoff.

Li raggiunge anche nei due anni successivi, oltre a rimanere nella top 10 degli scorers ed essere selezionato per i successivi All Star Game, in uno dei quali (1975) farà coppia nella squadra dell’ovest con Ralph Simpson, il suo compagno di partitelle da bambino.

Nel 1976, l’NBA ingloba l’ABA e i suoi quattro team restanti: gli Indiana Pacers, i Denver Nuggets (all’epoca Rockets), i New York Nets e i San Antonio Spurs.

Gli osservatori sono scettici riguardo questo smilzo nativo di Detroit, si aspettano un giocatore nella media.

Li smentirà tutti.

Nella stagione 1977-78, la sua seconda nell’NBA, guida San Antonio alla vittoria della Central Division con un record di 52 vittorie e 20 sconfitte, il terzo migliore della lega.

Il nuovo coach Doug Moe, lo sposta nel ruolo di guardia, e nel frattempo riesce a costruire una squadra vincente con un roster composto perlopiù da giocatori sconosciuti e con soltanto tre scorers in doppia cifra: il granitico centro Billy Paultz (15.8 ppg), l’ala Larry Kenon (20.6), e Gervin (27.2) che vince il suo primo scoring title.

Quell’anno, la corsa al trono di top scorer della lega, vede fino all’ultima giornata un’accesa ed entusiasmante lotta a distanza tra Iceman e David Thompson, guardia dei Denver Nuggets.

Nel season finale del 9 aprile, Thompson ne rifila 73 ai Detroit Pistons, gettando tutta la pressione sull’avversario, che avrebbe bisogno di almeno 58 punti nell’incontro serale contro i New Orleans Jazz.

Gervin dopo aver sbagliato i primi sei tiri dell’incontro, chiede ai compagni di abbandonare il tentativo di rimonta. Ma non lo ascoltano e continuano a passargli la palla. Nel secondo quarto arrivano 33 punti (nuovo record NBA), e a fine serata il box score ne riporta 63.

Batte Thompson e arriva secondo dietro Bill Walton nelle votazioni dell’MVP.

L’ anno seguente conquista ancora lo scoring title (29.6) e arriva nuovamente secondo nella corsa all’MVP, questa volta alle spalle di Moses Malone.

“He’s the only player I’d pay to see” confessa Jerry West. E’ immarcabile.

GeorgeGervinDiviene ancor più famoso grazie al suo “finger roll”, gesto tecnico abbastanza utilizzato all’epoca, ma che lui porta a tutt’altro livello e che padroneggia a tal punto da riuscire a rilasciare la palla dalla linea del tiro libero.

C’è un aneddoto che spiega perfettamente la figura di Iceman.

Una sera gli Spurs giocano ad Indianapolis, e i Pacers hanno una grossa campagna promozionale in corso: se riescono a tenere Gervin sotto i 30 punti, tutti i paganti riceveranno del pollo gratis.

Questa era un residuo delle manovre pubblicitarie della defunta ABA, che le pensava tutte pur di attrarre spettatori, e ora nell’NBA, Indiana continua questo trend.

Il richiamo del “free chicken” fa riempire la Market Square Arena. Coach Bobby Leonard lo fa marcare da Dudley Bradley, conosciuto come “The Secretary of defense”. Ma questo non ferma Iceman.

Sono 25 alla fine del primo tempo. Mentre ritorna negli spogliatoi, ha un messaggio per i fans sugli spalti: “No chicken tonight!” Finirà con 55 punti, record dell’arena.

I tifosi Spurs lo idolatrano, I tifosi NBA lo amano.
Firma un contratto con NIKE, la quale realizza il modello “Iceman” della nuova linea di scarpe Blazers.

tumblr_mjhjzcFMPq1s6hncmo1_1280Nella scatola è contenuto uno dei poster più famosi della storia dello sport americano: ritrae Gervin seduto su un trono di ghiaccio con due palloni da basket ghiacciati sotto le mani. Le “Blazers Iceman” sono il modello più venduto dell’anno e diventano un evergreen del brand.

Ma i successi personali trovano soltanto un parziale riscontro con quelli di squadra.

San Antonio infatti, viene eliminata per tre volte nelle conference finals (una volta dai Bullets, due dai Lakers) e nonostante l’arrivo di due giovani e talentuose ali come Gene Banks e Mike Mitchell, e dell’ex stella ABA, il centro Artis Gilmore, non raggiunge le finali NBA.

La franchigia, dopo la partenza di Doug Moe, cambia quattro allenatori in altrettanti anni, e nella stagione 1984-85, con la speranza di cambiare le sorti della squadra, ingaggia coach Cotton Fitzsimmons. Ma il rapporto tra quest’ultimo e Gervin non decolla, al contrario è burrascoso e pieno di contrasti.

Si conclude così la carriera (lunga 12 anni) di Iceman in maglia nero-argento.

A fine stagione viene ceduto ai Chicago Bulls in cambio dell’ala David Greenwood.

Lascia gli Spurs con all’attivo 4 scoring titles, nove apparizioni all’All Star Game, di cui una da MVP (1980), 4 volte All NBA First Team, e più di 60 record di squadra.

Si unisce quindi ai Bulls, dove, in modo simile a quando debuttante nella ABA, giocò accanto ad una futura stella al secondo anno di nome Julius Erving, qui gioca accanto ad un altro futuro grande giocatore al secondo anno: Michael Jordan.

Jordan, pero’, viene limitato a sole 18 partite quell’anno a causa di un grave infortunio al piede, mentre l’ormai 33enne Gervin gioca un ruolo importante per coach Stan Albeck, mantenendo 16 punti di media, secondo solo all’ala grande Orlando Woolridge.

A fine stagione lascia la pallacanestro a stelle e strisce, con 20,708 punti totali in NBA (26,595 combinati con l’ABA) e una media in carriera di 26.2 punti a partita.

L’anno seguente va a giocare in Italia, per la Banco di Roma, e continua a strappare applausi anche al pubblico del Bel Paese, mentre ne mette 26 ad allacciata di scarpe.

Si ritira, ma l’idea di lasciare il mondo della pallacanestro lo logora. Il gioco gli ha dato tutto, e lui ha dato tutto per il gioco.

Inizia la dipendenza dalla cocaina, che segna il lato più oscuro della sua vita. Ora è qui, 37enne, e sta per scendere in campo con i suoi Quad City Thunder, mentre fuori dal rettangolo di gioco combatte la sua battaglia più difficile.

Sbaglia i primi tre tiri. Il quarto, è un gancio in corsa che trova solo la retina. Tre minuti dopo ruba un pallone, salta un avversario e appoggia di tabella. La partita prosegue, e tutti i presenti restano ancora una volta estasiati dal suo modo di giocare.

Nonostante le circostanze della vita lo abbiano cambiato, il suo gioco è rimasto intatto. Il tabellino a fine serata recita 25 punti.

Ha scelto di giocare qui in Illinois, poiché la squadra si allena a poca distanza da un centro di recupero per tossicodipendenti, in modo da continuare la sua riabilitazione, e al tempo stesso continuare a tirare a canestro.

Come quando da piccolo Mr. Winter lasciava la palestra della scuola aperta per permettergli di allenarsi, ed evitare che perseguisse una cattiva strada, ora George ha trovato nuovamente una via di fuga dai problemi che contornano la sua vita.

E continuerà ad affrontarli senza fatica, con il solito calmo approccio.

‘Cause “he never broke a sweat”, he is and will always be “the Iceman”.

Post By Davide Migliaccio (3 Posts)

Napoletano classe '89. Amante dell'arte in ogni sua forma, che si traduce in Kubrick, Kandinskij e Arctic Monkeys. Dopo un debole per Iverson, un'infatuazione per McGrady, e un amore contrastante per Kobe, trovo la mia "anima gemella" alla posizione numero 5 del Draft 2003. Venero il run & gun di marca D'Antoniana e le telecronache Mike Breen-Stan Van Gundy. Sanguino giallo viola e azzurro.

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