Lebron James contro Kevin Durant: scontro tra titani

Sono sopravvissute.

Miami – Oklahoma City era la finale NBA che in molti pronosticavano fin dalla prima palla a due della stagione, ma i pronostici sono fatti per essere smentiti. O almeno questo è quello che molti hanno pensato quando San Antonio, giocando una pallacanestro al limite della perfezione, si portava in vantaggio 2-0 su Durant&Co, o quando Pierce metteva in faccia a Lebron James la tripla che portava Boston avanti 3-2 nella serie con la prospettiva di giocare in casa la partita successiva.

Sono sopravvissute, e ne sono uscite entrambe più forti, più convinte e più determinate che mai: e adesso non ci resta che goderci queste Finals. Che profumano già di leggenda.

Oklahoma arriva all’atto conclusivo della stagione cavalcando l’onda delle quattro vittorie consecutive sugli Spurs che le hanno permesso di sollevare il simbolico trofeo di vincitori della Western Conference per la prima volta dal lontano 1996, quando la franchigia aveva casa a Seattle e Kevin Durant, per dire, stava finendo la terza elementare.

Delle sei partite con gli speroni si potrebbero scrivere (e sono stati scritti) fiumi e fiumi di parole: è stata una delle serie più emozionanti e tecnicamente godibili degli ultimi anni, con una concentrazione di talento, cuore e preparazione tattica ben distribuita su entrambe le squadre che hanno fatto ricredere tutti i detrattori della pallacanestro d’oltreoceano.

Oklahoma City ha mostrato grandi segni di crescita e di maturità certamente nei singoli giocatori ma soprattutto come collettivo, una crescita clamorosa se pensiamo ai Thunder dello scorso anno, ma notevole anche rispetto alla versione di Durant&Co vista nel primo, sofferto (molto più di quanto non faccia sospettare il 4-0 finale) turno di PO con Dallas, o nel 4-1 con i Lakers in semifinale di Conference.

I meccanismi della squadra di coach Brooks, protagonista ampiamente sottovalutato della rimonta con gli Spurs, sono andati perfezionandosi sempre di più e in questo momento in molti li danno come favoriti per la conquista del titolo.

Non che durante la regular season fossero considerati una squadretta, anche perché vincere 47 partite su 66 proprio banale non è, ma in pochi avrebbero scommesso sulla solidità mentale e caratteriale di un gruppo che destava ancora sospetti quando lo si immaginava alle prese con partite dentro-o-fuori o più in generale in un contesto come la post season dove i ritmi sarebbero inevitabilmente calati, mostrando tutti i limiti di una squadra decisamente più a suo agio a spingere il pedale dell’acceleratore.

5 per superare i Knicks, 6 per sbarazzarsi dei Pacers, 7 per avere la meglio sugli immortali Big3 di Boston: 18 partite di Playoff hanno mostrato pregi e difetti di una squadra, i Miami Heat, che per il secondo anno di fila ha raggiunto il biglietto per le Finals e indossato il cappellino di campioni della Eastern Conference.

Ma le ultime due sfide hanno quasi completamente cancellato il ricordo delle sedici precedenti: appesi a un filo, sotto 3-2 e con la sesta gara della serie al TD Garden di Boston, in molti erano già pronti a registrare l’ennesimo fallimento di giugno di una squadra di LeBron James e puntare il dito proprio contro il tre volte MVP della Lega per individuarne il colpevole.

E invece il numero 6 ha risposto con una prestazione a metà strada tra fantasia e realtà sul parquet dei biancoverdi, pareggiando la serie sostanzialmente da solo, e, cosa ancor più importante, nella decisiva gara7 sono stati i Big3 della South Florida a rispondere in coro, spartendosi gli ultimi 31 punti della squadra e dominando in lungo e in largo l’ultimo quarto. Bosh ha mostrato miglioramenti notevoli a livello fisico dopo il recente infortunio e anzi, si è pure concesso il lusso di tirare 3-4 da 3 punti (career high per conclusioni segnate, e pensare che in tutte le sue partite di PO precedenti aveva accumulato un 4-20…) ed è improvvisamente considerato di nuovo un fattore.

Ma questa, e non lo scopriamo certo oggi, è una squadra che non è stata costruita per vincere la Conference: molto tolkenianamente hanno bisogno di quell’anello, quest’anno come non mai.

Non è facile costruire “ad hoc” un confronto ruolo per ruolo e giocatore per giocatore, non fosse altro perché entrambe le squadre hanno dimostrato di poter variare alcune situazioni tattiche atipiche (LeBron da 4, Sefolosha e Harden insieme in campo…) ma di certo un’idea di quelli che saranno gli accoppiamenti determinanti e le sfide dirette più interessanti la si può avere.

Andiamo con ordine.

POINT GUARDS

Forse siamo già arrivati al “punto” di queste Finali: come difenderanno gli Heat su Russel Westbrook? Il confronto del prodotto di UCLA con il pariruolo Mario Chalmers è sinceramente impietoso.

Nessuno dei due incarna esattamente il perfetto “playmaker” nel senso stretto del termine, ma Russel ha mostrato miglioramenti consistenti nella gestione dell’attacco a difesa schierata e limitato le valanghe di palle perse, tiri dal nulla ed idee confuse che avevano fatto sorgere qualche dubbio sulle sue possibilità di diventare uno che ti porta a vincere un titolo. Meno emotivo e più cinico, potrebbe davvero essere l’ago della bilancia della serie.

Chalmers dovrà lavorare duro difensivamente e farsi trovare pronto, molto pronto, sugli scarichi che arriveranno dai polpastrelli della coppia più bella del mondo. Perché Miami ha bisogno, e non poco, di un apporto concreto del “supporting cast”. Un discorso che vale per tutti i cosiddetti comprimari.

Dalla panchina attenzione alla mano sinistra del veteranissimo Derek Fisher, diventato nel giro di due mesi uno dei leader dello spogliatoio Thunder e autore di alcuni tiri fondamentali nell’infinita serie con San Antonio. Nell’ultimo quarto e nei possessi decisivi non sorprendetevi di vederlo in campo: il venerabile maestro di Finali NBA se ne intende, e state pur certi che vorrà lasciare il segno anche su queste.

SHOOTING GUARDS

Si entra nel vivo. Come al solito partirà in quintetto lo svizzero Thabo Sefolosha, l’uomo ovunque, specialista difensivo fino ad elevare il compito a un’arte ma abbastanza solido anche quando si tratta di depositare la palla nel cesto. Certo, all’attacco penserà solo tra un possesso difensivo e l’altro: il nome che ha scritto sull’agenda per il mese di giugno è quello di Dwyane Wade.

Sulla stagione e sui Playoff di Wade si potrebbero produrre più volumi dei Meridiani Mondadori: il numero 3 ha vissuto molti, troppi alti e bassi, e anche nella vittoria in sette partite sui Celtics non è mai sembrato completamente a suo agio in campo, nonostante abbia viaggiato ampiamente sopra i 20 ad allacciata di scarpe. Ma ha sbagliato tanti tiri e tante scelte offensive, e troppo spesso ha giocato da Wade “parti” di partita, preferibilmente le seconde metà: finchè gli avversari sono i Pacers o i Celtics (non me ne vogliano i tifosi celtici) la strategia può anche pagare, ma con Oklahoma ci vorrano 45 minuti a notte di vero Wade. Anche in difesa, perché il problema è che dalla panchina dei Thunder si alza il Sixth Man of the Year, James Harden.

Personaggio carismatico e indubbiamente “particolare”, oltre alla barba più folta della NBA porta in campo una dose esagerata di energia e di inerzia, e specialmente nelle partite casalinghe quando prende fuoco non si riesce letteralmente a fermarlo: tiratore mancino splendido per esecuzione e rilascio del pallone, creativo quando attacca il ferro, discreto passatore, questo è dinamite pura che può far esplodere anche l’intera serie.

Doveroso menzionare un giocatore che sta prendendo tanti minuti di utilizzo da coach Spoelstra, il perfetto alter ego di Sefolosha, Shane Battier. Probabile che si accoppi con Harden, o addirittura con Durant, quindi fondamentale che riesca a togliere ritmo ai due tiratori principi di OKC. E dall’altra gli si chiederanno i soliti tiri dal perimetro che possono davvero girare l’inerzia di qualsiasi partita.

SMALL FORWARDS

Davvero vogliamo limitarci a chiamarle “small forwards” o ali piccole che dir si voglia? Il duello tra questi due è il cuore pulsante delle Finals, e forse dell’intera NBA da qui per molti dei prossimi anni. Così simili, così diversi.

Uno, Durant, quasi timido, bravo ragazzo, perfetto dentro e fuori dal campo, incarnazione di tutto quello che David Stern vorrebbe che fossero le superstar della sua Lega; l’altro, LeBron, antipatico, a tratti sbruffone, discusso e da molti odiato come in pochissimi prima di lui.

Eppure entrambi non uno, ma parecchi gradini sopra a chiunque al mondo, in questo momento (sorry Kobe).

Eppure entrambi ancora senza un titolo NBA.

E’ vero, i campionati li vincono le squadre e non i singoli giocatori, ma la sfida KD-LBJ è già di per sé un motivo più che valido per guardare queste Finals con aspettative alte. Molto, alte.

Durant è vergognosamente clutch, ma il James visto tra gara6 e 7 coi Celtics ha dimostrato di esserlo altrettanto. Il suo sguardo e il suo linguaggio del corpo, molto jordanesco, ma che fino ad ora in carriera non ha mai messo i campo con costanza.

O almeno non abbastanza, perché con un paio di prestazioni così in finale gli Heat possono sognare. Il fatto è che adesso siamo entrati nel territorio delle Finals NBA. Le responsabilità che hanno sulle spalle questi due non ce le ha nessun altro in campo, e forse nessuno negli ultimi anni ne ha mai avute tante. Forse nemmeno il Kobe del dopo-Shaq.

LeBron DEVE vincere, obiettivamente un’altra sconfitta in Finale sarebbe mortifera forse anche per il futuro dei big3 a Miami; Durant è per la prima volta sul palcoscenico più importante al mondo (io dico dopo la finale delle Olimpiadi ma capisco possa essere una preferenza non condivisa da molti) e deve dimostrare di saper vincere, oltre che segnare.

3 titoli di MVP contro 3 titoli di capocannoniere della Lega. LBJ vs KD. The Chosen One vs The Durantola.  Comunque vada, dopo questa serie avremo molto, moltissimo di cui parlare. Di entrambi.

POWER FORWARDS

Serge “Iblocka”, come viene soprannominato dai tifosi di fede Thunder, è la pietra su cui Brooks ha costruito la difesa di OKC nel pitturato. E’ ormai da un paio d’anni uno dei migliori al mondo nel presidiare i dintorni del ferro, e la sua strabiliante esplosività oltre a dar vita a giocate difensive da mille e una notte coinvolge e contagia tutti i compagni: non sono state poche le volte in cui grazie alla sua trance agonistica difensiva OKC ha piazzato un parziale decisivo, o girato una partita.

Se poi viene dimenticato dai difensori avversari può anche segnare (11-11 dal campo nella sua leggendaria gara4 con gli Spurs). La chiave degli Heat sarà sfruttare le sue debolezze, cioè i problemi di falli (non è un fenomeno nel leggere le finte degli avversari) attaccando forte il ferro con Wade e James e in uno contro uno in post con Bosh.

Provvidenziale durante l’assenza del numero 4 è stato Udonis Haslem, non certo giocatore spettacolare ma di grande grinta, sostanza e solidità nel pitturato che agisce nell’ombra, prende botte e le dà ed è uno dei più rispettati dai 3 che comandano in città.

CENTERS

Ok, Chris Bosh non è esattamente quello che si definisce un centro di razza, ma Spoelstra ha dimostrato di non volersi affidare troppo né a Ronny Turiaf né tanto meno al mestierante Joel Anthony, che pure potrebbero trovare spazio a tratti, e il ritorno in campo del mancino ex Toronto è una delle notizie migliori che potessero arrivare in casa Heat in questo momento. In gara7 con Boston ha messo più di un tiro importante negli ultimi 12’ (del clamoroso 3-4 da 3 punti si è già parlato) e Miami non può prescindere dalla sua presenza sotto i tabelloni.

Sarà interessante vedere come reagirà coach Brooks, che probabilmente dovrà rinunciare per molti minuti a Kendrick Perkins, obiettivamente troppo lento per poter contenere il gioco di Bosh e i suoi tiri dalla media: possibile che sia Ibaka a prendersene cura in veste anche lui di “finto 5”. E’ verissimo, Perk ha giocato alla grande contro Duncan ma le gambe di Bosh sono tutta un’altra storia.

COACHES

Se qualcuno aveva dei dubbi su coach Scott Brooks, ora non ne ha più: ha superato a pieni voti l’esame Popovich, trovando l’antidoto alle scorribande di Parker e spezzando tutti i pick&roll con cui San Antonio aveva di fatto dominato le prime due partite, e offensivamente ha saputo orchestrare bene un gruppo di solisti eccezionali.

Ha gestito alla grande il talento e le gambe fresche dei Thunder, facendoli maturare e rendendoli parte di una squadra con la S maiuscola, dove il totale è superiore alla somma delle singole parti, esaltando le doti di Harden e Durant ma senza esagerare, coinvolgendo nel limite del possibile Ibaka, Perkins e Sefolosha anche in attacco e dosando bene le invenzioni di Westbrook.

Erik Spoelstra anche ritrovando Bosh ha girato la serie con i Celtics risollevandosi dopo 5 partite dove aveva sofferto non solo il carattere e l’esperienza ma soprattutto la solidità e il “sistema Boston”, non trovando soluzioni adeguate difensivamente su Garnett per esempio.

La svolta in questi PO però era arrivata prima, nella difficile serie con Indiana: il pick&roll giocato da Wade come palleggiatore e LeBron come bloccante è forse uno dei movimenti offensivi degli Heat meno difendibile che si sia visto quest’anno, perché fa chiudere la difesa lasciando spazio ai tiratori, apre spazio a Wade che ama crearsi il tiro dal palleggio e permette a James di ricevere palla in movimento.

Le tre cose migliori che possa produrre l’attacco degli Heat, probabilmente.

CONCLUSIONI

La sensazione è che il fattore campo di Oklahoma potrebbe essere giudice di una serie che pur presentandosi abbastanza equilibrata vede gli uomini di coach Brooks come favoriti: la Chasepeake Energy Arena in questi PO non è ancora stata violata, e giocarci dentro da avversari è davvero un inferno.

Miami più che con l’attacco dovrà provare a vincere con la difesa, e certo contro il talento offensivo dei Thunder non sarà impresa facile.

Per certi versi la situazione ricorda un po’ quella delle Finals 2011: OKC oggi come Dallas allora è più squadra, e il Durant degli ultimi quarti assomiglia molto al Nowitzki versione Finals dello scorso anno. LeBron e Wade furono statisticamente umiliati negli ultimi quarti della serie dal tedesco, e dovranno fare in modo che il copione non si ripeta.

Mi sbilancio: vincerà 4-2 Oklahoma City, e Kevin Durant sarà l’MVP delle finali. Ma non ne sono troppo convinto nemmeno io…

Post By Marcello Oberosler (9 Posts)

Twitter: @m_oberosler

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22 thoughts on “2012 NBA Finals: Preview

  1. DA tifoso Miami onestamente credo che che i favori siano tutti per OKC.
    Da sotto è dura andare ad attaccare visto quanto incide avere Ibaka ed il rude Perkins … penso che questo possa essere un problema soprattutto per Wade
    Miami per vincere dovrà avere tutti i big 3 al 100%, senza pause e senza timori.
    Le 2 ali Battier e Miller dovranno mettere i tiri che nasceranno dai raddoppi su Lebron e Wade e Bosh dovrà essere il Bosh di gara 7.
    Complessivamente OKC ha più scelte, hanno 3 giocatori pericolosi che fanno sempre almeno 20 pt ed hanno intimidatori da sotto, cosa che Miami non ha.
    Fattore campo abbastanza decisivo, dico anch’io 4-2 OKC

  2. ottima analisi…. go heat!!!
    in finale di easter miami ha quasi sempre vinto fuoricasa (per poi perdere in casa). speriamo di vincere un paio ad okc

  3. Non so..non vorrei essere banale ma..le finali NBA sono strane, a meno che non ti chiami Michael Jordan.

    A volte i favoriti perdono. Come l’anno scorso.

    Ma e’ anche vero che Durant e’ TROPPO forte.
    Credo vincera’ OKC..per manifesta superiorita’ di Durant (e non certo per quell’imbecille di Westbrook).
    Harden e Ibaka daranno una grossa mano.

    LeBron e’ il piu’ forte in assoluto..ma il gioco di Miami fa pieta’!

    4-2 OKC.

  4. Purtroppo per Miami, decidendo di lasciar fuori RW,KD , LBJ e DW, l’unico che si salva è Bosh. Dai Thunder invece si arriva fino alla panchina.

  5. Okc 60% Miami 40%

    I Thunder hanno tutto per partire favoriti in questa finale e per poterla far loro.
    Non devono perdersi in falli, rimanere concentrati e sfruttare le loro capacità senza dare troppa importanza a James.
    Durant deve fare il suo compito in difesa senza “esagerare” pensando all’attacco e nei momenti importanti.

    Gli Heat portano a casa il titolo se Wade, Bosh e il resto fanno il loro compito.
    Su James non ci sono problemi, lui è della finale sopratutto se entra con il “piglio giusto” visto in gara 6 con Boston. Piglio o non piglio lui è della finale ed ennesima finale meritata per quanta voglia ha di parteciparvi.
    L’incertezza per Miami passa proprio lì dove i Thunder possono mettere Sefolosha su Wade e alternarlo con Harden. Dove Bosh e compagno incontreranno Ibaka e Perkins e dove, sopratutto, Charlmers incontrerà Westbrook. Difensivamente può anche tenere ma se Westbrook gioca in “equilibrio” senza forzare, Durant gioca pulito prendendosi le fasi importanti, e il resto fa il suo senza falli “i giochi si chiudono”.
    Se non dovesse accadere questo, i Thunder si perdono (sopratutto a livello psicologico) e Miami trova l’apporto del resto tolto James, difficile anche calcolando che la panchina Thunder è più profonda, allora la vincono loro.
    Prima della palla a due partono sfavoriti nei riguardi dei giovani Thunder.
    Poi a James puoi lasciar punti volendo.

    Se non si perde in falli o cose inutili e rimane concentrato e tecnicamente pulito Durant può far vedere cose veramente molto interessanti.

    Può piacere o meno questa per lui, se non erro, è la terza finale. Lui la giocherà di sicuro e lo vorrei vedere senza palla in mano a inizio azione anche nei momenti più difficili.

    James-Durant? a oggi il primo è un fattore sicuro di queste finali, il secondo deve solo continuare sulla strada intrapresa per un giovane di 23 anni. Questa per lui può esser la prima tappa.

    Cmq già la prima diventa importante….bisogna vedere come riprendono i giovani.

  6. Oklahoma ha piu’ armi, devono proprio dormire tutti tra Durant, Harden e Westbrook per perdere, tenendo conto anche dell’ottimo contributo degli altri. Popovich e i vecchi Spurs per due partite ci sono riusciti, dubito che quel genio di Spoelstra potra’ trovare chissa’ quali grandi soluzioni se non Lebron 48 minuti a manetta! Se poi gli arbitri non aiutano gli Heat fischiando falli anche quando qualcuno alita su James o Wade e’ meglio, Stiensma poretto faceva fallo gia’ solo respirando…

  7. Il solito bellissimo articolo di pallacanestro, ecco perchè adoro questo sito.

    Che le Finals abbiano inizio..e che vincano i migliori.

  8. Sono d’accordo con il favore del pronostico su okc, ma sottolineo una cosa: le finali sono una bestia a sè…
    Vero, OKC è molto piu’ squadra a livello offensivo di miami, e ha molte piu’ frecce al suo arco, e a livello difensivo azzardo un’equilibrio tra le due, (anche se con LBJ l’asticella si orienta di poco verso miami), ma per i thunder si parla di un team alla prima finale disputata, perciò bisognerà vedere come si approcceranno alle gare
    A quel punto direi che “the fish” conterà non poco in quella squadra.. è l’unico ad aver l’esperienza e il carisma per gestire una situazione del genere, e a livello di intangibles farà una differenza enorme
    Dall’altra parte si troveranno di fronte una squadra non con il coltello tra i denti, ma una falce dantesca.. Dopo la bruciante sconfitta dell’anno scorso non mi stupirei vederli strappare con i denti ogni palla in difesa, e inoltre hanno due animali da finals come DW e LBJ.. io direi 51% okc e 49% heat..

  9. Vincerà OKC perché sa difendere, perché ha un gioco di squadra migliore, perché ha giocatori più “intelligenti” che sanno leggere meglio le partite e perché hanno un gran coach. Certo Lebron è straordinario e non farà mancare le sue prestazioni inarrivabili, ma KD è più concreto e alla lunga (4:2 o 4:3) i Thunder avranno la meglio.

  10. Come sempre le partite si vincono a rimbalzo e in difesa. E con testa e volontà.
    Mi sembra più equilibrata di quanto la si metta giù.

    La differenza la faranno rimbalzi e palle perse, poi ovvio se Lebron gioca come a Boston – gara 6 non è roba di questo mondo.

    Non penso nemmeno il fattore campo incida poi così tanto se non per le mannaiate e le spintine che a OKC potrebbero non fischiare (ma già a gara 6 a Boston si è visto un buon metro arbitrale).

    Molto dipenderà da come tirano dalla media Bosh e Ibaka e da quanti minuti senza follie fa Perkins in campo (espulsione a gara 3 su cui metterei 100 € ora!!).
    Harden è un fattore in attacco ma non mi pare un falco in difesa.
    Fisher farà minuti? Metterà anche una o due triple ma aspettiamoci Chalmers all’arrembaggio.
    Ibaka stoppa tanto ma salta spesso e Wade è MrFinta.
    OKC è stradominante a livello atletico. Miami non è una squadra lenta, vecchia e logora però. Vedremo. Se corri sprechi e fai correre l’avversario: chi farà meno errori la porterà a casa.

    Miami per vincere deve arrivare a 100 perché OKC ci arriva sbadigliando.
    State sicuri dei 55 Wade-Lebron, diamone 15 ai lunghi, 15 alla 3pointConnection.
    Siamo a 85. Un extra Lebron, un Bosh ispirato, un Chalmers che si butta dentro. Migliori percentuali ai liberi. Una o due triple in più. Una difesa più solida.
    Se Miami pesca un paio di questi assi (non ne ha pochi, come molti credono) allora ci si diverte.

    A South Beach si andrà in lunetta un po’ di più direi.
    Le palle perse saranno un fattore.

    BUON DIVERTIMENTO!!

  11. Definire KD “timido” è davvero un’esagerazione dettata dal voler accentuare la contrapposizione con Lebron.
    Io amo KD e “odio” (sportivamente parlando) Lebron, ma i due sono molto più simili di quanto si tenti di dipingerli anche se l’aspetto “teatrale” con Lebron viene maggiormente amplificato.
    KD per attitudine, per “gli occhi della tigre” e per self-confidence è forse quanto più vicino ci sia a Bryant attualmente, e di Kobe tutto si può dire, fuorchè che è timido!

    • Quel “timido” era riferito al suo rapporto con i compagni, per come si comporta fuori dal campo, per l’atteggiamento davanti alle telecamere e il rapporto con i tifosi: è tutto tranne la superstar intoccabile e incurante del resto dei comuni mortali che ti aspetteresti. Su questo punto è tutto il contrario di Kobe. Ma anche di James che si auto-incorona The King.

      • ma guarda che anche Kobe a inizio carriera non aveva chissà quale rapportone coi compagni, anzi, tolti Brian Shaw e Da Fish non aveva praticamente rapporti sociali con la squadra…tuttavia in generale sì, Durant è più della scuola Duncan che di quella Iversoniana

        • Si appunto, io parlavo proprio di questo: l’atteggiamento di Durant con i compagni mi sembra ben diverso da quello sempre avuto dal Mamba.

  12. Miglior realizzatore + 6th man + miglior difensore vs MVP + Flash + Bosh da 3 = tanta ma tanta roba

  13. Ma “timido” è proprio un aggettivo sbagliato, fuorviante.
    Anche se lo si paragona a Duncan (e ci sta, anche secondo me), TD non è mai stato “timido”, sono dei natural born leader.
    KD in conferenza-stampa può non essere “primadonna” come Lebron, e di sicuro fin’ora non si è mai visto parlar male/imputare errori ai compagni di squadra, ma basta vedere le partite per vedere che non lesina “cazziate” anche al Westbrook di turno.
    Non è il tipetto tranquillo o remissivo che si cerca di far apparire dall’articolo…. è risaputo che ai tempi del Draft, alcuni team che l’avevano visto ai workout erano un po’ preoccupato della sua self-confidence (in maniera squisitamente americana tra l’altro) che sembrava talvolta sfociare nella tracotanza. Insomma, io uno che sul suo profilo Twitter scrive “I ain’t cocky, I’m just proud of me” lo definirei in tanti modi ma non come timido bravo scolaretto. :D

    • Ahah ma dai non smontarmi tutto l’articolo per quel “quasi timido”: sono d’accordissimo col tuo ragionamento, ma è innegabile che caratterialmente sia distante sia da LeBron che da Kobe, nel bene e nel male, e di questo resto fermamente convinto. Non sarà perfetta la parola, ma il concetto è quello.

  14. L’articolo è ottimo. Che KD sia distante da Lebron, non ci piove. Però credo che la contrapposizione tra i due rischi di venir un po’ esasperata cercando di far passare Lebron come il “Diavolo” e Durant “l’acquasanta” e non è così. Sul campo quello meno timido tra i due certe volte sembra proprio KD, che non ha mai delegato a qualcun altro il “game-shot” (in questo intendevo che è molto simile a Kobe, almeno sul campo, ma al Kobe maturo non quello degli esordi). Lebron al contrario, mi pare soffrire di un complesso di inferiorità, o meglio dalla smania di dover SEMPRE dimostrare qualcosa, ed è una pressione tale da renderlo “timido” nei momenti che contano. Senza andare troppo nel passato, mi viene in mente l’ultimo ASG con LBJ che passa (malamente tra l’altro) ad Anthony il possesso decisivo, con Kobe che gli diceva “oh, sei Lebron James, l’ultimo tiro te lo prendi tu, non la passi”. Comunque, secondo me, la principale differenza tra i due, in termini di “aspetto mediatico”, sta nel fatto che KD, per quanto per me sia attualmente il MIGLIOR GIOCATORE della Lega, non è mai stato uno dei principali VOLTI della NBA, vuoi perchè ha fatto un percorso più normale rispetto al “predestinato” James, vuoi perchè OKC non è mediaticamente South Beach, meno che mai LA o NYC. :) Avesse la sovraesposizione che ha solitamente Lebron, magari KD sembrerebbe molto meno “timido” (a chi può consiglio di seguirlo su Instagram, “trey5”, dai suoi scatti si evince molto di più la personalità, molto “bambinone” alla Howard, e non lo dico in senso dispregiativo, e non poco mammone :D )

  15. il lebron visto in gara6 mi ha convinto che non vuole perdere, e se boston non è riuscita a fermarlo, allora non vedo come okc possa….

  16. Finale TRISTE

    ha prevalso l’atletismo sul gioco, i solisti sullo spirito di squadra…

    mi spiace, a questo punto non so chi tifare.. tanto vincerà chi sarà più in giornata… KD e LBJ si alterneranno in serate non stop ma alla fine secondo me deciderà quello che un anello lo ha già vinto da protagonista: WADE
    Farò il tifo per lui anche se per la stagione che ha fatto non se lo meriterebbe proprio…

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