nba-finals-spurs-basketball25 giugno 1997, si svolge uno dei draft più scontati della storia. Alla numero 1 infatti, da tempo, è certo di essere chiamato un caraibico uscito dall’Università di Wake Forest, che ha scelto la pallacanestro quasi per caso dopo esser stato una promessa nel nuoto, Tim Duncan.

Oggi, a 16 anni di distanza, quel caraibico porta in giro 4 anelli, 3 MVP delle Finali, 2 MVP di Stagione Regolare, 14 convocazioni all’All Star Game (di cui 12 consecutive dal 2000 al 2011) e soprattutto si è elevato al top del ruolo nella storia del gioco.

Quello che stupisce maggiormente del giocatore di San Antonio è la longevità che ha dimostrato nei suoi 16 anni di onoratissima carriera.

Di quel draft, infatti, sono rimasti ancora in giro lui, la terza scelta assoluta Chauncey Billups, eliminato con i suoi Clippers al primo turno dei playoff, la nona scelta Tracy McGrady, compagno di squadra di Duncan in questi playoff dopo l’esperienza in Cina ma con un ruolo assolutamente marginale, e quel Stephen Jackson, 43° scelta assoluta in quel draft, allontanato da coach Popovich proprio alla vigilia di questi Playoff per motivi comportamentali.

E se il concetto di longevità non è abbastanza chiaro, vi portiamo anche qualche numero a supporto.

Miglior stagione in carriera (2002-2003)
Culminata con titolo di MVP, anello di campione del mondo ed MVP delle finali. Duncan in quella stagione per 36 minuti ha realizzato 21.3 punti, 11.8 rimbalzi, 3.6 assist, 2.7 stoppate.

Ultima stagione (2012-2013)
Dieci anni dopo, sui 36 minuti Duncan ha totalizzato 21.3 punti, 11.9 rimbalzi, 3.2 assist e 3.2 stoppate.

Medie quindi simili se non migliori rispetto alla sua miglior stagione, anche se 10 anni fa i minuti a partita erano 39, mentre quest’anno sono stati 30.

E ai playoff?

I numeri sono in leggero calo. Dieci anni fa il caraibico ha fatto registrare, sempre per 36 minuti, 20.9 punti, 13.0 rimbalzi, 4.5 assist e 2.8 stoppate. Quest’anno invece si è fermato (si fa per dire) a 18.7 punti, 10.5 rimbalzi, 2.0 assist e 1.7 stoppate, giocando comunque 40 minuti a partita (contro i 45 del 2003). Se si guardano solo le Finali di quest’anno, in 7 partite Duncan è stato comunque in linea con i numeri delle altre serie, con 18.9 punti, 12.1 rimbalzi, 1.4 assist e 1.4 stoppate.

Poteva fare di più? No. Onestamente non si poteva chiedere di più ad un 37enne con un chilometraggio NBA così elevato.

A prescindere dai numeri, infatti, il numero 21 ha giocato un basket di altissimo livello, soprattutto se si considera che non ha mai avuto nella serie di Finale il vero Parker e il vero Ginobili, se non solo per una partita ciascuno.

Se gli Spurs si fossero aggiudicati il titolo, viste le ultime due Gare, Duncan avrebbe meritato a pieno titolo il trofeo di MVP delle Finali, anche perché ha fatto tutto quello che era necessario fare per vincere una partita, partendo dalla difesa e arrivando all’attacco, dove ha segnato canestri quando la difesa di Miami non chiudeva troppo il pitturato e ha lottato a rimbalzo e favorito il gioco nei momenti in cui veniva raddoppiato o il difensore gli chiudeva gli spazi.

L’unico altro neroargento ad essere continuo quanto lui nella serie a 7 partite giocate tra Texas e Florida è stato il giovane Kawhi Leonard, lui anche candidato al titolo di MVP delle Finali insieme a Tim se gli Spurs non avessero perso Gara 7.

La storia però si sa, non concede spazi al romanticismo e ha voluto negare la gioia di quanti avrebbero sperato in un nuovo titolo da parte di questo straordinario giocatore.

Anello agli Heat e corona di MVP delle finali ad uno straordinario LeBron James, che tanto per gradire ha chiuso la serie decisiva con una media di 25.3 punti, 10.9 rimbalzi, 7.0 assist e 2.3 rubate in 43 minuti ad allacciata di scarpe. Premio di MVP quindi meritatissimo per la stella di Miami e non solo per le cifre messe insieme ma anche e soprattutto per le giocate decisive mostrate in Gara 6 e Gara 7.

Qualcuno avrebbe voluto che l’NBA desse un premio di MVP ex-aequo a Duncan e James, in modo da premiare il caraibico nonostante la sconfitta, ma alla fine nel basket per fortuna c’è sempre solo un vincitore e quasi sempre con merito e la storia di queste Finals non fa eccezione.

Mai nelle stagioni passate, poi, ci sono stati due co-MVP ad aggiudicarsi il premio e solo una volta, nel 1968-1969, cioè la prima stagione nella storia in cui è stato assegnato il premio, a vincerlo è stato un giocatore di una squadra perdente, Jerry West sconfitto in finale a Gara 7 dagli storici nemici dei Lakers, i Celtics.

Non è tanto chi sei, quanto ciò che fai che ti qualifica“. Prendendo in prestito questa frase da Batman Begins si spiega facilmente la stagione di Duncan.

Non sarà un titolo MVP delle Finali e nemmeno un anello in più, per quanto fondamentali nella vita sportiva di un giocatore, a spostare di una virgola quella che è già una delle migliori carriere della storia del gioco.

Il vero rammarico è stato vedere per la prima volta in 16 anni il caraibico tradire un’emozione dopo il canestro sbagliato sul finire di Gara 7. Quell’espressione sconsolata vista sul suo viso in panchina durante il timeout e la manata data al parquet tornando in difesa sono stati un colpo al cuore per tutti i tifosi, indipendentemente dalla fede cestistica.

Il tempo passa per tutti, ma nelle Isole Vergini, suo paese di nascita, sanno come farlo passare meno velocemente.

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5 thoughts on “Tim Duncan nella storia nonostante la sconfitta

  1. Assolutamente d’accordo. Tim Duncan è di diritto tra le 3-4 ali forti più grandi di sempre. E’ un grandissimo, sotto ogni punto di vista. Raramente ho visto una costanza del genere durante una carriera cosi lunga… e vederlo disperato (perchè dire sconsolato è riduttivo) dopo l’errore in gara-7 è stato davvero un colpo al cuore per chi, come me, è da sempre un grandissimo fan di The Big Fundamental.

  2. Anche se non lo amo tantissimo e non tifo per gli Spurs e’ un grande c’e’ poco da dire, tanto di cappello …

  3. Complimenti per l’articolo, con cui concordo.
    Ho solo un appunto: le cifra indicate come medie punti, rimbalzi, assist e stoppate per le due stagioni che paragoni mi sembrano non corrette, guardando i dati che fornisce il sito ufficiale nba.
    Questo sicuramente non cambia però il concetto che hai espresso e che rimane corretto.

    • Sono le medie sui 36 minuti. Avendo giocato minutaggi diversi a dieci anni di distanza ho preferito uniformare le medie usando quella. L’ho scritto sopra ma in effetti è un po’ criptico.

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