miabnen5y5Riprendendo la carrellata delle franchigie con le panchine più attrezzate per competere ai nastri di partenza della nuova stagione NBA, siamo ora a trattare le migliori 6. L’elite della lega. Los mejores equipos de suplentes, per dirla alla spagnola.

E ricominciamo col botto: i campioni in carica dei Miami Heat. Poichè, si sa, senza una buon contributo dal pino, difficilmente si è in grado di arrivare fino in fondo.

6. Miami Heat (*)

Anche qui, come fatto in precedenza per i Pacers, ho messo l’asterisco. Il simbolo in questo caso sta a significare una qualcosa di ben preciso, fossimo a disquisire sul meteo ci sarebbe il simbolino del sole misto a nuvole con pioggia. Il senso è sempre il solito: tempo instabile e molto variabile (con possibili rovesci improvvisi).

Ovviamente i fattori in grado di destabilizzare il terreno delle pseudo-certezze – di questo si tratta visto lo stadio ancora embrionale della stagione – hanno nomi e cognomi ben identificabili e rispondono alle generalità di Oden Greg e Beasley Michael. Se per l’uomo con le treccine da Kansas State, scelto peraltro nel 2008 dagli stessi Heat alla numero 2 (dietro a D-Rose.. sfiga..) prima di Westbrook, Love, Lopez e Hibbert, è pressochè certo l’impiego dalla panchina, per il centrone di Buffalo non è escluso che si possano persino aprire le porte del quintetto titolare.

Ad ogni modo qualsiasi considerazione sulle riserve di Miami parte necessariamente da qui. Spoelstra infatti può davvero sbizzarrirsi nella composizione dei 5 da mandare sul parquet. Le possibilità in faretra sono davvero infinite, infortuni permettendo. Può presentarsi col quintetto grande schierando due lunghi di ruolo sul terreno di gioco ed allora due fra Haslem, Oden e Andersen finirebbero per sedersi comodamente in panchina accanto a “Who’s your daddy?” Shane Battier.

Oppure andare coi quattro “piccoli” – si fa per dire – impiegando Lebron da 4 e probabilmente Battier in ala piccola e tutti e 3 i big men a guardare. Comunque la si rigiri in panchina accanto al coach si vanno ad accomodare giocatori di comprovata efficacia.

L’equazione però è fragilissima. Greg Oden è al rientro dopo quasi 4 anni di inattività e, seppure sia stato visto esplodere verso il canestro con una sonante schiacciata in pre-season, continua a fare incetta di scetticismo. E vorrei ben vedere non fosse così…

Michael Beasley quando non è impegnato a farsi arrestare per possesso di marijuana oppure a punirsi colpendosi la tempia con dei pugni in seguito a una palla persa, sarebbe anche un bel giocatorino. Il talento è tutto lì da vedere, l’applicazione e l’inserimento armonico all’interno di un sistema collaudato un po’ meno. Lui sostiene di essere cambiato. Ma visto che è sempre bene non farsi impressionare da improvvise quanto improbabili conversioni, perchè dietro a tanto trambusto si potrebbero pur sempre nascondere le famose lacrime di coccodrillo, ecco l’asterisco.

Ciò vuol dire che gli Heat si piazzano in mezzo, al sesto posto. Ma che potrebbero benissimo raggiungere la vetta della classifica se la premiata ditta Beasley-Oden si rivelasse una specie rievocazione della celebre coppia di supereroi Batman & Robin. Viceversa, qualora optassero per inscenare una sorta di commedia trash itinerante alla Franco Franchi e Ciccio Ingrassia in giro per le arene d’america, potrebbero benissimo occupare l’ultimo posto di questa speciale graduatoria.

Attenzione che nel cast abbiamo anche l’uomo-uccello, che in campo è stato impeccabile finora ma ci mette un attimo ad iscriversi anche lui al circolo degli scapigliati di cui sopra. Detto di chi fra Haslem, Andersen e Battier non farà parte degli starter, la panchina degli Heat si completa con gente dello spessore di Norris Cole -visto ultimamente mettere a sedere con un palleggio incrociato il rientrante Rose – e Ray Allen, non propriamente gli ultimi della pista.

Così come James Jones, Rashard Lewis, Roger Mason Jr e Joel Anthony come quartetto di mestieranti per integrare il roster non fanno esattamente una bruttissima figura. Hanno scommesso forte quest’anno in Florida. Potrebbero aver fatto bingo.

5. Denver Nuggets

I Nuggets quest’anno sono se non più profondi della scorsa edizione almeno altrettanto lunghi, e non in termini di centimetri – o meglio non solo. Parlo invece della ricchezza di personale alle dipendenze dell’esordiente di belle speranze B-Shaw.

Ponendo che sia Foye il titolare nello spot di guardia accanto al piccolo generale Lawson e che all’ala piccola torni ad operare il Gallo, non appena si sarà ristabilito, il reparto piccoli della panchina di Denver prevede Andre Miller, Nate Robinson, Wilson Chandler e Evan Fournier. Si può fare decisamente di peggio!

Il Professor Miller non ha bisogno di futili presentazioni. Basti osservarlo in una qualsiasi delle sue apparizioni sul parquet negli ultimi 14 anni per ammirarne la grandezza. Visto spesso portare a spasso il difensore di turno e, dopo averlo indirizzato in post ed essersi messo spalle al canestro, tirare fuori gli anelli cinesi dalla valigia dei trucchi, lasciando a bocca aperta il malcapitato difensore di turno, mentre il tavolo più già comodamente segnare 2 punti per l’appoggio facile a canestro da parte dell’accademico.

Di Nate Robinson avrei detto solo cose negative fino a 12 mesi fa. L’energica guardia nata a Seattle infatti per anni, a mio modestissimo parere, ha fatto e disfatto senza che nessuno gliel’avesse ordinato. Tutto fumo e niente arrosto, si potrebbe dire. A tratti è sembrato addirittura dissociato dalla realtà. Ma nella scorsa stagione è stato a dir poco determinante per i Bulls, orfani di Rose. Che un frutto per tanto tempo acerbo sia giunto finalmente a maturazione? Si vedrà. Di certo non passerà inosservato.

Chi sembra invece aver compiuto decisivi passi avanti nel proprio ruolino di marcia è Evan Fournier. Il francese ha dimostrato in pre-season di essere maggiormente consapevole del proprio posto in campo. E’ sembrato molto meno timido in generale e più convinto dei suoi mezzi, che ci parlano di un ottimo tiro da fuori in un corpo fatto per la NBA e di un primo passo fulmineo che gli permette di battere l’uomo con buona continuità.

L’ultimo del quartetto è Wilson Chandler. Può darsi che il buon Wilson passi più tempo fra i titolari che fra le riserve, dal momento che può ricoprire più ruoli nello scacchiere di Shaw e non va sottovalutato il fatto che è in grado di difendere indistintamente su tutti gli avversari dall’1 al 4. Però la concorrenza è tanta, specialmente quando ritornerà anche Gallinari, e la sua capacità di entrare in partita senza remore e produrre punti e rimbalzi in poco tempo, grazie anche ad un tiro da fuori che può diventare letale in certe serate, rende Chandler un fattore assoluto in uscita dalla panchina. Ci sarebbe anche l’ala Jordan Hamilton ma il suo ruolo dovrebbe continuare ad essere marginale.

Per quanto concerne la categoria lunghi non siamo certo da meno. Dietro ai titolari Faried e McGee, sempre che non siano vere le voci che vogliono Manimal in partenza – circostanza che costringerebbe a cambiare notevolmente i piani, c’è l’istant-scorer e rimbalzista J.J. Hickson, reduce da un’annata da titolare nel ruolo di centro a Portland in cui non ha affatto sfigurato. Dal pino costituisce una certezza.

Oltre a lui, dalla Russia con furore Timofey Mozgov, chiamato al definitivo salto di qualità, per dimostrare una volta per tutte di poter recitare un ruolo da protagonista nell’NBA. I mezzi non gli mancano. Difficile poi da prevedere l’apporto che darà Anthony Randolph, puledro di razza che però si è un po’ perso negli anni.

Se riuscisse finalmente a dare una risolutiva sterzata al percorso altalenante che lo ha contraddistinto nei primi anni nella lega, la sua capacità di colpire con precisione da fuori e di mettere la palla per terra dovrebbero consentirgli di guadagnare dei bei soldoni nel prosieguo della storia.

Infine da Memphis è arrivato Darrell Arthur. Giocatore solido, può dare una mano. Come si può intuire dalla varietà delle soluzioni a Denver quest’anno non si dovrebbero annoiare. Coach Shaw è chiamato a dimostrare tutto ciò che di buono si è detto di lui quando ancora era un allenatore in fieri. Certo non sarà difficile sostituire George Karl, in fondo prima di essere mandato via era stato insignito solamente del premio di migliore fra gli allenatori.

4. Brooklyn Nets

A Brooklyn hanno semplicemente rivoluzionato la squadra nell’ultimo biennio e, di conseguenza, anche la panchina ha cambiato connotati. Prokhorov ha fatto la propria fortuna nel settore finanziario e nel campo della produzione di minerali preziosi quindi, non facendo il marinaio, tende a mantenere le promesse che fa.

Nella passata stagione le seconde linee di P.J. Carlesimo erano tra le peggiori della lega in termini di produzione di punti. Il creativo GM Billy King non si è limitato a mettere insieme quella che oltreoceano non hanno esitato a definire una blockbuster trade ma ha provveduto a rinforzare ogni sezione del roster.

Così la panchina è stata arricchita con diversi pezzi pregiati, a cominciare dalle qualità balistiche di Jason Terry, anch’egli in arrivo dai Celtics nel pacchetto Pierce-Garnett. Il Jet è atterrato nel cuore dell’impero – a New York – dopo aver sorvolato per molti anni di onorata carriera i campi della “provincia”.

Insieme a Shaun Livingston costituisce una coppia di guardie di scorta di tutto rispetto. Shaun, per il quale avevano pronosticato tutt’altro futuro quando si affacciò fra i pro – vista la rarissima combinazione di altezza e abilità in regia, vorrebbe dare continuità, a livello di impiego sul parquet, ai due anni precedenti, nei quali, a differenza di ciò che gli è sempre accaduto, è stato un po’ meno martoriato dagli infortuni. Recentemente ha dichiarato di sentirsi un rookie in questa squadra. Di sicuro l’entusiasmo è lo stesso.

Da Minnesota invece è arrivato uno che dell’esordiente non ha davvero niente, ovvero AK-47, all’anagrafe Andrei Kirilenko, autentico tuttofare, in grado di contribuire alla causa dei suoi praticamente in ogni settore del gioco. Destinato con ogni probabilità a rimanere in campo per lunghi periodi nei finali di gara, potrebbe rappresentare il collante naturale in grado di rendere un’orchestra sinfonica quella che agli occhi dei più scettici somiglia già a una raccolta di figurine fine a se stessa e niente più.

Oltre a Kiria, la panchina di Brooklyn può contare sulla presenza di altri due personaggi che hanno speso parte della loro vita precedente nel vecchio continente: l’ala forte realizzatrice Mirza Teletovic (il bosniaco ha persino ricevuto una preferenza nel classico sondaggio di inizio anno riservato ai GM come papabile sorpresa della stagione fra gli international player) e la guardia-ala Alan Anderson, chiamata quest’anno a confermare le ottime cifre fatte registrare a Toronto – magari Alan con una percentuale leggermente migliore, se puoi..

Ma la vera attrazione della panchina è Andray Blatche. Sotto la scorza da gatto sornione è un raffinato atleta. Attacca il canestro con grande aggressività e insospettabile fantasia. A rimbalzo non va affatto male per il poco tempo in cui sta in campo. Da l’impressione di poter convertire ogni pallone che tocca in 2 punti, anche se la situazione sembra ormai compromessa, anche se in modi non del tutto ortodossi.

E’ il classico giocatore che ti fa dire: “no, no, no… yes” Fortuna sua che quest’anno è tornato a fargli compagnia sul pino Reggie Evans, emblema della solidità e ottima controfigura dell’Andray. D’accordo che ha giocato quasi sempre titolare ma nella scorsa regular season ha catturato 11.1 rimbalzi ad allacciata di scarpe (12.3 nei playoff). Il rookie Mason Plumlee infine potrebbe tornare utile sotto i tabelloni negli anni a venire con i suoi centimetri e l’atletismo spiccato che lo contraddistingue.

3. Los Angeles Clippers

Pare come minimo opportuno iniziare col dire che i veri valori aggiunti sulla panchina dei Clippers nella rincorsa all’anello appena principiata rispondono in realtà ai nomi di Glenn Rivers in arte “Doc” ed Alvin Gentry.

Non me ne voglia il vecchio Vinny Del Negro, ma tutto l’ambiente, per quanto concerne la metà meno nobile della Città degli Angeli, anelava a un cambio netto nella guida tecnica oltrechè caratteriale della squadra. E il Doc faceva proprio al caso loro. Per non rimanere indietro però hanno modificato anche parte della squadra.

Così Bledsoe è andato a mostrare i suoi progressi al deserto (non solo inteso in senso geografico ma anche cestistico) dell’Arizona. Al suo posto è stato ingaggiato Darren Collison con un vantaggiosissimo contratto biennale a meno di due milioni annui, con opzione d’uscita dopo il primo. Furto bello e buono. Anche perchè Darren non avrà forse l’istinto del ragioniere – ha infatti faticato e non poco nei sistemi d’attacco strutturati di Indiana prima e Dallas poi – nè tantomeno porta in giro la nomea di “Lebron in scala ridotta” come succedeva per il suo predecessore, ma è un valido giocatore di pick & roll e sa dove mettere i piedi quando la sua squadra vola in campo aperto. All’occorrenza può anche accompagnarsi al proprietario del catasto CP3, in un backcourt atipico ma intrigante.

Proprio per questo a L.A. stanno seriamente cominciando a guardarsi intorno per sondare i possibili dividendi di un’eventuale cessione di Jamal Crawford. Ok, è una bestemmia, si sa. Ma nell’NBA niente è scontato. Nemmeno la conferma del miglior realizzatore dalla panchina dell’intero parco giochi insieme a J.R. Smith.

Restando sulle qualità del giocatore, Jamal è capace di metterti sulle ginocchia a forza di raffiche di tiro dal palleggio da oltre i 6 metri di distanza. Può far succedere un parziale in qualsiasi momento. Se così non fosse, è pronto a sostituirlo, oppure a coadiuvarlo, un’altra faccia nuova dei Clippers: J.J. Redick.

L’ex-Bucks è il tiratore micidiale in grado di aprire il campo a cui ogni squadra che possa vantare in cabina di regia e con la palla saldamente in mano il sig. Chris Paul dovrebbe ambire. Inoltre è anche ottimo difensore sul perimetro. Andrà a rinforzare il pino, sempre che Doc non decida che è finalmente giunto il momento in cui l’amichetto di Paul – Willie Green – perda le stelline di titolare e venga riposto nell’apposito ridotto. Con loro, ad alternarsi sul perimetro ci sarà ancora una volta Matt Barnes, anch’egli habituè della seconda unità.

Il suo apporto è lì da vedere, ogni sera, da un bel po’ di anni, insieme alle tele di ragno, ai demoni femminili e ai riferimenti al rap, ai figli e alla famiglia, illustrati a mo’ di tela sul suo corpo. Contando gli effettivi fin qui elencati siamo probabilmente di fronte al non-plus-ultra dei sostituti NBA.

Trasferendosi però al reparto lunghi, sorgono inevitabili i primi grossi punti di domanda. In particolar modo, la coppia di supplenti designata Jamison-Mullens è in grado di offrire abbastanza garanzie a certi livelli? Di Antawn, sprofondato con tutte le scarpe la scorsa stagione nel vortice della debacle giallo-viola, riporto con diletto estremo la descrizione data da Grant Hughes: “uno dei più grandi giocatori di garbage di tutti i tempi”. Ecco. In stagione tira là. Ma quando si inizierà a fare sul serio ed è auspicabile per i suoi che le partite si mantengano sul filo del rasoio?

E Byron Mullens invece? Si saprà confermare ora che gioca per qualcosa di valore? Di sicuro, nonostante l’altezza che a prima vista potrebbe sconsigliarlo, ha il tiro da fuori dalla sua. Il suo range copre anche l’arco dei 3 punti. Gioca dignitosamente il pick & roll e tende a perdere pochi palloni (le palle perse erano un problema della panchina dei Clippers nella scorsa edizione). Permangono tuttavia i dubbi sulla sua reale consistenza in una frontline che ha tutta l’intenzione di provare a vedere se è possibile giocare fino a giugno. Non è così impensabile veder sgonfiare le sue statistiche (10.6 punti e 6.4 rimbalzi) come un palloncino al sole. Il roster viene completato dal centro Ryan Hollins, esempio perfetto di role-player, e dal rookie Reggie Bullock, autentico oggetto misterioso per il momento.

2. Houston Rockets

Sul secondo gradino più alto del podio troviamo i lanciatissimi Rockets. Il roster dei texani ha subito un notevole sconvolgimento con l’arrivo nella Space City di Dwight Howard. Così coach McHale è chiamato a impugnare l’ago, indossare il ditale e mettersi sollecitamente a dipanare gli intricati nodi della complessa matassa che è la sua squadra in questo momento.

Il potenziale è devastante ma la quantità di giocatori che occuperebbero volentieri lo stesso ruolo oppure, al contrario, che una precisa collocazione sul campo non ce l’hanno affatto non autorizza certo a dormire sonni tranquilli. La questione più spinosa è senza dubbio quella riguardante Omer Asik.

Il turco, esploso definitivamente lo scorso anno con 10.1 punti e, soprattutto, 11.7 rimbalzi a partita, chiede spazio a gran voce. McHale, che non è uno sprovveduto nè tantomeno un presuntuoso, in questi primi giorni di allenamenti e partite sta facendo i salti mortali pur di testarne la compatibilità con Superman.

Sa di avere per le mani una stoffa pregiata e non vuole lasciare davvero niente di intentato. Se riuscisse nell’incastro, in tanti, a cominciare dal Mike D’Antoni giallo-viola, dovrebbero rivedere le proprie incrollabili convinzioni. Bill Simmons lo da già ai Pelicans con Ryan Anderson – da anni considerato unanimemente il perfetto completamento di Howard – sull’aereo in direzione contraria.

Quello che interessa qui è che, in attesa di trade e dopo averlo provato accanto al 12 dall’inizio, Asik potrebbe costituire un cambio di lusso a Houston, uno di quelli che ad altre latitudini si sognano durante la notte. Se la sopracitata coesistenza funzionasse invece, la frontline di scorta dei Missili resterebbe comunque di sicuro interesse.

Il levriero Terrence Jones, attaccante atletico e versatile che già oggi è capace di procurare più di un grattacapo alle difese avversarie, garantisce rimbalzi e stoppate in buona quantità – sempre, beninteso, che avanzi qualcosa dal desco apparecchiato in precedenza da Howard e Asik e che il nostro si ricordi di rimanere concentrato sulla partita.

Al suo fianco, quando si alzerà la prima palla a due della gara, siederanno gli international player Donatas Motiejunas e Omri Casspi. Anche se l’israeliano è più una small forward, in pre-season è stato impiegato insieme al lituano nei due spot sotto canestro, in un quintetto decisamente atipico. Se dall’ex-Treviso ci si attende che faccia affiorare in superficie con maggiore frequenza il talento abbacinante che ha lasciato più volte intravedere, di Casspi si conoscono a menadito le caratteristiche.

Insieme all’altra ala piccola Francisco Garcia contribuirà a conferire ai Rockets quella pericolosità nel tiro dall’arco che si conviene a chiunque possa schierare sul campo un centro in grado di far collassare su di sè le difese avversarie. Già flirtavano con le 30 triple tentate in media a gara nella scorsa stagione.

Quest’anno che hanno aggiunto un perno in mezzo all’area non hanno davvero scuse. A completare il reparto ci pensa l’energica ala forte Greg Smith, giocatore tutto sostanza. E’ nella posizione di playmaker però che si annida l’altro dubbio amletico di McHale. Partire con Beverley o andare con Lin?

A dire il vero il buon Kevin ha già fatto sapere che sono entrambi considerabili giocatori titolari a tutti gli effetti, quindi la casella andrebbe lasciata vuota e il potenziale della panchina dei Rockets ridimensionato, ma in questo sport non si può giocare in 6 ed allora uno dei due vestirà la tuta, restando comodamente seduto, al momento del fischio di inizio.

Scegliete voi quale preferite, la sostanza non cambia. Sempre di elemento “above average” si tratta, se utilizzato dal pino. In un contesto generale di lavori in corso, qualche certezza la possono dare giocatori con buon chilometraggio NBA come Aaron Brooks e Ronnie Brewer. Houston, mi sa che il problema ce l’avranno gli altri!

1. New York Knicks (*).

Ok, d’accordo. In molti storceranno la bocca vedendo chi occupa la posizione più alta di questa graduatoria. Mi sembra pacifico. D’altronde se vedete bene, accanto al nome c’è in bella evidenza un asterisco. L’intero calderone di dubbi che bolle nella testa di ogni appassionato è compreso in quel minuscolo e quasi impercettibile segno che potrebbe significare “bene”, ma anche “non benissimo”.

Sono troppi infatti gli interrogativi che circondano la squadra della Grande Mela. Alcuni, in parte, hanno già avuto risposta.. negativa. Come sta Amar’e? Ormai di lui non si chiede più se sia compatibile con Melo oppure funzionale al sistema di Woodson, si domanda direttamente: è in grado di non essere dannoso per i suoi quando scende in campo?

Con lui in pantaloncini e canotta da gioco i Knicks l’anno scorso hanno avuto un record di 17-16. La sua convivenza con la superstar della squadra Anthony è apparsa a tratti seccante per chi osservava, seccata per i diretti coinvolti. Però Stoudemire, anche se è reduce dall’ennesima operazione al ginocchio in estate – sono 3 negli ultimi 12 mesi, ha pur sempre un passato – nemmeno così remoto – da All-Star e.. sai mai che ritrovi la sua anima nei meandri degli armadietti del Madison…

Mike Woodson ha già fatto sapere che proverà ad utilizzarlo in alternanza con Kenyon Martin, altro splendido 35enne che quando era nei suoi cenci qualcosina spostava sul parquet. Come fossero due ordinari turnisti alle prese con la sorveglianza di un qualche museo o luogo di culto (la Mecca del Basket può bastare??), dovrebbero timbrare il cartellino a giorni alterni. Vediamo se così facendo avranno la possibilità di rinverdire i fasti dei tempi eroici oppure saranno condannati a un pensionamento anticipato. Niente paura, qualora non funzionasse lo stratagemma e andasse tutto a carte quarantotto, è arrivato il fu-prima-scelta Andrea Bargnani a togliere le castagne dal fuoco.

Beh.. non esattamente. Andrea è forte, lo sappiamo. Però New York non è un bel posto dove presentarsi annunciati da etichette scomode. E quelle che accompagnano Bargnani parlano di giocatore soft, che ha disatteso le buonissime premesse che c’erano intorno al suo nome quando è entrato nella lega. Diciamo che la sua esperienza in Canada è andata peggiorando.

Quello che conta però è che, almeno nella metà campo offensiva, il numero 77 si sposa molto bene con le caratteristiche del gallo del pollaio. Minaccia di essere un’ottima arma nell’arsenale dei Knicks con la possibilità di spaziare il campo, appostandosi fuori dalla linea dei 3 punti, e fungere da fonte alternativa alla quale abbeverarsi quando le principali bocche da fuoco della squadra si sono per qualche motivo inceppate.

Tuttavia soprattutto dal punto di vista difensivo può rappresentare un’altra incognita. Chi invece nella metà campo dietro non è tipo da mettere sulla graticola è Metta World Peace, arrivato dai Lakers per rinforzare l’attitudine difensiva di una squadra che in questa stagione vuole essere più dura. Probabilmente i suoi giorni a Los Angeles erano terminati in quanto la sua personalità vulcanica tende a saturare l’ambiente in cui, di volta in volta, si viene a trovare per periodi di tempo prolungati. Così invece, fresco di cambiamento, può costituire un valore aggiunto dal punto di vista tecnico e umorale.

Può rivelarsi una presenza benefica al fianco di Melo, anche solo per l’atteggiamento in allenamento. Non si può però mettere le mani sul fuoco sulla bontà dell’operazione. Il Circo Togni che si porta dietro ha tutto fuorchè chiuso i battenti. Recentemente ha espresso la sua amarezza per la carenza di giocatori simili a lui in generale nell’NBA. E’ fondamentalmente il motivo per cui gli manca terribilmente Matt Harpring, suo vecchio compagno di battaglie.

Ecco, per tutta questa serie di motivi, il worst-case scenario che si potrebbe verificare proietta i Knicks molto più in basso in classifica, fino a farli scivolare almeno nella terra di mezzo (5° posto) – a giocarsi il derby delle incognite con gli Heat. Anche perchè di talento dalla panchina ce n’è da far venire la nausea.

Vogliamo parlare del lusso di avere J.R. Smith, l’ultimo vincitore del premio di sesto uomo dell’anno, l’ideale MVP nell’ottica di un ranking del tipo di quello che stiamo trattando in queste righe, nei propri ranghi? Ma stiamo scherziamo? direbbe Maccio Capatonda. Lui gradirebbe anche comparire qualche volta fra gli starter, ma è ipotizzabile che venga impiegato nello stesso identico modo del passato campionato.

Così con J.R., Udrih, Prigioni (quando Metta o Bargnani saranno inseriti in quintetto) e il figlio del titolare del primo crossover in grado di spezzare le caviglie ai difensori che si sia mai visto su un campo di gioco, Tim Hardaway Jr, anche il reparto esterni è sistemato. In particolare quest’ultimo sembra già pronto per offrire il proprio contributo alla causa. Se gli dei del basket buttano un’occhio, forse anche più di uno, dalle parti di Midtown Manhattan impedendo all’infermeria dei Knicks di riempirsi, non c’è second unit che tenga: a NY sono una spanna sopra a tutti gli altri.

 

Post By Tommaso Mandriani (54 Posts)

grande amante del basket, del vino e della scrittura, segue l’NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Nutre un’adorazione incondizionata per l’Avv. Federico Buffa e non perde occasione di leggere i pezzi mai banali di Zach Lowe.

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One thought on “Dimmi chi ti esce dal pino e ti dirò chi sei… (Part.2)

  1. leggere il commento su new york dopo aver visto la partita (ma era più un massacro) contro san antonio…
    ma il basket non è una scienza esatta e la stagione regolare è lunga prima dei playoffs

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