Ty Lawson, al momento è uno dei top playmaker della Lega

Che sarebbe stata una stagione particolare per i Denver Nuggets lo si sapeva fin dall’inizio. E, in effetti, le prime 15 partite di stagione hanno confermato l’impressione: partenza da incubo, aggiustamenti e recupero fulmineo, tutt’ora in atto con una striscia di 6 vittorie consecutive a sabato 30 novembre e 8 successi nelle ultime 10.

Una partenza all’insegna del saliscendi, ma, a ben vedere prevedibile. Dopo il repulisti generale di quest’estate, in Colorado si è salutato l’arrivo di un nuovo coach (Brian Shaw) e di quattro nuovi giocatori (Foye, Robinson, Hickson e Arthur) a fronte di partenze pesanti come quelle di Iguodala, Brewer e Koufos.

Il tutto shakerato con le assenze, più o meno lunghe, di Chandler e Gallinari, oltre all’infortunio che dopo poco ha messo fuori gioco, ancora non si sa per quanto, JaVale McGee, che, in teoria, doveva essere uno dei pilastri di questa stagione.

Bene, le prime 5 partite sono state, come detto, un incubo: 4 sconfitte, di cui due in casa, con un attacco sterile come da tempo non si vedeva da queste parti e una difesa incapace di contenere chicchessia. Una conseguenza diretta di più fattori.

Per primo il volere di coach Shaw, arrivato per fare tabula rasa dei diktat karliani (correre, correre, correre e giocare a segnarne uno in più dell’avversario) che negli anni avevano portato solo eliminazioni al primo turno (eccezion fatta per la cavalcata 2009/2010). L’ex assistente dei Pacers era stato molto chiaro: si cambia registro, gioco controllato e grande enfasi alla difesa.

Stop. Primo semaforo rosso. Il personale per questo tipo di gioco non è esattamente il più adatto. Lawson non è il play cerebrale che ti guida un attacco a metà campo, McGee non è l’uomo che vuoi servire in post basso per un canestro in gancio, Faried vive di agonismo e sudore. E questo solo per citare i tre giocatori più rappresentativi (senza considerare il Gallo, out per infortunio).

Aggiungiamoci che alcune scelte estive in free agency sono state, come dire, particolari, se si pensa al basket voluto da Shaw: Nate Robinson, che funzionava in un sistema a basso ritmo come quello di Chicago sì, ma perché era l’unica scheggia impazzita del gruppo e poteva uscire dalla panca e dare un po’ di brio, mentre a Denver di schegge impazzite, come visto, ce ne sono eccome. JJ Hickson, che è in sostanza un Faried dei poveri: poca tecnica, tanta intensità, zero difesa.

Da aggiungere a questo una chimica tuta da rifare, considerando il mercato estivo e i nuovi equilibri che in attacco, oltre che da Lawson, sarebbero dovuti passare (sic) da Javalone nostro. E in più i rumors che volevano (e forse vogliono ancora) Faried in uscita, essendo al suo terzo anno nella Lega, quindi a tiro di rinnovo contrattuale (situazione troppo lunga da analizzare qui), e che lo hanno spinto in panchina in avvio, con minutaggi bassissimi in favore della coppia Hickson-McGee (con buona pace della pelle d’oca che potrebbe venire a un, chessò, Tom Thibodeau pensando a quei due assieme in difesa). Per i soli parziali: 105,2 punti subiti di media, 98,4 realizzati, 43% al tiro e 17 palle perse di media. Un’ecatombe.

Dopo un inizio complicato anche Faried si è ripreso

Ma da qui, qualcosa è cambiato. E’ prevalsa la voce del gruppo, che voleva continuare a giocare un basket in stile George Karl, e Shaw, vedendo la mala parata, li ha ascoltati, forse anche per togliere alibi ai giocatori: della serie, “ok, facciamo come volete voi, così almeno se continuiamo a perdere vedete che non è colpa mia”.

E, invece, la squadra ha cominciato a vincere. Aiutata anche dal rientro di Wilson Chandler, che è un pezzo importante delle rotazioni, e dall’uscita (scusaci Javale) di McGee, Denver si è ritrovata, inanellando i numeri che snocciolavamo all’inizio. I punti segnati nelle ultime 10 sono passati a 107,5 mentre quelli subiti sono scesi a 101,8 e il tutto nonostante un calendario non semplice (già incontrati i Thunder, due volte Minnesota e Dallas, San Antonio, Houston, il calendario di Denver per ora è il 4° più difficile della Lega, tenendo conto della Strenght of Schedule). Come ci si è arrivati?

Volendola fare molto semplice, tornando al gioco di 12 mesi fa. Palla a Lawson, che al momento è tra i top 5 nel suo ruolo, e pedalare. Via i tiri dalla media, statisticamente i meno utili, e via ad attacchi continui al ferro, facendo leva sullo stesso Lawson e sui suoi palloni per Faried e Hickson, e in alternativa palla fuori per il tiro pesante, con Randy Foye che a questo capitolo sta dando un contributo notevole.

Per stare ai numeri: nelle prime cinque gare i Nuggets hanno preso 37 tiri a partita entro gli ultimi 3 metri del campo, convertendoli con il 49,7%, nelle seguenti 10 sono diventati 40, convertiti col 58. Nella restricted area (ossia appoggi o schiacciate), in particolare, i tiri sono passati da 27 a 31 a partita.

Tra i tre metri e l’arco dei tre punti, il tiro dalla media insomma, quello statisticamente meno conveniente, i tentativi sono passati da 29 a 24, convertiti comunque meglio (37% contro il 34), mentre giusto da tre punti i tiri sono aumentati (da 20 a 22), ma le percentuali sono scese (da 42% a 37). Un cambio di filosofia, insomma, netto ed evidente, che però era necessario e sta portando risultati indubbi: a oggi il record è addirittura migliore di quello di un anno fa, quando c’erano 8 W a fronte di 7 L.

JaVale McGee, uscito lui la squadra è decollata…

Ora rimane il problema della difesa, che è migliorata sì, ma soprattutto perché fare peggio di quanto non si fosse fatto fin lì era impossibile. I Nuggets continuano a subire troppo (ventiseiesimi per punti concessi su 100 possessi) e la cosa comunque non sorprende. D’altronde, quando perdi giocatori di impatto difensivo come Iguodala e Brewer sugli esterni non puoi non risentirne, specie se i sostituti non hanno caratteristiche neanche lontanamente paragonabili (il loro posto nelle rotazioni oggi è di Foye, Chandler e Hamilton).

Detto che anche l’anno scorso la difesa non è che fosse un fortino invalicabile. I problemi grossi, però, stanno venendo nei pressi del canestro dove, stante l’infortunio a McGee, ora la coppia titolare è Faried-Hickson, che darà anche dosi di energia pazzesche alla squadra, ma quanto a intelligenza difensiva è davvero da mani nei capelli.

Finora i due sono stati utilizzati in coppia per 229 minuti, nei quali gli avversari hanno messo assieme numeri buoni per segnare 110 punti ogni 100 possessi. Peggio di loro solo la coppia Faried-McGee, che in 55 minuti ha fatto abbastanza per concederne, in proiezione, 115. E qui, obiettivamente, ci sono delle domande da porsi.

I problemi difensivi di Faried erano ben noti da tempo, ma in estate si è pensato di risolvere il problema promuovendo titolare McGee e accoppiandolo con Hickson. E qui i numeri di poco fa parlano chiaro. L’ex Morehead State e l’ex Blazers sono degli istintivi di natura, che ti possono fare il grande gesto atletico, la stoppata con cui mandano la palla in quarta fila, la schiacciata che ti fa saltare sulla sedia. Ma quanto a letture difensive sono un pianto. Ed è un peso che ti porti dietro inevitabilmente.

Se non altro, la coppia di lunghi di riserva, Mozgov-Arthur, si sta segnalando per i motivi opposti. Mozgov dà ottima copertura al ferro, mentre il prodotto di Kansas è di gran lunga il miglior difensore della squadra. Per dire, con loro due in campo assieme i Nuggets concedono 92,3 punti per 100 possessi.

In conclusione, dopo il primo scorcio significativo di stagione, nonostante tutti i cambiamenti invocati durante la off season, siamo a dove eravamo un anno fa: record simile, squadra che corre, che in casa è quasi imbattibile (6-2), ma in trasferta fatica (3-4) e che gioca a farne uno in più degli avversari.

Il problema è che la qualità media della squadra si è abbassata e che la Northwest, al momento, è la division più competitiva della Lega, all’interno di una Conference selvaggia. Insomma, per quanto ora sia tornato un po’ di sole sulle Montagne Rocciose, la paura è che il buio sia sempre dietro l’angolo.

 

Post By nikfiumi (61 Posts)

Cestista, baskettaro, appassionato della palla a spicchi, fedele adepto del parquet.
Nato a pane e Danilovic, cresciuto a tarallucci e Ginobili, ho sviluppato col tempo un’insana passione per il basket a stelle e striscie e i Denver Nuggets, aggiungendo poi con calma interesse vivo per Football Americano (San Francisco 49ers) e Baseball (San Francisco Giants). Scrivo per diletto. Parlo a volte, a sproposito, su Radio Playit.

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One thought on “Denver Nuggets: rialzare la testa con cautela

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