Momento di grande incertezza per Kobe e i Lakers...

Momento di grande incertezza per Kobe e i Lakers…

Le parole hanno colpito i fans dei Lakers come un pugno da knock-out. Proprio quando s’iniziava ad intravedere la luce in fondo al tunnel, è arrivata la diagnosi impietosa: frattura al piatto tibiale sinistro.

Niente da fare: Kobe, che aveva appena iniziato a ingranare dopo il rientro a tappe forzate dall’infortunio al tendine d’Achille, si è ritrovato nuovamente fermo ai box, bloccato da un infortunio meno grave di quello occorso durante la partita contro i Warriors del 12 aprile scorso, ma che non per questo lascia dormire sonni tranquilli dalle parti di El Segundo.

Qualcuno ha iniziato a insinuare che il recupero record di Bryant abbia influito sul nuovo infortunio, mentre altri si sono chiesti ad alta voce se non fosse meglio per i Lakers e per il Black Mamba chiudere la sua stagione 2013-14 e pensare a recuperare per bene, lasciando perdere più partite possibile ai Lakers per regalarsi una scelta alta al draft.

È probabile che Bryant abbia effettuato la propria riabilitazione con meticolosità, ma senza risparmiarsi. È tornato appena si è sentito in condizione di tornare, senza dare al suo corpo un secondo di riposo in più di quanto strettamente necessario. Si è infortunato per questo motivo? Non è dato saperlo.

Kobe ha affermato che il suo tendine è a posto e che la frattura non è un grosso problema (sarà guarita tra circa un mese), rispondendo implicitamente in modo negativo a quanti gli suggerivano di prendersi una pausa più corposa. Bryant sa benissimo che questi Lakers, anche se si qualificassero rocambolescamente ai Playoffs, non sarebbero da corsa (ed è un eufemismo); vuole dunque tornare per dimostrare di esserne capace, per spirito di competizione.

Non che l’obiettivo a lungo termine sia cambiato: Bryant gioca per vincere il sesto anello, e per farlo da protagonista. Il resto (longevità, record di punti di Jabbar) sono dei bonus sul suo percorso. In questo senso, quasi nessuno (o forse proprio nessuno) ha sottolineato come un giocatore storicamente impaziente stia dimostrandosi paziente con una dirigenza che fino ad ora non ha impressionato per astuzia.

Qualcuno dice che giochi solo per i dollari, ma dopo aver accatastato 280 milioni in contratti con i Lakers, prendere 15 milioni o 23 non fa poi tutta questa differenza. Forse sarebbe stato meglio se avesse accettato un contratto come quello di Tim Duncan (che è il terzo giocatore più pagato degli Spurs), ma la verità è che un accordo di quel tipo non gli è nemmeno stato proposto.

Kobe ha accettato la prima offerta di Jim Buss, resta da vedere se l’erede di Jerry Buss sa cosa sta facendo e se questo contratto non sia una trovata di marketing per rabbonire i fans e Bryant durante gli anni della ricostruzione.

Se Buss junior ritiene che Kobe abbia firmato a cifre così alte per poi starsene zitto e tranquillo mentre i Lakers sprecheranno i suoi ultimi anni di carriera vivacchiando ai margini della NBA che conta, temiamo che dovrà ricredersi.

Già, Jim Buss. Il nuovo “capo” dei Lakers, quello che si è insediato e immediatamente ha cercato di smantellare la squadra delle tre Finali consecutive, prima scaricando lo staff tecnico dell’odiatissimo Phil Jackson, e chiamando Mike Brown a sostituirlo.
Poi, ha provato a prendere Chris Paul (e ci sarebbe riuscito, se David Stern non si fosse messo di traverso).

Registrata la ribellione di Odom, l’ha silurato mandandolo a Dallas in cambio di spazio salariale (semplifichiamo così la traded player exception), usato a un anno di distanza per firmare Steve Nash, un trentottenne messo sotto contratto a nove milioni per tre stagioni. Nel frattempo, si è sbarazzato di Andrew Bynum, che stava diventando ingestibile, ottenendo in cambio il massimo possibile, cioè Dwight Howard. Sappiamo bene com’è andata a finire.

Lungo la strada ha scaricato in modo inelegante Derek Fisher, si è inimicato Jackson e il pubblico dello Staples oltre a sua sorella Jeannie, è diventato lo zimbello dei commentatori del L.A. Times e dell’Orange County per via della sua mania di girare sempre con un cappellino da baseball in testa, a coprire l’incipiente calvizie.

Buss non ha mai fatto dei cattivi scambi; per Fisher ottenne Jordan Hill, che si sta rivelando molto meglio della “sola” che si pensava fosse. Assieme ad Howard arrivò Earl Clark, che ha disputato un’ottima stagione.

Tuttavia, questo non può cancellare che abbia ereditato una squadra che giocava per il titolo e nel giro di tre stagioni l’abbia portata a essere una squadra da lottery.

Rispetto a suo padre e a sua sorella, Jim Buss ritiene di essere competente a sufficienza da gestire in prima persona le “basketball operations”, e quindi ha relegato Mitch Kupchack ad un ruolo subalterno, optando per lo smantellamento di uno staff tecnico che rappresentava il passato, senza farsi troppe domande sulle conseguenze di una rottura così netta.

Oltre ad aver cacciato Ronnie Lester, che pure era stato il suo mentore, assunse Mike Brown, l’allenatore concettualmente più distante da Jackson che si potesse trovare, senza rendersi conto che una guida così diversa avrebbe impattato su un roster abituato a vincere con un certo modo di allenarsi e di relazionarsi.

Ha scaricato Lamar Odom in gran fretta, creando problemi di playmaking risolti solo molto parzialmente dal ripiego su Ramon Sessions, andando poi a proporre un contratto troppo rischioso a un giocatore vecchio come Nash. Steve è sicuramente un professionista eccellente, ma quando si va per i quaranta l’integrità fisica è sempre una scommessa e i fatti l’hanno dimostrato.

Howard è un’altra mossa rivelatasi azzardata: si sapeva dell’atteggiamento bambinesco del centro allora in forza agli Orlando Magic, e anche della sua volatilità. Andarlo a prendere in scadenza di contratto è stata un’altra scommessa che i Lakers hanno perso in modo clamoroso.

Durante la passata off-season molti commentatori hanno ridicolizzato le scelte dei Lakers, da Wes Johnson a Nick Young passando per Chris Kaman e Xavier Henry. In realtà Los Angeles si è trovata a fare i conti con le scelte dei due anni precedenti, che l’hanno condotta dritta dritta ad avere zero flessibilità salariale e un roster impoverito dalle partenze (quelle volontarie come Dwight e quelle dettate da considerazioni economiche, come quella di World Peace).

I Lakers pensavano di ricostruire attorno ai veterani e a uno tra Howard e Paul, ma in entrambi i casi, è andata male. Perso Dwight, hanno dovuto firmare per quello che il mercato offriva e che il loro monte salariale consentiva di prendere: sono arrivati dei giocatori di talento ma disfunzionali, scaricati dalle rispettive squadre.

In più, sono state fatte delle mosse che strizzano l’occhio alla tifoseria: dal ritorno di Jordan Farmar a quello di Kurt Rambis in panchina, sembra che si sia invertita la tendenza che portava alla rottura con il passato recente della franchigia.

Nessuno nell’organizzazione dei Lakers pensava che con Nick Young (top scorer con 16.2 di media), Johnson e Kaman la squadra sarebbe stata competitiva, ma semplicemente, non c’era scelta.

Il roster odierno ha un record di 13-19, nemmeno poi così tanto lontano da quello dei Lakers dell’anno scorso (con i “cinque Hall of Famer” al 1 gennaio 2013 erano 15-16) e il mix di giocatori in scadenza e in cerca di riscatto sta evitando il tracollo, nonostante le catene d’infortuni che contribuirono a compromettere la scorsa stagione non si siano per nulla arrestate.

In tutto questo, Mike D’Antoni sta andando meglio del previsto. I suoi Lakers non difendono bene, ma sono una squadra elettrica, vogliosa; sono molto scarsi (oltre che decimati dagli infortuni), ma ce la mettono tutta. Contrariamente a quanto continua a scrivere la stampa, il pubblico sta seguendo con partecipazione le gesta di Nick Young nei panni di un improbabile leader, di Henry in quelle del playmaker e via dicendo.

Quanto durerà è tutto da vedere, ma riteniamo che qualunque abbonato NBA preferisca una o due stagioni nei bassifondi per ricostruire piuttosto che continuare a vivacchiare senza nessuna reale chance di titolo per anni ed anni, un po’ come a New York, dove, curiosamente, nessuno vuole parlare di ricostruzione per non adirare i tifosi, supposti viziati, quando in realtà da quasi tre lustri i fans del Madison Squadre Garden sottoscrivono costosi abbonamenti per veder giocare delle squadre oscillanti tra il rivedibile e l’osceno.

Ma come stanno giocando i Lakers odierni? 103.9 punti concessi per 100 possessi sono decisamente troppi e con il 47% di rimbalzi disponibili catturati, si collocano al penultimo posto tra le 30 squadre, ma il 59.7% dei loro punti arriva da assistenza e sono terzi per “pace” offensivo.

Considerati gli infortuni ai playmaker e a Bryant, non sono cattivi numeri, anche se i Lakers stanno tirando solo con il 49.5% dal campo (in termini di percentuale effettiva), con un differenziale negativo di 4 punti tra punti segnati e punti subiti.

Questa non è una squadra che si rimetterà magicamente in piedi al rientro di Bryant o Nash, perché, come tutte le squadre di D’Antoni, è difensivamente scriteriata, ha troppi giocatori “in cerca d’autore” e problemi in frontline per essere veramente produttiva. Il potenziale offensivo non è neppure poco, ma resta da capire se ci sarà il tempo per vederlo dispiegarsi o se gli infortuni continueranno a falcidiare il roster. Visto che Farmar è appena tornato in infermeria, accompagnato da Henry, opteremmo per la seconda opzione.

D’Antoni è sempre stato un allenatore che si esalta nelle difficoltà; ritenuto a torto da Jim Buss l’uomo giusto per guidare i Lakers della scorsa stagione, è viceversa perfetto per la squadra di quest’anno: una formazione che vive alla giornata, con l’orgoglio di chi non ci sta a farsi etichettare come perdente prima ancora di scendere in campo. Mike allena con molta più convinzione dello scorso anno, si espone per difendere i suoi giocatori. Insomma, dà l’impressione di crederci.

Resta da vedere che succederà durante l’estate. I Lakers sono pronosticati protagonisti della prossima free agency, che include (tra chi potrebbe optare per uscire dal contratto e chi è vincolato da un’opzione a favore della squadra) LeBron James, Carmelo Anthony, Eric Bledsoe, Lance Stephenson, Thabo Sefolosha, Paul Pierce, Evan Turner, Luol Deng, Dwayne Wade, Rudy Gay, Chandler Parsons, Zach Randolph, Greg Monroe, Chris Bosh.

I gialloviola hanno però rifirmato Bryant a cifre molto alte e questo significa che avranno relativamente poco margine di manovra per tentare di attrarre più di una superstar.

Per giunta, D’Antoni non è esattamente un allenatore capace di farsi amare delle stelle. A Phoenix compromise il suo rapporto con Amar’e, a New York quello con Anthony (che è uno dei free agent disponibili, tra l’altro). Esiste dunque la possibilità che a maggio, comunque finisca la stagione, i Lakers ringrazino D’Antoni e lo salutino anticipatamente, soprattutto se hanno intenzione di andare a fare la voce grossa sul mercato degli “agenti liberi”, o anche soltanto di rifirmare Pau Gasol, i cui rapporti con l’allenatore sono decisamente tesi.

Se l’anno scorso era più facile dare ragione all’ala di Barcellona (perché un sistema offensivo in cui non c’è posto per un giocatore come Gasol non è, per definizione, un buon sistema), quest’anno si è più inclini a capire la ragioni dell’allenatore del West Virginia. Gasol è in innegabile declino fisico e non è più il giocatore impattante degli anni belli; difensivamente è sceso di livello ma soprattutto il suo atteggiamento, perennemente infastidito da qualcosa, non giova nel rapportarsi con un allenatore poco incline alla flessibilità come Mike D’Antoni.

Dopo uno scambio di gentilezze duro e pubblico tra i due, sono spuntate mille ipotesi di trade, ma per il momento lo spagnolo resta in maglia gialloviola. Pau è in scadenza e comanda 19 milioni; se i Lakers decidessero di scambiarlo, dovrebbero quasi certamente dire addio alla flessibilità salariale richiesta per provare a prendere dei free agent di peso.

L’ultima notizia è di un possibile scambio con Cleveland: i Lakers otterrebbero il contratto di Andrew Bynum (presumibilmente solo per tagliarlo prima del 8 gennaio, data oltre la quale il suo intero contratto diventerà garantito) e un altro giocatore (magari un giovane sul quale i Cavs sentono di aver sbagliato, come Waiters o Bennett?), cioè la differenza tra lo stipendio dello spagnolo e del centro originario del New Jersey.

Uno scambio del genere sarebbe una dichiarazione di resa incondizionata che può stupire solo gli ingenui: questa squadra non sta andando da nessuna parte, scaricare Gasol vorrebbe dire risparmiare più o meno 20 milioni, e se si riesce a farlo ottenendo un altro contratto in scadenza, l’operazione non sacrificherebbe quello spazio salariale che occorre a Los Angeles per competere sul mercato estivo.

Se viceversa tratterranno Gasol oltre la deadline di febbraio, i Lakers potrebbero sperare poi di rifirmarlo (a cifre evidentemente molto inferiori) in estate, una volta raggiunti gli obiettivi di mercato. Gasol sarà disposto a tornare a giocare per D’Antoni? Se Mike è stato capace di recuperare il rapporto con Stoudemire, potrebbe farcela anche con Pau, ma è l’ennesima incertezza che adombra il futuro dei Los Angeles Lakers.

È probabile (ma non certo) che i gialloviola rimarranno fuori dai Playoffs, ma allo stesso tempo non stanno andando così male da garantirsi una delle primissime scelte. Posto che nel draft ’14 anche la quinta-sesta chiamata sarà grasso che cola, i Lakers rischiano di rimanere esclusi dalla lista di chi si potrà aggiudicare uno tra Exum, Smart, Wiggins, Parker, Embiid, Young e Randle.

I Lakers attuali, firmato un free agent (fosse anche LeBron James), non sarebbero automaticamente la contender che serve a Kobe per conquistare il sesto titolo. Riuscire a firmare due stelle due sarà difficilissimo, perchè Los Angeles ha già investito 36 milioni in contratti.

Il cap del 2014-15 dovrebbe aggirarsi attorno ai 62 milioni, il che significa che rimarranno più o meno 20 milioni (23 e mezzo, se abbiamo fatto bene i nostri calcoli…) di spazio, a meno che si decida per spalmare il contratto di Nash mediante la stretch provision, eliminando altri sei milioni dal cap.

Considerate tutte queste variabili e altre ancora, non sarebbe serio pretendere di sapere già oggi che cosa succederà da qui a giugno e meno ancora stabilire con che roster Los Angeles si presenterà al training camp delle Hawaii del prossimo settembre.

I Lakers si trovano loro malgrado a dover gestire la transizione tra l’era Bryant e la ricostruzione senza avere le risorse per costruire una squadra competitiva nell’immediato. Sperano di riuscire a portare a Los Angeles il talento necessario (via draft e/o free agency) durante la prossima stagione, ma non sarà un’operazione semplice.

L’unica alternativa è una ricostruzione graduale che non comprometta la flessibilità economica in vista della free agency del ’15, quando saranno probabilmente disponibili Kevin Love, Kahwi Leonard, Millsap e Aldridge, ma sarebbe solo un modo per rinviare il problema senza risolverlo.

Nella migliore delle ipotesi, l’anno prossimo i Lakers si presenteranno ai nastri di partenza con Bryant, Gasol, una stella firmata durante l’estate e una prima scelta promettente. Nella peggiore, strapagheranno dei free agent non di prima fascia, prolungando l’agonia della fine carriera di Bryant.

Non sappiamo quanti anni abbia ancora in serbo Kobe. Tre stagioni fa, si pensava che avesse in faretra al massimo due annate ad alto livello, ma è arrivato a tre con facilità. Lui ostenta fiducia nei confronti del proprio fisico e dell’organizzazione per cui gioca, ed in fondo, ha già vissuto una ricostruzione apparentemente impossibile nel 2007-08; non sappiamo quanta benzina ritenga di avere ancora in serbatoio, e non sappiamo cosa gli abbiano prospettato Buss e Kupchack.

La manovra di Buss è spregiudicata, ma non è priva di logica: rifirmando Kobe a quelle cifre ha mandato un messaggio forte e chiaro (i Lakers si prendono cura dei loro giocatori franchigia) mantenendo abbastanza spazio da attirare un free agent di fascia alta. Nelle sue idee, un one-two-punch è sufficiente per competere, anche perché attirerebbe tutti quei giocatori disposti a tagliarsi lo stipendio pur di respirare aria di Finali e per come sta andando la stagione, è plausibile che il draft regali un giovane giocatore di prospettiva.

Quant’è realistico questo scenario? Sicuramente Bryant gode della stima e del rispetto di Wade e James, per citare due che sono stati suoi compagni alle Olimpiadi, ma ci sono veramente troppe variabili da tenere in considerazione per stabilire un grado di probabilità. Quel che è sicuro è che i Lakers si sono collocati nella miglior posizione possibile per fare un tentativo, alla luce delle circostanze.

La differenza la faranno la capacità di reclutamento di Bryant, l’esito della stagione dei Big Three di South Beach e le palline nell’urna della lottery.

I Miami Heat insegnano che la free agency è un’arma preziosissima per ricostruire rapidamente, ed è quello che i Lakers vorrebbero fare. È altresì vero che gli Heat sono stati miracolati dalla convergente volontà dei Tres Amigos di giocare insieme.

Se a James non verrà voglia di provare ad inserirsi nel solco dei grandi che sono transitati per la metropoli californiana, i Lakers rimarranno a bocca asciutta, o peggio: andrà come ai New York Knicks, che nell’estate del 2010 speravano proprio in LeBron, e si ritrovarono con Amaré Stoudemire, con le conseguenze che ben conosciamo.

 

Post By Francesco Arrighi (97 Posts)

Giurista in erba (qualsiasi cosa ciò significhi), seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, le due persone alle quali, cestisticamente parlando, sento di dovere quasi tutto;
una volta mi chiesero: “Ma come fai a saperne così tante?” Un amico rispose per me: “Se le inventa”.

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3 thoughts on “Il destino di Kobe e dei Lakers

  1. Penso che c’è da considerare il ritiro di Nash a fine stagione. Altri 9.8 milioni che si liberano nel cap.
    Penso che d’Antoni sarà salutato (chi potrebbe arrivare al suo posto???) e anche Gasol.
    Ricostruire con, azzardo io, Kobe – Anthony – Monroe – scelta alta draft 2014 (un playmaker tutta la vita) non è poi così male. Sicuramente si ritorna ad essere competitivi, chiaramente va fatto tutto un discorso sul supporting cast da affiancare a questi 4 nomi.

  2. E’ davvero troppo presto per pensare al sostituto di D’Antoni, nel senso che bisognerà vedere cosa succederà sulle altre 29 panchine da qui a giugno. Attualmente, ci sono disponibili i due Van Gundy, uno dei quali è un innamorato di Kobe (Jeff).
    Regna l’incertezza (cosa farà Nash? I Lakers riusciranno a sbarazzarsi del suo contratto o dovranno usare la stretch provision? Quanto alta sarà la scelta? Io, ad esempio, la userei per il giocatore più forte, a prescidere dal ruolo, perché è verissimo che serve un esterno atleticamente fresco ma anche un big man non sarebbe disprezzabile).
    Per il momento si può solo stare alla finestra e attendere gli sviluppi.

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