melo464764La stagione dei New York Knicks era iniziata con i migliori auspici: la squadra infatti proveniva da una regular season 2012-2013 condotta ad altissimo ritmo, terminata con 54 vittorie (numeri che non si raggiungevano da quasi un ventennio), la seconda posizione nella Eastern alle spalle degli Heat ed un Carmelo Anthony che aveva coronato un’annata da potenziale MVP con un mese di aprile stratosferico fino ad un infortunio ad una spalla sospetto – e sottovalutato –, aggravato nell’ultimo scontro con i Pacers in cui dovette lasciare il parquet anzitempo.

L’infortunio alla spalla, trascurato e la cui gravità è stata nascosta ai media fino a playoff inoltrati, ha costituito il più classico inizio della fine. I playoff infatti – in cui si era partiti con il secondo miglior record della regular season – non sono andati come i tifosi sognavano, e dopo una sofferta vittoria contro i resti dei Celtics che furono, è arrivata un’uscita di scena rovinosa al secondo turno contro i rampanti Pacers di Paul George.

Nella post season è crollato il rendimento di uomini chiave come il sesto uomo dell’anno JR Smith, il perno difensivo Tyson Chandler, il presunto playmaker titolare Iman Shumpert, e i problemi alla spalla di Melo hanno influito non poco sulle sue prestazioni.

Il mercato estivo in seguito aveva modificato la composizione del roster, apparentemente rinforzato dagli arrivi di Metta World Peace, Beno Udrih e soprattutto Andrea Bargnani, arrivato a New York in cambio dell’impressionante accoppiata Novak-Camby, ma, si diceva non a caso “apparentemente rinforzato”, perché la realtà ha dato responsi differenti.

Metta si è rivelato un ex-giocatore di pallacanestro, costantemente infortunato e pronto per commentare le partite da un accogliente sky-box, Udrih avrebbe dovuto essere il back-up di Felton (sul fatto che Felton sia il play titolare di una squadra NBA si potrebbe scrivere un saggio) e invece ha giocato molto per gli infortuni del collega, ma in modo indecente, mentre Bargnani avrebbe dovuto costituire la nuova seconda opzione offensiva dietro Melo, il lungo tiratore che avrebbe potuto dare una dimensione esterna liberando spazio a Anthony, al contrario ha sortito un equivoco tattico insolubile per i suoi compagni di squadra (in difesa in aiuto potrebbe essere facilmente il peggior giocatore della lega), a rimbalzo è una penale esosa da pagare contro chiunque, e in attacco, salvo qualche illusione iniziale, non ha portato alcun beneficio al (non) gioco dei Knicks.

Oltre all’inefficienza dei nuovi arrivati, al salary cap ingolfato dal contratto spaventoso dell’ex superstar Stoudemire (ahinoi quello che calca il Madison di tanto in tanto non è e non sarà mai più lo Stat dei Suns o dei primi sei mesi ai Knicks), l’altro fattore che ha condizionato la prima drammatica metà della stagione newyorchese è stato il livello di gioco dei vari Felton, JR, Shumpert e lo stesso Chandler (considerato una pietra inamovibile per l’anti-sistema NY), sceso in modo inammissibile per coloro che dovrebbero essere titolari – o sesti uomini nel caso di Smith – in una squadra che avrebbe dovuto/potuto puntare ad una posizione di classifica decisamente diversa da quella in cui ora si trova (record di 17 vittorie e ben 27 sconfitte, eppure incredibilmente ancora in corsa per i playoff).

Avere un coach come Mike Woodson in questo contesto di sicuro non aiuta: l’ex assistente di Mike D’Antoni infatti si è rivelato un allenatore che definire mediocre sarebbe utilizzare un ardito eufemismo, incapace di creare uno schema di gioco differente dal “palla a Melo e vediamo cosa si inventa”, decretando la nascita di una pallacanestro imbarazzante dove il concetto di schema non esiste, in cui si improvvisa e ci si muove senza logica per il campo, e, se per la fase offensiva il talento sconfinato di Anthony garantisce punti anche nelle situazioni più critiche e inguardabili, nella fase difensiva il regno del Caos equivale a stendere tappeti rossi per le penetrazioni degli avversari, sbagliare tutti gli switch, raddoppiare a caso e concedere valanghe di tiri aperti o in ritmo.

Carmelo nel bel mezzo di questo guazzabuglio, nello spogliatoio più ingestibile della lega (in cui girerebbe anche il buon K-Mart,perché di bravi ragazzi ce n’erano abbastanza), non ha aiutato a rasserenare gli animi quando all’inizio della stagione ha dichiarato di voler testare il mercato dei free agents al termine della stessa, salvo poi ritrattare qualche tempo dopo dicendo di volersi ritirare in maglia Knicks, dando indubbiamente una ammirevole prova di coerenza.

I media di New York – non esattamente i più morbidi nel mondo della NBA – non attendevano altro per iniziare le loro mille speculazioni sulla possibile futura destinazione di Melo, sui dubbi sempre più forti riguardo alla sua eventuale estensione con i Knicks (la squadra che, ricordiamolo, può garantirgli lo stipendio più alto in assoluto) ; quindi da novembre è iniziata la seconda parte del MeloDrama, il teatrino che ha vissuto il suo primo tempo in occasione del passaggio dell’ex Syracuse dai Nuggets a New York nel febbraio 2010.

In campo comunque a Melo si può imputare ben poco, è il giocatore che ha meno colpe per la situazione disastrosa del team, sta disputando l’ennesima stagione straordinaria con i career high in rimbalzi (9 a partita, più di Hibbert e di altri giocatori che dovrebbero catturarli per mestiere), % da tre, % ai liberi, stoppate e palle perse, il tutto condito da 27 punti abbondanti (secondo nella classifica cannonieri, alle spalle del solo Durant) e da tre assist a partita.

Ora sembra addirittura in uno di quei periodi dell’anno in cui diviene assolutamente inarrestabile per chiunque: i 62 punti contro i Bobcats sono stati frutto di una prestazione da leggenda, e sono stati seguiti da altri 35 ai danni dei Laker s dell’amato D’Antoni, due prestazioni che hanno risollevato il morale della squadra (contro i Lakers si sono visti decisamente più in palla Chandler, Hardaway, Felton e JR), coincise con due vittorie convincenti e soprattutto vitali per l’avvicinamento alla zona playoff, ormai quasi agganciata – ma va ribadito che il livello bassissimo della Eastern di quest’anno è qualcosa che raramente si è visto nella NBA.

Prima delle ultime due vittorie però c’erano state cinque imbarazzanti sconfitte consecutive – senza contare le poco lusinghiere strisce dei mesi precedenti – ed i rumors sul futuro di Carmelo erano tornati ad essere insistenti, complici le sue neanche troppo velate lamentele verso il coach e verso la scandalosa qualità della difesa e del gioco della sua squadra. Sinora sono state tre le destinazioni considerate più in voga per il fenomeno di New York: Clippers, Lakers e Bulls, ognuna con le proprie carte da giocarsi, strategie differenti, l’efficacia delle quali sarà tutta da verificare, anche perché Anthony non si è – ovviamente – sbilanciato, infittendo la nebbia che avvolge il suo nome alla voce “franchigia per il 2014-2015”.

Le voci di corridoio coinvolgenti i Clippers parlavano di un potenziale scambio Melo per Griffin più scelte, uno scambio certamente affascinante: New York riceverebbe una star giovane ed in netta ascesa come Blake, mentre i Clippers avrebbero la superstar dal talento infinito ideale da affiancare a Paul (e a Melo gioverebbe tantissimo della presenza dell’amico play, significherebbe un maggior numero di tiri in ritmo ad alta percentuale, un sogno per chi è stato costretto a vivere di pane e Felton/Prigioni/Toney Douglas per quattro anni) e potrebbero realisticamente puntare all’anello.

Tuttavia Doc Rivers ha presto smentito tali voci e non si sa quanto effettivamente in esse vi fosse di fondato; presto in ogni caso questa ipotesi è destinata a cadere dato che, a meno di sign-and-trade entro la dead-line, i Clippers dovranno dire addio al sogno Carmelo, in quanto non potrebbero offrirgli nulla se davvero l’estate prossima diventasse free agent.

Dei Lakers invece si è iniziato a parlare fin dall’estate scorsa, considerata l’amicizia tra Kobe e Melo, ed il fatto che si tratti di una gloriosa franchigia tutta da ricostruire per tornare ai massimi livelli, l’ipotesi di firmare Anthony nella free agency 2014 è stata cavalcata con facilità ed è tutt’altro che tramontata; anche se il recente rinnovo biennale di Bryant per 48 milioni ha reso assai più complicate le possibilità di costruire una squadra vincente attorno al potenziale duo di realizzatori più forte che la storia della lega abbia mai conosciuto.

Infatti i Lakers, oltre ad essere uno dei maggiori mercati d’America, sono una delle poche squadre che possono offrire il massimo salariale a Carmelo, ma rinnovando Kobe a quelle cifre hanno praticamente bruciato ogni possibilità di creare una squadra con ambizioni da titolo nel breve periodo, poiché la presenza delle due superstar esaurirebbe gran parte del salary cap, impedendo l’ingaggio di un supportino cast all’altezza, condizione indispensabile per una squadra da titolo.

L’unica chance reale – anche se tutt’altro che scontata – di costruire un team interessante ed ambizioso è la seguente: Melo in estate firma per i Lakers rinunciando a qualche milione (nello stile di Lebron quando ha firmato con gli Heat), i Lakers tengono come punti fermi Marshall come play, Nick Young come sesto uomo, Meeks e qualche altro comprimario da rinnovare a cifre contentissime, e al draft si presentano con una delle prime sei o sette chiamate (possibile dato che il tanking sta prendendo piede in California ultimamente) e riescono a pescare uno fra Randle, Embiid, Exum o Smart (nel caso di quest’ultimo però non avrebbe molto senso tenere Marshall, se non come bcak-up extra-lusso).

Un quintetto Marshall, Kobe, Melo, Randle, Hill non sarebbe affatto un cattivo modo di presentarsi ai nastri di partenza della prossima stagione, così come un terzetto di esterni come Smart, Kobe e Melo non lo avrebbe nessuno nella lega. Difficile che accada, ma se accadesse i tifosi giallo viola potrebbero ricominciare a sognare.

Chicago forse è la destinazione di cui finora si è sentito parlare di meno, per diversi fattori: mercato minore rispetto a Los Angeles e New York, dirigenza che non vuole concedersi spese folli, tantissimi dubbi sul rientro ad alto livello di Derrick Rose, speculazioni sul futuro di coach Thibodeau, e una certa ritrosia ad attirare troppe luci sul futuro della squadra ha contribuito a tenere i rumors sotto il livello di guardia, ma forse si tratta dell’ipotesi più percorribile.

L’addio di Deng e la quanto mai probabile amnesty da utilizzare su Boozer hanno creato un vuoto nelle posizioni di ala piccola ed ala grande, guarda caso le posizioni in cui gioca il 7 dei Knicks; inoltre il fascino di poter essere finalmente allenato da un grande coach sarebbe di indubbia attrazione per Anthony (e ne avrebbe bisogno come giocatore), poter condividere le responsabilità con un altro grandissimo come D-Rose sarebbe la classica ciliegina sulla torta, ma, come anticipato, nessuno può garantire che Rose torni ai livelli che lo hanno consacrato MVP – il più giovane della storia –nella stagione 2010-2011. Anche in questo caso un potenziale quintetto Rose, Butler, Anthony, Gibson/Mirotic, Noah iscriverebbe d’obbligo Chicago alla voce contender e la posizionerebbe immediatamente accanto a Miami ed a Indiana nella Eastern Conference.

Per il più classico dei “last but not least” l’ultima ipotesi ci porta a considerare la possibilità niente affatto remota che Carmelo scelga la strada dell’estensione con i suoi Knicks, la sua casa e la franchigia che nel 2010 si è dissanguata per averlo, e, elemento non meno importante per un fuoriclasse giunto alle soglie dei trent’anni, la franchigia che può offrirgli il contratto più ricco (qualunque altra squadra arriverebbe a potergli garantire come minimo il 30% in meno).

New York offrirebbe la ricchezza – come se non fosse già abbastanza ricco, ma possibili discorsi etici non hanno senso per una star NBA – ma azzererebbe o quasi le probabilità di arrivare a vincere il tanto anelato anello, dato che si tratta di una squadra ad oggi priva di senso e totalmente da riprogrammare, tenendo conto del fatto che i contratti Bargnani, Chandler e soprattutto Amar’e di cui liberarsi appare un’impresa più che titanica, ed una stagione 2014-2015 di nuovo fallimentare per Melo potrebbe (o dovrebbe?) non essere accettabile, senza l’assicurazione che una dirigenza capitanata da un emerito incompetente come Dolan possa compiere le mosse giuste per costruirgli attorno un team competitivo.

La MeloDrama al suo secondo atto quindi appare ancora più intricata di quanto si potesse immaginare e non è realisticamente pensabile poter indovinare quale sarà il suo finale, ad oggi le possibilità di una sua permanenza a New York forse sono in lieve risalita, però Carmelo deve decidere cosa vuol fare del suo immenso talento: continuare ad abbagliare le notti dei tifosi senza vincere alcunché oppure entrare nella storia e vincere l’anello che sicuramente meriterebbe un fuoriclasse come lui?

“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”, citando Il cinque maggio manzoniano si vuol far capire che soltanto alla fine di questo teatrino si potrà trarre ipotizzare il futuro di Carmelo, e soprattutto solo alla fine della sua carriera si potrà valutare se avrà scelto le ragioni del portafoglio o quelle del cuore, quelle che possono portare (dato che nessuna squadra conferisce automaticamente la certezza matematica della vittoria) all’Olimpo del basket.

 

Post By Marco (20 Posts)

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2 thoughts on “MeloDrama 2.0

  1. Scommetto che rinnova con i Knicks e si fa tradare in seguito. Questi tizi ucciderebbero per denaro, e nel suo caso non sono pochi, i dindi. Giusto Ray Allen ha rinunciato a qualche spicciolo di Boston (un par di milioni, tipo) per vincere con Miami. Capirai, dopo 15 anni di carriera qualcosa da parte se l’era messa.
    Anthony mi pare uno che fatica a uscire dal ghetto, invece. Difatti l’anello gli interessa solo per battere cassa con gli sponsor: un campione NBA incassa di più.

  2. Caro Marco, l’articolo che hai pubblicato è molto buono, riassume in modo chiaro la situazione che sta vivendo ora Carmelo.
    Per il bene di Melo, spero che faccia un ottima scelta e che sceglierà con il proprio cuore e non facendosi influenzare da altri.Perchè se sceglierà con le ” ragioni del portafoglio”tutto sarà diverso!
    Scegli e va dove ti porta il cuore!!!
    Inbocca a lupo Melo!!:)

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