Quanto dura la rifondazione di una squadra nel baseball? Senza un payroll di primissima fascia alle spalle almeno cinque stagioni; tanto ci impiegato giovani e prospetti, primi tasselli del processo, ad essere produttivi al 100%. Il tutto con un margine minimo di errori di valutazione e al netto di infortuni, nota dolente dello sviluppo della quasi totalità dei pitchers.

Nella MLB attuale tante sono le squadre impegnate a ricostruire, praticamente tutte quelle non in lotta per la post-season o sospese nel limbo della mediocrità delle 75/80 vittorie: nessuna, però, è più facilmente identificabile degli Houston Astros, numeri alla mano il peggior team in assoluto delle ultime due stagioni.

L’ultima stagione in vincente, almeno in termini di W-L visto il saldo negativo tra runs segnate e subite di quell’anno, è stata il 2008 quando il team chiuse vincendo 42 delle ultime 66 gare disputate. Di quella squadra facevano parte Lance Berkman (160 OPS+), ultimo rappresentante delle mitiche “Killer B’s”, Carlos Lee (145 OPS+); la rotazione vide Roy Oswalt, Wandy Rodriguez e Randy Wolf chiudere con un’ERA+ di 119. Jose Valverde, che guidava un bullpen di buonissimo livello, terminò la stagione con 44 saves.

Wesley Wright, unico superstite del 2008

Di quel parco rilievi faceva parte, anche se in pochissimi se ne ricorderanno, anche Wesley Wright, rilievo mancino scelto nel draft cinque anni prima dai Dodgers; proprio lui, che in questo 2012 guida l’intera MLB per gare giocate (insieme a Shawn Camp) è l’unico superstite di quella squadra. Grazie ad un controllo molto migliorato negli anni, ora vanta un’ERA+ di 133 ed è uno dei migliori rilievi in circolazione, almeno nella National League.

E gli altri? Wandy Rodriguez e Carlos Lee sono stati gli ultimi, in ordine di tempo, a lasciare il Texas lasciando Wright come unico filo conduttore tra il presente e il passato; Berkman sembra arrivato al capolinea della sua fantastica carriera, Wigginton, Bourn, Pence, Oswalt, Valverde, Wolf e Byrdak continuano ad essere protagonisti, anche se con risultati diversi. Doug Brocail, in campo nel 2008, ora fa parte dei pitching coaches.

Tutto pronto per la ricostruzione quindi? Ovviamente sì, anche se la prima mossa non ha riguardato il roster: nel novembre del 2010, infatti, il team è stato messo in vendita e la nuova proprietà, che fa capo all’imprenditore texano Jim Crane, si è insediata ufficialmente il 17 novembre 2011. contestualmente è stato approvato lo spostamento della franchigia nell’American League, una mossa che potrebbe frenare lo sviluppo del team, specialmente in termini di risultati nel breve termine.

L’otto dicembre 2011 è un’altra data importante per Houston: Jeff Luhnow prende il posto di Ed Wade, l’amante dei rilievi, come nuovo GM degli Astros con il difficile compito di rifondare la squadra a partire dalla farm, una delle peggiori tra le 30 squadre nonostante le cessioni illustri alla deadline di cinque mesi prima. Già, perché anche Wade, spesso giustamente criticato, ha messo a segno buoni colpi.

Il primo, spesso dimenticato, è la presa di Lucas Harrell, scartato dai White Sox e diventato un più che discreto partente, 100 ERA+ in questa stagione, anche se ovviamente non adatto per essere il numero uno di una rotazione, come sta accadendo in quest’anno in Texas. Si è pescato decisamente di peggio dai waivers rispetto ad un onesto n° 4/5 che garantisce 6 innings di buona qualità, come sta facendo il pitcher originario del Missouri.

Un anno prima erano arrivati Anthony Gose, J.A. Happ e Jonathan Villar in cambio di Roy Oswalt; Gose in realtà non ha mai indossato la casacca degli Astros, venendo immediatamente girato a Toronto in cambio di Brett Wallace. Mossa discreta anche se marginale. L’alta bandiera, Lance Berkman, aveva invece portato in dote, dal Bronx, Mark Melancon e Jimmy Paredes; i veri fuochi d’artificio, però, sarebbero arrivati alla trade deadline del luglio 2011 con le partenze, scontatissime, di Michael Bourn e Hunter Pence.

Il RF, spedito a Philadelphia è valso un cospicuo ritorno in termini di prospetti: Jarred Cosart, Jonathan Singleton, Josh Zeid e Domingo Santana. A parte Zeid stiamo parlando di tre prospetti che sarebbero nella top-15 di quasi la totalità delle farm, un upgrade notevolissimo per un’organizzazione impegnata a ricostruire. Singleton, in particolare, sta disputando una stagione super all’esordio in AA, da 138 wRC+.

Meno fortunato il trade con Atlanta, che in cambio di Michael Bourn si è privata di Jordan Shafer, Paul Clemens, Brett Oberholtzer e Juan Abreu: l’esterno e il rilievo, due giocatori già pronti per l’MLB stanno deludendo e difficilmente saranno parte attiva del progetto nei prossimi anni. I due partenti, che dovevano essere i due pezzi pregiati nello scambio, non stanno dimostrando grandi cose in questo 2012 faticando tra AA e AAA. Difficile prevedere per loro, anche nella migliore delle ipotesi, un ruolo diverso da quello di innings eater.

L’arrivo di Scott Moore, firmato dalla free agency il 15 novembre 2011 rappresenta l’ultimo capitolo del regno di Ed Wade.

Di Jeff Luhnow tutto si può dire tranne che sia stato con le mani in mano: le sue prime mosse hanno potenziato la delicata posizione dello SS, con gli arrivi da Boston di Marwin Gonzalez, mazza leggera ma difesa adeguata, e Jed Lowrie, giocatore il cui talento è secondo solo alla fragilità fisica che ne ha impedito l’esplosione definitica. Da non sottovalutare l’arrivo di Kyle Weiland, fermo tutta la stagione per infortunio, ma capace di essere un discreto n° 3/4 a costo controllato.

L’anno in corso si è aperto con la firma di Fernando Martinez, talento che i Mets hanno perso per strada: l’esterno, complice una BAbip di .384, sta disputando un’ottima stagione in triplo-A e i risultati fin qui deludenti nelle pochissime partite giocate in MLB non devono ingannare. Il talento rimane, anche se l’età comincia a non essere più dalla sua parte. Chris Snyder, altro FA, è arrivato per ricoprire il ruolo di back-up C per Jason Castro, il futuro nel ruolo; Humberto Quintero, divenuto spendibile, è stato impacchettato insieme a Jason Bourgeois, e spedito a Kansas City in cambio di Kevin Chapman (discreto rilievo con problemi di controllo) e D’Andre Toney, esterno classe ’92 che ha fatto vedere lampi di talento nelle Rookie Leagues.

Justin Maxwell, sempre pescato dai waivers, sta disputando una stagione da 120 wRC+ e 1.8 fWAR, giocando prevalentemente come CF e anche se non sembra un giocatore attorno a cui costruire il team del futuro, anche per motivi anagrafici, come quarto esterno può essere più che adeguato, soprattutto per la sua versatilità. Come un anno fa, però, è stata la trade deadline di luglio a riservare la maggior parte dei cambiamenti; nonostante ci fossero ormai poche pedine da usare come merce di scambio.

Jeff Luhnow, ha il compito di portare gli Astros in vetta all’AL West nei prossimi anni

Ma proprio per questo il lavoro di Luhnow merita un applauso a prescindere dall’impatto che queste trades avranno tra un paio di anni: Carlos Lee, J.A. Happ, Brandon Lyon, Brett Myers, Wandy Rodriguez e Chris Johnson erano giocatori spendibilissimi, specialmente considerando l’ingaggio di un paio di loro. Trovare un acquirente e ricevere prospetti in cambio, però, non era così automatico.

Rodriguez era il pezzo pregiato ma paradossalmente il ritorno ottenuto dai Pirates rischia di essere inferiore a quello giunto dagli altri scambi: Robbie Grossman è un esterno che personalmente mi piace molto, ma realisticamente non diventerà mai una star, mentre Rudy Owens e Colton Cain, LHP con potenziale, non possono ambire ad un ruolo più importante di quello di n° 4/5 di rotazione. Cain, classe 1991, è ancora giovane a sufficienza per smentirmi.

Matt Heidenreich e Blair Walters, i due prospetti ricevuti dai White Sox in cambio di Myers servono per aumentare la quantità più che la qualità dei lanciatori ai livelli inferiori: per entrambi non è escluso uno spostamento nel bullpen, ma nonostante questo è difficile storcere il naso di fronte a quello che era quasi certamente il massimo che si potesse ottenere in cambio di un discreto rilievo come Myers.

Discorso analogo si può estendere allo scambio che ha portato il cadavere di Carlos Lee in Florida, concretizzatosi giusto qualche giorno prima che i Marlins si accorgessero di non essere contender e smantellassero la squadra; Matt Dominguez ha dimostrato che in attacco non potrà essere un fattore, ma il guanto da solo dovrebbe garantirgli un posto in MLB, anche se come utility o specialista difensivo. Rob Rasmussen, altro regalo di Loria, è partito benino in doppio-A e può diventare un furto clamoroso, se migliora ulteriormente il controllo.

Quello con Toronto, invece, è un ottimo trade e basta. Liberarsi di giocatori inutili e costosi e ottenere ben sette giocatori in cambio è una mossa da applausi: tralasciando David Carpenter, Ben Francisco e Francisco Cordero, giocatori marginali per diversi motivi, ciò che resta sono Happ e Lyon, pitcher discreti in N.L. e destinati a soffrire in A.L. ceduti in cambio di quattro prospetti dal discreto potenziale. David Rollins e Asher Wojciechowski non hanno un ceiling altissimo ma sono ancora giovani e, nella peggiore delle ipotesi, possono ricoprire egregiamente il ruolo di rilievi. Carlos Perez, chiuso da D’Arnaud e Jimenez era spendibile per Toronto, ma i prospetti nel ruolo di catcher sono pochi e svenderli non è mai una grande idea. Joe Musgrove è lontanissimo ma con tanto upside e un futuro quasi garantito come partente.

L’ultima mossa in ordine di tempo è stata la cessione in Arizona di Chris Johnson, 3B con poca disciplina al piatto, un po’ di potenza e difesa sospetta: Bobby Borchering e Marc Knauss sembra un prezzo decisamente alto per poter godere dei suoi servizi. Si tratta di una coppia di esterni dal buon potenziale anche se non prospetti di primissimo piano; difensivamente sono sotto media ma la potenza del primo e l’occhio al piatto del secondo sono qualità che potrebbero bastare per un ruolo da protagonista in MLB. Anche se ciò non dovesse succedere la perdita di Johnson non verrà rimpiata a lungo in Texas.

Jeff Luhnow promosso a pieni voti? Personalmente sì, anche se il vero capolavoro, al momento, rischia di essere il draft di inizio giugno.

Infatti se le tantissime mosse di mercato andate in porto sono servite a liberare il monte ingaggi e il roster dai giocatori inutili, è innegabile che il ritorno in termini di talento sia stato positivo ma non eccezionale, soprattutto osservando il parco partenti che è migliorato ma, a mio avviso, non abbastanza per garantire un futuro tranquillo.

Houston, come detto, ha fatto benissimo nell’ultimo draft, scegliendo e firmando tanti ottimi giocatori, nei primissimi giri ma non solo come testimoniato da Preston Tucker e Hunter Virant; ad oggi non è utopistico pensare che la farm degli Astros possa entrare tranquillamente nella top-10 delle trenta squadre. Un risultato impossibile da pronosticare dodici mesi fa.

Eppure nonostante tutto ciò se la rifondazione di un team, come detto all’inizio, dura almeno quattro anni, il front office di Houston è arrivato più o meno a metà strada e i passi per costruire un team vincente, a partire come detto dalla rotazione, sono ancora tanti da fare. Ma Jeff Luhnow e soci sono certamente partiti con il piede giusto.

Post By gex (54 Posts)

Ragioniere, classe 1983, ho iniziato a scrivere per la redazione MLB di PlayItUsa nel 2009: tifo Atlanta Braves, adoro Oasis e Pearl Jam, oltre naturalmente al prosecco.

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3 thoughts on “Ancora problemi a Houston?

  1. bel commento e bella l’analisi.
    sinceramente ho dei dubbi:talento a disposizione pare ci sia,ma non così scintillante,ma il problema è che la stagione è ancora lunga e rischiamo di fare una figura orribile.ieri ho visto partita vs. nationals,loro sono sicuramente fortissimi,zimmermann è uno tostissimo e tutto quanto,ma al piatto houston non avrebbe colpito neppure un pallone da calcio…
    speriamo che i giovani siano in grado di produrre qualcosa subito,altrimenti anche il prossimo anno saranno 100 sconfitte……………………………………………certo che se i proprietari cacciassero qualche dollaro per 1 o 2 giocatori buoni,si potrebbe tirare un poco il fiato.

  2. e tra l altro sarà ancor piu dura visto che nel 2013 giocheranno nell american league,che ha squadre molto piu toste rispetto a quelle che trovano nella national league

  3. certo,in più nella stessa division Angels che hanno un pacco di soldi;rangers che hanno un sacco di giocatori buoni/ottimi;gli A’s che fanno sempre le cose benissimo e seattle che di talento ne ha:prossimo anno ultimo posto garantito,poi vediamo se…

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