L'intensità di Josh Smith

Sono ormai passati cinque anni da quel 2007, quando la Philips Arena di Atlanta era una luogo buio e dove si giocava pessimo basket, popolata dai pochissimi irriducibili delle “aquile” che negli anni avevano covato idee e sogni di risalita.

Da quell’annata, che ha segnato un passaggio storico tra i vecchi Hawks, e quelli moderni, diverse cose sono cambiate. Giocatori, allenatori e quant’altro. Ma una cosa su tutte.. i risultati.

La stagione NBA 2011-2012, quella che rimarrà per sempre macchiata dalle piaghe del lock-out più feroce avvenuto nella Lega sino ad oggi, si è spalancata sotto i migliori auspici per gli uomini di Larry Donnell Drew che, nel momento in cui scriviamo, conservano un positivo record di 16 W e 8 L. Quali sono i segreti di questa squadra?

Come sovente avviene quest’anno, bisogna innanzitutto analizzare come la franchigia dello stato del Georgia si adatta alla “short season” derivata dai postumi del lock-out. Come prima constatazione, è facile dedurre che ci si adatta perfettamente poiché, aldilà del capitano Joe Johnson, che in ogni caso compirà “solo” 31 anni il prossimo 29 di Giugno, lo starting five atlantino è completato da quattro giocatori che insieme non superano i 26 anni di media, 25.75 per correttezza, e che di conseguenza hanno energia da vendere nelle gambe.

Tutto ciò, da un lato, potrebbe erroneamente  evidenziare una certa inesperienza in casa Hawks, e dall’altro, diradare completamente gli orizzonti di questa squadra, che in una stagione forsennata, caratterizzata da ritmi elevatissimi ai limiti dell’insostenibile, può fare della stamina, della voglia e della forza fisica la propria arma in più, che forse, quest’anno più che mai, conta molto di più della tattica pura, almeno fino al termine della cara regular season.

La nuova stagione si è aperta con l’inserimento in quintetto del giovane Jeff Teague che, aldilà di ogni sospetto, ha incrementato drasticamente il suo fatturato sia in punti che assistenze rispetto alla passata stagione, dando altresì un tocco di brio alle sfuriate offensive in contropiede dei suoi. Non a caso, il totale dei punti è passato dai 5.2 ad addirittura 12.9, mentre l’incremento in assist, notevole anch’esso, dai 2.0 della stagione 2010-2011 si è insediato ai 5.2 della stagione in corso.

Marvin Williams, quinto realizzatore di squadra, viaggia in media carriera nella voce punti segnati, 10.4 a fronte dei suoi circa 11.7 nelle sei stagioni giocate, ma ha decisamente allungato il metro del suo tiro, che con un emblematico 24-49 è prossimo al 50% di realizzazione.

La via degli Hawks, però, è sempre segnata da quello che nel campo fa il duo Joe Johnson – Josh Smith. Il primo, sempre il controllore dei suoi, nonché l’uomo più decisivo, sta viaggiando sulle medie della stagione scorsa, mettendo a segno per ogni allacciata di scarpe una media di 18.6 punti a partita senza sciupare troppo dal campo, e lo dimostra il 44% al tiro.

Nonostante ciò, è diminuito non gravemente il fatturato di assist, considerando che quest’anno l’ala da Arkansas ne distribuisce circa uno in meno a nottata. Il secondo, invece, ha aumentato, se possibile, ancora di più la sua incisività sotto i tabelloni, tornando a smistare 2.1 stoppate, con un season high di 7 contro Phila,come i tempi più “atletici” della sua seppur breve carriera, e sta totalizzando il massimo in carriera di media nella categoria rimbalzi, 9.0, che lo hanno portato a realizzare già ben 9 doppie-doppie stagionali. Il tutto si accompagna a dei ottimi 15.4 punti di media.

Anche in questo caso, però, non è tutto rose e fiori. Dall’11 di Gennaio, infatti, gli Atlanta Hawks fanno a meno delle prestazioni del miglior rimbalzista di squadra, Al Horford, che in uno scontro in area con la difesa dei Pacers ha incocciato la spalla sinistra al terreno,  e quella che nei primi minuti sembrava solo una forte contusione, si è rivelata in realtà una lacerazione al pettorale sinistro del dominicano, che, operato pochi giorni dopo, rimarrà in injury list per non meno di tre mesi.

Come reagisce il gioco degli Hawks a quest’assenza? Non è facile trovare una risposta soddisfacente.

Innanzitutto, con l’assenza del centro da Florida, coach Drew è “costretto”, in un certo qual senso, a sguinzagliare in campo il buon Zaza Pachulia, diminuendo drasticamente la qualità delle proprie rotazioni ma guadagnando qualcosa in intensità, agonismo e voglia di lottare. Ma l’effetto principale dell’infortunio di Horford sulle potenzialità del gioco espresso dagli uomini di Drew è sicuramente quello di privare la squadra di un efficace gioco in area e sotto i tabelloni.

Lo scorso anno Al ha chiuso la stagione con 15.3 punti di media e 9.3 rimbalzi a partita, di cui 2.4 raccolti sotto le plance delle squadre avversarie. E questo dato è quello che più rappresenta il gioco del centro, che ha fatto apparire, inoltre, il suo potenziale in post basso in netto incremento, e che fisicamente ben si adatta alle caratteristiche di una squadra sempre pronta a correre, con il lungo stesso che ha spesso costretto i suoi marcatori diretti, frequentemente più pesanti e meno agili di lui, a corrergli dietro per tutti i 28 metri del campo, con scarsi risultati.

Ma, aldilà di infortuni e via discorrendo, l’elemento che la fa da padrone in questo inizio così convincente di stagione è, senza ombra di dubbio, la lunghezza della panchina. Lo staff tecnico di Atlanta può contare, non a caso, di 7-8 uomini in grado di portare energie in ogni frazione della partita.

Con 7.2 punti di media in poco più di 19 minuti, si alza dalla panca ogni sera un certo T-Mac, Tracy McGrady, che in questa Lega ha fatto vedere magie non da poco non molti anni fa, prima che dei maledetti guai alla schiena lo torturassero e lo rendessero il giocatore più compassato che è adesso.

Il  già menzionato Pachulia, nonostante le critiche che porta sempre con se nel suo bagaglio, sta portando alla causa 6.7 realizzazioni ad ogni uscita, che insieme ai 5.9 rimbalzi in 21 minuti, sono, in ogni caso, le migliori cifre messe insieme dal centro da Tbilisi negli ultimi 3 anni e ossigeno puro per la sua franchigia.

Dal mercato estivo è arrivato anche l’esperto Willie Green, ex New Orleans Hornets, che sta portando in Georgia 6.5 punti e tanta qualità anche nei momenti decisivi delle partite.

A questi numeri, si affiancano quelli, non meno importanti, totalizzati da Vlado Radmanovic, sempre pericoloso grazie al suo mortifero tiro dalla lunga, del rookie Ivan Johnson, ottima dispensa di energie fisiche e mentali partendo da dietro, e dal pluriveterano Jerry Stackhouse, che non sarà più quello di una volta, ma che di cose sui campi da basket ne può ancora insegnare tranquillamente. Senza dimenticare Kirk Hinrich, il titolare del ruolo di point guard nella passata stagione, al rientro da un infortunio.

È chiaro che, in un “atmosfera” come questa, l’atmosfera delle vittorie che fanno pensare a traguardi ambiziosi già da ora, che levano freni inibitori a qualsiasi giocatore e che si realizza compiutamente nella voglia di vincere e stravincere ogni maledetta sera, i confronti con gli inizi delle passate stagioni possono sfuggire di mano e essere talora abbastanza insensati.

La stagione 2011-2012, in via definitiva, fa storia a se, e non è comparabile con alcuna statistica delle precedenti edizioni di questo campionato. Sia perché le partite sono 66, e non 82, sia perché la stagione è iniziata sotto l’albero di Natale, dopo meno di un mese di preparazioni e allenamenti, e con più di un mese di ritardo. Gli unici raffronti “utili” possono essere solo quelli fatti con le altre franchigie che di questa stagione hanno segnato l’inizio e che, chissà, potranno segnarne il futuro.

Gli Hawks fanno la differenza in almeno 5 categorie statistiche, che sono tra le più fondamentali per essere davanti al suono della sirena di quarto periodo.  Sono quarti per punti subiti, solo 90.59, e totalizzano uno scarto medio di +7.00 punti, anche questo quarto risultato solo dopo Chicago, Heat e Phila.

Distribuiscono 22.36 assistenze a partita, quinti nel ranking Nba, e tirano col un immenso 40% “from Downtown”, detta all’americana, dietro l’arco dai tre punti. Quando segnano più di 100 punti, sono 11-1, dietro solo ad Orlando, che è a 10-0. I minus però sopraggiungono a rimbalzo, dove con soli 42.32 rimbalzi catturati a partita gli Hawks sono quattordicesimi nella Lega, concedendone in ogni caso meno di quelli strappati, ossia 41.36. E qui Horford incide, e come se incide.

Al momento in cui scriviamo, gli Atlanta Hawks sono sulla seconda piazza nella Southest division, dietro agli Heat di Lebron. E la domanda che rimbomba nei corridoi, che in molti si pongono, sia in casa che fuori, è sempre la stessa, da anni ormai.

Questi qua sono da titolo o no? La solita inconsistenza stagionale messa a nudo dai diversi ritmi dei playoff, o una squadra con mezzi veri capace di dominare la Lega?

La domanda allora si, è sempre la stessa … ma la risposta?

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One thought on “Atlanta Hawks: la stagione della redenzione?

  1. Ottima analisi .
    Dominare la lega? No.
    Manca la star assoluta, purtroppo JJ non lo sarà mai.
    Sarei contento per loro,giocano insieme da tanti anni, sono giovani molto atletici ed hanno talento; ma per fare strada nei play off e far superare al grande T-Mac un turno è fondamentale il ritorno di Horford a pieno regime.
    Si hanno novità in merito?

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