Linsanity è il tormentone del momento

“Mi rimangio tutto quello che ho detto. Pensavo che non potesse tenere 25 punti e 10 assists di media. Ma a questo punto credo viaggerà almeno a 35 e 11” – Steve Novak.

“L’esaltazione che ha causato all’interno del Madison Square Garden, beh, non la vedevo da un bel po’ di tempo” – Magic Johnson.

“Deve cambiare il taglio di capelli. Non mi piace. Sei a New York, la capitale del fashion. Cambia il taglio di capelli. Mettiti un paio di occhiali da sole, un paio di pantaloni di pelle. Sei una stella adesso” – Metta World Peace.

Ragazzi, è ufficialmente scoppiata la Linsanity.

Direttamente da Harvard, passando per San Francisco, dritto ai vostri cuori: Jeremy Lin, la più incredibile storia che la NBA ci abbia raccontato nell’ultimo decennio.

Il suo nome risuona ormai ovunque: siti specializzati, telegiornali sportivi e non, americani e non. Tutto frutto di una settimana da urlo, vissuta più che mai sulla cresta dell’onda, da un giocatore che pareva all’ultima spiaggia in una squadra disperata, senza le sue due stelle e con un allenatore sull’orlo di una crisi di nervi.

Dal 4 all’11 febbraio l’uomo che nessuno si aspettava ha compilato le seguenti prestazioni:

  • 36 minuti, 25 punti, 5 rimbalzi e 7 assists nella vittoria contro i New Jersey Nets per 99-92
  • 45 minuti, 28 punti e 8 assists contro gli Utah Jazz sconfitti 99-88
  • 36 minuti, 23 punti, 4 rimbalzi e 10 assists nella cavalcata contro Washington conclusasi 107-93
  • 39 minuti, 38 punti, 4 rimbalzi e 7 assists da leader assoluto nel 92-85 rifilato ai Lakers
  • 39 minuti, 20 punti, 6 rimbalzi e 8 assists più il tiro libero della vittoria nel 100-98 ai danni di Minnesota

Farebbero, per le cifre, 26.8 punti, 4.2 rimbalzi e 8 assists di media oltre a un record di squadra immacolato di 5-0 che ha riportato immediatamente i Knicks in corsa per i playoff e il record assoluto NBA di punti per quanto riguarda le prime quattro partenze da titolare in carriera. Michael Jordan, Kobe Bryant, LeBron James, Kareem, Magic, Larry. Tutti dietro a lui.

Da perfetto sconosciuto a stella globale nel giro di poche ore, quella di Jeremy Lin è una storia sulla quale si potrebbe tranquillamente orchestrare il più classico film hollywoodiano a sfondo sportivo. Gli ingredienti ci sono tutti.

Un padre, Gie Ming Lin, nato a Taiwan e che emigra negli Stati Uniti per due motivi: completare il suo PhD in ingegneria informatica e vedere la NBA, sport di cui si era innamorato a prima vista, studiando ogni singolo filmato in suo possesso per carpirne i segreti, ma senza mai mettere un piede in campo.

L’idea brillante. Se non ci era riuscito lui a mettere in pratica i segreti della palla a spicchi, allora lo avrebbe fatto fare ai suoi figli. Tre, cresciuti a forza di fondamentali appresi proprio da quei filmati, seguendo un credo: con un pallone da basket in mano nel momento stesso in cui avessero imparato a stare su due piedi, allora la palla al cesto per loro sarebbe diventata una cosa naturale come lo scrivere.

Jeremy Lin negli anni della High School

Da lì via alla sana competizione familiare, con Jeremy che svetta su Joshua (fratello maggiore) e Joseph (minore) e comincia a fare il vuoto nei tornei giovanili, procedendo alla dominazione a livello di high school, dove nel suo anno da senior porta la Palo Alto High a un record di 32-1 con annesso titolo statale e incoronazione unanime a miglior giocatore liceale della California. Non esattamente pizza e fichi.

Ma Jeremy è sì un ragazzo americano, con chiare origini orientali, però. E l’ostacolo razziale non tarda a farsi sentire. Il ragazzo sogna Stanford, California, UCLA. Ma nessuno se lo fila. E l’unica chance di entrare nella Division 1 del college basketball è la Ivy League. Harvard per la precisione, dove Lin può fare sfoggio delle sue altissime medie voto sui libri, ma anche dove non si danno borse di studio per motivi sportivi. E quindi bisogna pagare di tasca propria la retta, non proprio spiccioli.

Ma è un sacrificio che il signor Gie Ming fa volentieri per vedere finalmente un Lin eccellere con l’arancia fra le mani. E Jeremy, allenato dall’ex Michigan e Seton Hall Tommy Amaker, non tradisce: già da sophomore è nel secondo quintetto ideale della Ivy League, da junior viene promosso al primo quintetto e da senior è giocatore dell’anno della Conference a giudizio unanime.

Nel mezzo una serie di record personali e di squadra, due vittorie di prestigio contro Boston College e 30 punti e 9 rimbalzi al cospetto di Connecticut e Jim Calhoun.

Lin in maglia Harvard

Finisce la stagione tra i candidati per il premio di miglior giocatore collegiale dell’anno, si laurea con una media GPA di 3.1 su un massimo di 4 e prepara il draft sperando in una chiamata che, nonostante una serie di workout, non arriva.

Jeremy, allora, ci prova con la Summer League, in squadra a Dallas. Fa un figurone nella partita contro i Wizards di John Wall, numero uno al draft di quell’anno, e alla fine per lui ci sono alcune offerte da vagliare. Mavs e Lakers fra gli altri.

Ma Jeremy va col cuore e firma per i Golden State Warriors, la squadra per cui tifa da sempre, anche se il contratto è il meno vantaggioso. Due anni, di cui solo il primo garantito in parte. Primo giocatore di Harvard in NBA dal lontano 1954.

Già a questo punto ci sono le prime avvisaglie del fenomeno mediatico che sarebbe diventato: la comunità asiatica di San Francisco impazzisce letteralmente. Nella stagione 2010-2011 l’ufficio PR dei Warriors riceve il maggior numero di richieste di intervista per due giocatori: Stephen Curry e Jeremy Lin. La sua maglia è in vendita già prima del suo esordio in campo e la Nike gli fa firmare un contratto triennale garantito.

Ad ogni partita casalinga i cori per avere Lin in campo si sprecano. Il ragazzo però ne risente. Troppa pressione sulle sue spalle. Dice di trovarsi meglio in trasferta, dove il pubblico è più tranquillo nei suoi confronti.

Jeremy ha la testa sulle spalle e tiene i piedi per terra, tanto che in un intervista si paragona a Goran Dragic, all’epoca back up di Steve Nash ai Phoenix Suns, lasciando tutti di stucco: entrambi sono giocatori poco appariscenti ma efficaci, le sue parole. L’anno prosegue con parecchi su e giù dalla NBDL.

Arriva il lock out. E anche il taglio da parte di Golden State che insegue DeAndre Jordan e deve liberare spazio salariale. Lo firma Houston. Ma il destino non cambia. Tagliato per far spazio a Sam Dalembert. Il 27 dicembre 2011, infine, entrano in scena i New York Knicks che lo firmano per allungare il roster.

Per un mesetto abbondante Lin se ne sta tra la panchina e la D-League, dove passa giusto per mettere a referto una tripla doppia, a seguito della quale viene richiamato al piano di sopra. E’ il 23 gennaio 2012. Il resto è storia nota.

Ora però, tutti si interrogano: qual è il vero Jeremy Lin? Quello che per un anno abbondante ha stentato a trovare spazio per più di 5/10 minuti o quello dominante dell’ultima settimana? Forse è una via di mezzo? Quanto è il suo merito e quanto quello del sistema di gioco di D’Antoni?

Quest’ultimo è probabilmente il punto su cui ci sono i maggiori pareri discordanti. Nel passato NBA troviamo tantissimi giocatori che con il Baffo da Mullens, West Virginia, hanno fatto il salto di qualità o giocato stagioni al di sopra dei propri standard.

Partendo ovviamente da Steve Nash, il caso più eclatante, e continuando con Boris Diaw e Raja Bell negli anni di Phoenix, passando a Chris Duhon (11 punti e 7 assists di media nel 2008-2009), Toney Douglas versione 2010-2011 e l’Iman Shumpert di oggi.

Con la sua idea di gioco arioso, con spazi ampi e libertà di tiro e movimento, tanti giocatori hanno avuto quella dose di fiducia che magari si sono trovati negata in altri contesti e, di conseguenza, hanno potuto esprimere il meglio di se stessi.

E, di sicuro, parte del successo di Lin deriva anche da ciò. In piena crisi, con Anthony e Stoudemire fuori e nella più totale disperazione per la situazione playmaker (Douglas un disastro, Shumpert che non è un playmaker, Bibby ormai all’ammazzacaffè e Baron Davis fermo ai box), l’ex allenatore della Benetton Treviso ha provato il classico salto nel vuoto, in un contesto che peggio di così comunque non sarebbe potuto andare, buttando nella mischia il ragazzo da Harvard.

Una volta in campo, però, Lin ci ha messo tanto del suo. E’ di certo facile sostenere che il gioco di D’Antoni sia il sogno di ogni playmaker del mondo, ma quando poi si gioca è necessario sapere bene cosa fare, come farlo e quando farlo.

Ed è proprio in questo che Lin ha sorpreso. Forse gli studi in un università di alto livello hanno migliorato le sue capacità di apprendimento nel periodo in cui ha più che altro visto giocare dalla panchina, assimilando i concetti che Mike tentava invano di infondere ai suoi.

Fatto sta che, sceso sul parquet ha replicato in piccolo (ma neanche tanto, a vedere le cifre) quello che Steve Nash faceva a Phoenix: uso continuo del pick’n’roll (45 volte contro i Lakers), testa alta, palleggio mai chiuso, ottima capacità di usare la “retromarcia” per spaziarsi quando la difesa si chiude (arte in cui Chris Paul è maestro), abilità nel servire i tiratori sul perimetro (vedere le cifre di Steve Novak nelle ultime partite) e Tyson Chandler al ferro e, per finire, insospettabile pericolosità al tiro dalla media. Insomma, letto così una vera e propria meraviglia.

Un passaggio breve e sfortunato in maglia Warriors

Certo, c’è il rovescio della medaglia: 23 palle perse in 5 partite non sono poche, ma è un prezzo che D’Antoni accetta di pagare, pur di vedere una squadra coinvolta in attacco in tutti i suoi elementi, quindi più vogliosa di lottare in campo, e una nuova aria di entusiasmo che circonda magicamente il Madison Squadre Garden.

Daryl Morey, GM degli Houston Rockets, ha ammesso di aver sbagliato a tagliare Lin, ma va anche detto che in un sistema di gioco molto differente da quello dei Knicks forse le caratteristiche del ragazzo non si sarebbero sposate alla perfezione.

Del resto, lo stesso interessato nel periodo in cui, uscito dall’high school, nessuno lo voleva disse una cosa che spiega molto: “Molti scout cercano di reclutare il giocatore che li impressiona nei primi cinque minuti in cui lo vedono perché corre veloce, salta molto o tira benissimo. Io invece ho bisogno di essere visto più volte, più a fondo, perché non faccio nulla alla velocità della luce o con un atletismo debordante”.

Lin, infatti, ha un fisico assolutamente nella media (191 cm per 91 kg), non ha la velocità di Derrick Rose né l’atletismo di Russell Westbrook né il tiro di Ray Allen. Però negli ultimi sette giorni è stato in campo come nessun’altro nella Lega.

E, per soprammercato, piace tanto, tantissimo, in zona Olympic Tower dove al solo pensiero di un ragazzo orientale che fa impazzire il mondo direttamente dalla World Most Famous Arena, giusto nell’anno del ritiro di Yao con conseguenti perdite in termini monetari, brillano gli occhi.

Ora probabilmente verrà il difficile per lui, per due motivi: con la stagione compressa gli staff tecnici hanno meno tempo per prepararsi e studiare gli avversari e, più che negli altri anni, spesso le squadre vanno in campo confidando in quello che già sanno degli altri giocatori. Lin, invece, è uno completamente nuovo, che fino all’altro ieri nessuno conosceva.

Ma, a questo punto, le difese cominceranno a prepararsi specificamente su di lui, mettendo a nudo a le sue debolezze (tiro da tre, mano sinistra). A quel punto, a seconda di come risponderà, si potranno cominciare a tirare le prime somme.

Inoltre, non va dimenticato che a breve torneranno in squadra i grandi equivoci di questi Knicks, Amare Stoudemire e Carmelo Anthony, tanto talentuosi quanto disfunzionali per il tipo di gioco del loro allenatore. Senza dubbio il panorama per Lin cambierà parecchio a quel punto e non sarebbe inatteso vedere un suo calo di rendimento pari a quello che ebbe l’anno scorso Landry Fields dopo l’arrivo di Anthony.

Solo ipotesi che si spera vengano rimandate il più possibile. Per ora, infatti, non si può che godere di questa bellissima storia Made in Usa, unirsi alla Linsanity e attendere che esca nei cinema “La Vera Storia dello Yellow Mamba”.

 

Post By nikfiumi (61 Posts)

Cestista, baskettaro, appassionato della palla a spicchi, fedele adepto del parquet.
Nato a pane e Danilovic, cresciuto a tarallucci e Ginobili, ho sviluppato col tempo un’insana passione per il basket a stelle e striscie e i Denver Nuggets, aggiungendo poi con calma interesse vivo per Football Americano (San Francisco 49ers) e Baseball (San Francisco Giants). Scrivo per diletto. Parlo a volte, a sproposito, su Radio Playit.

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15 thoughts on “LINcredibile Jeremy fa impazzire New York

  1. …se esce al cinema… un posto è già prenotato.
    Incredibile cosa abbia fatto questo ragazzo…

    …è una storia così bella che mette davvero di buon umore.
    Cmq…penso che il suo vero problema potrebbe essere il ritorno di Antony…più che quello di Stat… con quest’ultimo infatti penso che il pick and roll gli venga naturale…
    Bisogna vedere se Antony accetta di essere servito sullo scarico e non di tenere sempre palla in mano.

  2. L’avevo visto contro Houston, poco prima del “boom” contro i Nets, e la coppia Dragic-Lowry l’aveva affettato… sapendo i suoi difetti diventa curioso vedere quanto ci metteranno (e in parte Minnesota l’ha gia’ fatto) a farlo tornare sulla terra…

  3. D’accordo con Massu. Il problema vero sarà Anthony. D’altrond ei Knicks qualcosa di buono solo con Stoudemire l’avevano fatto in passato. Carmelo ferma troppo la palla, toglie ritmo ai compagni etc etc

    Minnesota l’ha parzialmente riportato sulla terra (8/24 al tiro), comunque ha fatto 20+8+6 prendendosi il fallo con cui ha vinto la partita la partita. Però è vero che hanno cominciato a mandarlo di più a sinistra, dove fatica di più e ha perso moltissimi palloni, ma quello credo che, giocando in quel modo, sia un difetto difficile da corregere.

    • Come dicevo nell’articolo, quella delle palle perse credo sia una conseguenza dei dettami di gioco di D’Antoni.
      Prendiamo Steve Nash negli anni di Phoenix con Mike: 3.3, 3.5, 3.8, 3.6 palle perse a partita. Un bel pò. Quando, fino all’anno prima a Dallas, dove giocava in un sistema completamente diverso, stava attorno alle 2 di media…
      Qua si parla di Steve Nash eh, che OVVIAMENTE non si può paragonare con Lin.
      Però, se con il basket up tempo, cercando il canestro veloce, rischiando sempre il passaggio per due punti rapidi, perde tanti palloni Nash, credo sia nella logica delle cose che ne perda 5 a partita Lin.

  4. si… ma poi mi pare si sia ripreso alla grande… e questo denota anche carattere…

  5. @mjrossit 12 punti nel 4 quarto compresa la tripla allo scadere… quando si dice parlare troppo presto

    • Sempre contro Toronto, giocando a NY. Un play che mi perde 8 palle a partita contro una squadra come Toronto senza i suoi giocatori migliori non lo vorrei manco regalato.

      • Complimenti a lui comunque per i grandi numeri e la vittoria allo scadere. Dopo la rubata contro Minnesota almeno ne ha una pulita sulla coscienza

  6. Bella storia quella di questo ragazzo, mi ricorda un po l’esplosione di smush parker con i lakers qualche anno fa.. Non vorrei facesse la sua stessa fine.

  7. Beh leggendo la storia, non è che questo scherzasse anche prima… poi nel basket avere un cervello è utile, ed in NBA ce ne sono talmente pochi che parte già un gradino sopra. Non terrà queste cifre, forse, ma se lavora duro direi che ha una carriera garantita. Beh stare a guardare una voce statistica di un quarto di partita direi che forse è meglio commentare il giardinaggio…

  8. Complimenti per l’articolo, scritto bene e completo.

    Jeremy Lin, che storia…. ieri tripla del buzzer beater contro Toronto, stanotte altro record personale con 13 assists… insomma, non continuerà certo con botte di 28+10 tutte le sere, ma probabilmente il ragazzo potrà essere un buon play da un 15+7 di media… una bella svista per Golden State e Houston, o più in generale per l’intero mondo NBA considerato quello che di buono aveva fatto vedere al College.

    Le cifre di D’Antoni, in ogni caso, gonfiano tutto: Lin in sei gare ha perso 36 palloni… mai nessuno così nelle prime sei gare da titolare, e questo forse è l’unico record negativo di Lin!

  9. Ciao mjrossit……ok le palle perse, ma il tiro all’ultimo secondo in faccia a Calderon, fallo tu…….ma non in NBA, nel campionato semidilettantistico in cui probabilmente giocherai…..
    Cordiali saluti…

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