Per KD e Brooks lo sguardo è già rivolto alla prossima stagione…

Due squadre con un playbook da summer league, prive di un vero play e di un vero centro offensivo (la shot chart di Bosh non mente), allenate da due coach che assieme non arrivano a 90 anni e con sole 4 stagioni d’esperienza a testa… anche per questi motivi si è trattato di una finale dal fascino atipico.

Thunder e Heat hanno riscritto la definizione dell’espressione “strategia vincente”, non perché ci siano dubbi sul livello della preparazione complessiva delle due squadre, ma perché, mai prima d’ora credo, la finale è stata decisa principalmente da come attaccanti immensamente talentuosi hanno saputo dividere e condividere le responsabilità offensive.

Non c’è stato né un play a dirigere le trame dell’attacco, né un centro a costringere la difesa a chiudersi o sbilanciarsi: è stata tutta una questione di saper attaccare palla in mano e poi, con i giusti tempi e metodi, coinvolgere i cosiddetti “gregari”.

Prima di scendere nei dettagli, qualche paragone numerico che spiega meglio l’esito delle Finals:

– James vs Durant: entrambi 3,8 palle perse di media, ma James le abbina a 7,4 assist, Durant solo 2,2. Non è un segreto che Lbj sia maggiormente votato al coinvolgimento dei compagni, mentre KD andrebbe sfruttato più come realizzatore puro; come mai il condizionale? Perché è chiaro che di fronte ai 30,6 punti di media, con il 54,8% dal campo, 39,4% da tre e 83,9% ai liberi, l’unica cosa che Durant avrebbe dovuto fare di più, sarebbe stato semplicemente tirare, finire una serie con percentuali così alte (tirando sotto il 50% solo in gara 4) è quasi una colpa… come mai non ha potuto osare di più? Vedere sotto.

– Wade vs Westbrook (ovvero, l’arte di saper essere secondi): plausibilmente i due “piani B” dei rispettivi attacchi, Dwyane ha risposto con 22 punti, 43,5% dal campo e 5,2 assist (2,8 perse); Russell con 27  punti, con il 43,3% al tiro e 6,6 assist (e solo 2,2 perse). Tuttavia, se si considera che Wade ha tentato circa 22 tiri a partita (contando anche quelli con fallo) mentre Russell ben 27 (in neanche 2 minuti in più di media), è chiaro che uno dei due deve ancora trovare la propria armonia con il rispettivo “compagno di realizzazione”, soprattutto alla luce delle percentuali di un certo Durant…

– Stoppate, percentuali e responsabilità: sia James che Wade hanno subito 1,4 stoppate a partita, ma ciò nonostante hanno tenuto rispettivamente il 47,2% e 43,5% dal campo; mentre i membri del duo di OKC, Durant e Westbrook, hanno subito entrambi 0,6 blocks a testa di media, ma alla fine dei conti, l’esito al tiro è risultato assai divergente con il 54,8% e il 43,3%. Inevitabile, a questo punto, non interrogarsi sulla quantità di tiri a partita: considerando anche i tiri con fallo subito, 24 per Durant, 27 per Westbrook (minutaggio quasi identico), con KD che ha tirato più di Westbrook solo in Gara3, e comunque solo per un tentativo in più di differenza.

– Non-Big 3 vs Non-Big 3 (ovvero, “gli altri” in doppia cifra): per gli Heat abbiamo Battier (11,6 punti) e Chalmers (10,4), mentre per i Thunder, dopo la “trinità”, c’è solo un misero 7 di media per Ibaka. Fondamentale anche il dato dei canestri su assisti per gli “altri” Heat: 17 canestri su 19 per Battier sono stati su assist, così come Chalmers ha segnato su assist 11 volte sulle 19 totali; inoltre, a scanso di equivoci, tutte e sette le realizzazioni di Miller in gara 5 sono state su assist.

Questi numeri alludono chiaramente a come sia stata per lo più una faccenda “sbrigata dai pezzi grossi”: dividersi sapientemente i tiri (v. Wade vs Westbrook) e, saper coinvolgere i compagni (in media, per gli Heat, su 18 assist di squadra, 12,6 sono stati firmati dai top scorer Lbj e Wade). Chi lo ha fatto meglio, ha vinto.

Un copione vecchio come l’Nba, se non fosse che, passando dai numeri al video, salta subito all’occhio come tutto ciò sia avvenuto in una quasi perenne “modalità campetto” (ovvero poco inchiostro sulle lavagnette e molta improvvisazione), piuttosto insolita in un contesto delle Finals.

Ogni squadra campione può sempre insegnare qualcosa sul piano tattico offensivo: l’anno scorso i Mavs predicarono coralità, pick n’ roll con stagger, scelte oculate e circolazione di palla (55% di canestri su assist contro l’ottima difesa Heat); in precedenza, i Lakers ci illustrarono un paio di lezioni sulla triple post, e prima ancora i Celtics diedero una dimostrazione di come eseguire in attacco, incastrando a meraviglia le doti dei primi “big three”.

Gli Heat, quest’anno, ci hanno nondimeno  insegnato la capacità di capitalizzare il talento di due go-to-guy perimetrali e l’importanza di saper bilanciare isolamenti e scarichi: non so se, in tempi moderni, ci sia mai stata un’altra coppia di compagni-campioni in grado di avere medie di 22 punti e 5 assist (Wade) e 28 + 7 (James) nelle Finals.

Curiosamente, dal 2001 in poi, il miglior passatore della squadra campione nelle Finals fu Wade, 6,7 assist di media, nella Miami del 2006, ora James ha stupito tutti con una media, degna di una point forward di lusso, di ben 7,4 in 44 minuti (per la cronaca: stessa media di assist al minuto di Kidd nelle scorse finali: Jason ne fece 6,3 in 37 minuti…).

Certo, una finale Spurs-Celtics sarebbe stata probabilmente un’antologia tattica, ma resta vero che ogni playbook deve essere funzionale al proprio roster, e giocatori come i due succitati non hanno bisogno di trame tattiche complesse per risultare efficaci.

L’offensiva Heat non è quindi “esemplare”, nel senso che risulta altamente sconsigliata a chi non abbia giocatori simili in squadra (ovvero tutte le squadre del pianeta), perché si tratta di manovre “povere”, in cui il vero asse portante è il talento offensivo e la versatilità di chi esegue, non tanto la “fertilità” delle soluzioni proposte dai movimenti (insomma: don’t try this at home…).

Non risulta infatti impossibile, come vedremo, riconoscere dei movimenti base nell’attacco di Miami, ma si tratta, a ben guardare, di dinamiche non tanto minacciose in sé, non vere e proprie opzioni offensive da amministrare, ma di movimenti finalizzati perlopiù all’innesco della ricezione ed al successivo attacco del go-to-guy di turno.

Detto in altri termini: una cosa è un doppio blocco per un tiratore che sceglie come sfruttarlo, mirando al catch n’ shoot, tutt’altra è un doppio blocco su uno scorer, solo per consentirgli una finestra di ricezione (magari per l’isolamento), oppure,  un doppio blocco sul palleggiatore per evitare che i 3 difensori coinvolti aiutino sulla ricezione di uno fra Wade e LeBron; ma su questo torneremo in seguito.

Per ora, sempre restando sul piano della sintesi numerica, va osservato come i Thunder abbiano segnato sempre poco su assist, sia in regular season, sia nei Playoff, che nelle Finals (43% vs 51% Heat), tuttavia ciò che invece è drasticamente cambiata è stata la loro efficienza da oltre l’arco: solo il 30,5% contro gli Heat, nonostante un Durant da 39,4%; il motivo? La difesa Heat ha lasciato tirare chi non era temibile: Sefolosha e Westbrook hanno registrato un complessivo 5/33, ovvero 1/6,6 a partita (Durant ha compensato da solo con un 2,6/6,6 di media, ironicamente la stessa quantità di tentativi…).

Gli Heat hanno invece punito con un notevole 42,9%, frutto della scelta opposta: ha tirato solo chi sapeva ed era in condizioni di farlo, ciascun tiratore Heat con almeno il 34%, escluso James con il 18,8%; ma alla imprecisione del Re (ora possiamo chiamarlo così, no?) ha risposto un suddito su tutti, Battier. L’ex Duke University ha segnato con il 57,7% da oltre l’arco. Ma non si è trattato di fortuna, bensì di situazioni tattiche che hanno favorito la mano calda di Shane.

Il motivo principale è stato l’utilizzo di un quintetto piccolo, con James e Battier da ali, e Bosh o Haslem da centri adattati. Nel complesso, il quintetto piccolo Heat è risultato rapido nelle rotazioni, veloce in transizione (spesso i Thunder rinunciavano ad andare a  rimbalzo offensivo per coprire subito in difesa) e votato al “sacrificio intelligente”: 13 sfondamenti subiti (vs 5 dei Thunder).

Inoltre, aspetto da non sottovalutare, non si è fatto sovrastare a rimbalzo: in media, 40,2 rimbalzi di squadra per i Thunder, 38 per gli Heat. La spiegazione della mancata divergenza è che i lunghi Thunder, per quanto ottimi difensori, non sono anche eccelsi rimbalzisti (soprattutto Ibaka; Perkins non ha giocato abbastanza per incidere) rispetto alla front-line degli Heat: sia James che Bosh hanno così potuto svolgere un ottimo lavoro sotto le plance.

La buona idea di coach Spoelstra (investire su Battier a discapito di Haslem) ha così permesso anche di alternare Shane e James su Durant, evitando problemi di falli, ed aver un mismatch fisso in attacco: il secondo lungo non poteva marcare James (secondo Brooks ed il buon senso, ma personalmente Ibaka su James l’avrei provato, risolvendo molti problemi di match up e tendendo James lontano dal post) essendo così costretto a scegliere se restare interno per tutelare la paint o seguire Shane sul perimetro.

Nella prossima puntata approfondiremo la questione con i video.

Post By Fraccu (121 Posts)

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3 thoughts on “NBA Finals 2012: Analisi Tattica (Part 1)

  1. come sempre un ottimo articolo, aspetto con ansia i video
    Lebron in post è stata la chiave della vittoria Heat e non capisco perché Brooks, dopo aver ruotato ogni esterno che aveva su James, non abbia nemmeno provato con Ibaka, l’unico in grado di opporsi fisicamente (senza subire troppo lontano da canestro).
    altra cosa per me inspiegabile è stato lo scarso minutaggio (circa 16′) di collison (aldilà dei problemi di falli), palesemente il miglior lungo nel contenere le penetrazioni avversarie.
    l’inesperienza in casa Thunder non l’hanno pagata solo i giocatori

  2. Buonissima analisi fino ad ora… ma abbiamo parlato solo di quintetti. Le Finals, come spesso accade, le decidono le panchine… Voglio vedere cosa avete studiato su Collison (in primis), su Harden, su Fisher… croce e delizia per OKC questi tre personaggi!

  3. Nei prossimi pezzi omaggerò i campioni glissando sui Thunder, ma brevemente:

    Collison: sarebbe dovuto-potuto essere la svolta tattica di OKC, così come Battier lo è stato per gli Heat. Perkins non ha molto senso in campo se non c’è un lungo classico da marcare, mentre Nick, senza sfigurare affatto su Bosh o Haslem, fornisce come valore aggiunto intelligenza tattica e molta più versatilità in attacco. Credo che lui ed Ibaka sarebbero dovuti essere la front-line indiscussa a partire da Gara 3 (invece Nick ha scollinato i 20 minuti solo in gara 1; quella vinta, giusto…?)

    Harden: bocciato dalla percentuali in attacco, ma assolto se lo si è osservato giocare. A parte un paio di gaffes (che a 22 anni nella prima Finale Nba ci possono anche stare), la solita affidabilità nelle decisioni, “mestiere” e buona scelta di tiri; semplicemente il pallone non è entrato (spesso davvero di poco), ma non ci sono state forzature o egoismi; se poi ha subito Lbj in post basso non possiamo fargliene una colpa…

    Fisher: è un punto fermo esemplare, fa solo quello che sa fare (quindi risulta efficiente), 110% di cuore e maturità; non gli si può chiedere di annullare nessuno in difesa, ma 0 palle perse e 5 recuperi in 128 minuti, più il 35,7% da tre, bilanciano bene l’equazione attacco/difesa.

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