heat5434Sono ancora affamati o dopo due titoli consecutivi si possono ritenere più che soddisfatti? E’ questa una delle domande abbastanza ricorrenti tra gli addetti ai lavori NBA. E’ questa anche una delle paure più lampanti che coinvolgono i tifosi dei Miami Heat in tutto il mondo.

La paura di avere già sprecato le proprie cartucce e che ora stiano sparando a salve solo per poter arrivare alla fine di una stagione che promette una rivoluzione.

No, non sto parlando dell’ormai celeberrimo stravolgimento tattico che coach Erick Spoelstra ha attuato negli ultimi due anni in cui gli Heat sono stati dei veri e propri trasformisti del gioco. Sto parlando della possibilità per LeBron James di uscire dal contratto con due anni di anticipo, lasciare da parte i 20 e passa milioni a stagione che prenderebbe, fare i bagagli e cercare una qualche altra prestigiosa gioielleria in grado di regalargli qualche altro anello prima di un futuro, abbastanza prossimo, ritiro.

Ma quest’opzione non riguarda soltanto lui, bensì anche i suoi cari amichetti di gioco delle ultime tre stagioni, vale a dire: Chris Bosh e Dwyane Wade.

Si è già parlato tanto di fantabasket, si è già parlato tanto di chi potrebbe lasciare la città della Florida per accasarsi chissà dove, tanto che ormai sono rimaste fuori, come località, soltanto Baton Rouge, Hamburg in Pennsylvania e Mobile, Alabama.

A parte gli scherzi, questo giochino non sta giovando, soprattutto a livello psicologico, alla squadra campione in carica.

I risultati sul campo parlano di 27 vittorie e 10 sconfitte, segnati anche da una partenza non propriamente folgorante in cui hanno ottenuto appena 4 vittorie nei primi 7 incontri.

Numeri alla mano, le statistiche di squadra non fanno nemmeno poi così tanto – perdonate il francesismo – schifo. Settimi per punti segnati (104.3) e assist (23.5), segno che la fase offensiva è la prelibatezza con cui Miami predilige affossare gli avversari, facendo magari annusare un minimo di equilibrio, per poi accelerare e piantare completamente in asso tutto e tutti, lasciando, agli altri, solo l’acquolina in bocca per la mancata vittoria.

Sono noni per punti concessi (98.2) che non è un dato da difesa colabrodo, ma non è sicuramente il loro forte, proprio per la pratica dello small ball e del gioco dinamico e spettacolare che fa felice il mentore, nonché presidente, Pat Riley. Un sistema, fin qui, vincente, ma che ha bisogno di tutte le pedine per poter essere effettivamente di successo.

La dimostrazione di tale teoria la stiamo avendo quest’anno, quando in mancanza di Wade hanno perso cinque partite su nove. Non è sicuramente una situazione da campanello d’allarme, ma fa riflettere sulla completezza di cui Miami ha bisogno per esprimere al meglio il suo stile. LeBron ha già provato nel corso della sua carriera di poter vincere partite in completa solitudine, ma i titoli no e senza Wade si trova ad essere poco ispirato. D’altronde non avremmo avuto gran parte dei dipinti di Dalì senza Gala.

Tralasciando i discorsi filosofici e non, gli Heat stanno disputando una stagione alquanto pittoresca, gonfiata da folate di vento come quella avvenuta tra il 12 novembre e il primo dicembre, in cui hanno vinto la bellezza di dieci partite di fila, in cui James ha letteralmente devastato qualsiasi canestro gli si presentasse di fronte e in cui la fase difensiva aveva mostrato netti miglioramenti.

Pensieri di inizio stagione, puntualmente smentiti dalle due sconfitte successive. E se quella casalinga contro i Pistons ha stupito, la disfatta di Chicago è stata una vera e propria lezione di basket e di difesa che il professor Thibodeau ci teneva a sostenere contro gli odiati Heat.

Un uno-due sferzante che stranamente vedeva la mancanza di un certo Wade e che Spoelstra ha provato prima a rimpiazzare con l’ottimo tiratore James Jones, poi con il veterano Ray Allen, abituale sesto uomo di lusso.

Soluzioni evidentemente non andate in porto, perciò si è fatto in fretta e furia per il ritorno del capitano ed ecco che viene ristabilito il quintetto originale e arrivano due vittorie (compresa la rivincita contro Detroit) che scacciano subito le voci di crisi.

Due successi che hanno preparato al meglio, psicologicamente parlando, al big match con gli Indiana Pacers, primi ad Est con qualche lunghezza di vantaggio proprio da Miami. Una prova generale di quella che potrebbe essere l’ennesima sfida playoff tra queste due squadre, assai diverse tra loro.

Ma è proprio per questo, più che per motivi di classifica, che c’è tanta attesa intorno a codesto incontro. Una sorta di debate politico che vuole convincere il pubblico da quale parte stare: quella difensivista/conservatrice dei Pacers o quella offensivista/progressista degli Heat? Ai posteri ardua sentenza.

Ed ecco che Miami parte forte con un parziale di 30-19 nel primo quarto, mostrando di che pasta sono fatti i propri attaccanti, inabissando la difesa costruita da Frank Vogel, in men che non si dica. Ma è tutto un puro abbaglio e Indiana torna prepotentemente in partita a cavallo tra secondo e terzo quarto, portandosi anche in doppia cifra di vantaggio, prima che gli Heat provino a raggiustare una partita completamente sfuggita di mano.

Niente da fare e sesta sconfitta stagionale ottenuta giocando un pessimo secondo tempo e tirando con il 19% da tre, sintomo di uno schema 1-4 che, contro squadre perimetralmente ben posizionate, non funziona. Aldilà delle statistiche, però, quello che preoccupa ancora è la difficoltà nel sconfiggere team più attrezzati sotto canestro, quindi soccombere a rimbalzo e vedere ridursi visibilmente il numero di seconde chance, mentre quelle degli avversari si alzano notevolmente.

Non a caso, gli Heat sono ultimi per carambole conquistate, ma soprattutto, ne concedono 40.5 di media a partita, di cui ben 10.4 offensivi. Dato che non accenna a diminuire, soprattutto perché non possiedono la presenza fisica necessaria per contrastare tale tendenza e forse non vogliono nemmeno provarci.

Lo dimostra la firma di Greg Oden, avvenuta la scorsa estate. Una sorta di scommessa quella di cercare di rimettere in sesto un omaccione di 213 centimetri, completamente distrutto dai ripetuti infortuni alle ginocchia. Scommessa che è presto deragliata e che ha lasciato gli Heat ancora una volta a bocca asciutta per quanto riguarda un lungo capace di garantire difesa e rimbalzi.

Spoesltra ha provato ad adottare delle soluzioni differenti al consueto starting five, magari affiancando a Bosh uno tra Andersen e Haslem, ma la lacuna è rimasta.

Una lacuna che per poco non comprometteva l’andamento della scorsa stagione, specialmente in post-season, dove hanno più volte rischiato di perdere la possibilità di vincere il secondo titolo di fila.

Fatto sta che i problemi degli Heat sembrano durare una sola partita, dopodiché ripartono a pieno regime e infilano altre sei vittorie, che scacciano qualsiasi malumore si sia appropriato di loro, compresa la rivincita contro i Pacers che li fa riavvicinare alla tête de la course.

Poi Wade salta nuovamente una partita e puntuale come un orologio svizzero arriva l’ennesima sconfitta, questa volta all’overtime contro i Kings. Sembra fatto apposta, ma quella dopo, LeBron viene lasciato riposare e Miami sbanca Portland grazie alla tripla dell’uomo che non ti aspetti: Chris Bosh…

Sì, proprio lui, quello che sembra sempre l’emarginato dei Tres Amigos e che è il candidato numero 1, se non 2, a fare i bagagli la prossima estate.

Un estate che, come abbiamo detto, si preannuncia ricca di decisioni da compiere, per il management e i giocatori stessi, con il rischio di trovarsi con un paio di mosche e nulla più e di dover ricominciare tutto da capo.

Insomma, il rischio si dovrà correre e il destino farà il resto, ma intanto c’è più di metà stagione da giocare e mi piace pensare che la loro fame non si sia ancora placata.

Post By Nicholas Lippolis (112 Posts)

Scrive per playitusa dal 2012. Esperto di NBA, NHL ed MLB. https://twitter.com/NikLippolis

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3 thoughts on “Miami Heat: still hungry?

  1. gli heat so’ forti, ma potenzialmente fragili (ved. gara 6 filale 2013)
    james con wade in campo (che gioca) è letale, senza wade no, non per molto almeno e le partite so’ lunghe

  2. Oden intanto torna a giocare, con 8 punti e due rimbalzi in 6 minuti, nella sconfitta contro i wizards del 15/01/2014.
    Speriamo le ginocchia ti diano tregua.

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