Miami, Florida. L’American Airlines Arena, dopo aver abbandonato ancora una volta troppo presto i suoi eroi, ruggisce a pochi istanti dalla palla a due che darà il via a gara 4 delle Nba Finals 2014. È la partita con la quale si scollina la boa di metà serie e, dopo un serrato botta e riposta nei primi tre match, rappresenta il primo vero spartiacque del confronto.

I Miami Heat giocano sul loro campo, il parquet sul quale poco meno di un anno fa hanno cancellato un finale già scritto e cambiato la storia della stagione scorsa (e un pezzo di quella recente della Nba).

Stanotte LeBron e compagni, dopo la lezione ricevuta in gara 3, non possono più sbagliare: un altro passo falso casalingo significherebbe triplo match point per gli Spurs, due dei quali da giocare tre le mura amiche.

Già, gli Spurs: gli eterni texani hanno regalato una pagina memorabile agli annali della palla a spicchi, con un primo tempo celestiale che ha propiziato un colpo esterno impensabile per tutti tranne che per le diaboliche menti di coach Popovich e dei suoi discepoli. San Antonio si giocata bene le sue, verosimilmente, poche cartucce, centrando subito il bersaglio e riprendendo il comando della serie.

Stanotte sarà forse un’altra storia, ma chi pensa che gli uomini di nero-argento vestiti potrebbero tirare il freno per preservare le antiche e preziose gambe dei loro fuoriclasse si sbaglia di grosso: con un Kahwi Leonard che è finalmente atterrato, e per di più in grande stile, sul pianeta Finals, sognare è lecito per i marpioni dell’Alamo.

Attenzione però anche a dare per morti gli Heat: dalle parti di South Beach da un paio d’anni a questa parte vige la buona abitudine di non sbagliare quando si hanno le spalle al muro, e la squadra di coach Spoelstra non vuole certo smentirsi proprio adesso che arriva il bello e che si gioca una cospicua fetta di storia.

Ci siamo, l’aria è rarefatta come quella di una grande salita alpina: stasera si affronta il quarto tornante sulla strada verso la gloria, ed entrambe le squadre sono pronte ad alzarsi sui pedali per andarsela a prendere.

Leonard è subito protagonista con un recupero da Piovra, ma i primi a muovere il punteggio sono gli Heat grazie a un ottimo Bosh che segna battendo il recupero della difesa.

San Antonio costruisce fin da subito tiri di qualità, ma il pallone inizialmente non entra facendo pagare ai texani una sorta di pedaggio dopo il primo tempo immaginifico di 48 ore fa.

Alla lunga però la fluidità offensiva degli ospiti viene premiata, con Duncan che iscrive gli Spurs alla partita e viene subito imitato da Parker per il primo vantaggio ospite. Green ha scaldato a dovere la mano destra e segna due triple battendo una difesa di casa insolitamente molle e pigra sulle rotazioni: sul punteggio di 13-4 per gli Spurs coach Spoelstra corre subito ai ripari, chiamando il primo timeout della serata. 625x527-123San Antonio ha costruito il suo primo, precoce break sulle fondamenta di una ottima difesa, che accetta con continuità qualsiasi cambio e impedisce all’attacco degli Heat di mettersi in ritmo.

L’uscita degli uomini di South Beach, però, è piuttosto brillante: un gran canestro di Wade e quattro punti di Bosh riportano sotto i padroni di casa, che dopo una strana corsa in spogliatoio di James (bisognino fisiologico?) cavalcano il quintetto piccolo e traggono nuove energie dalla ritrovata intensità difensiva.

San Antonio riesce a lucrare due punti con Parker al termine di un possesso quantomeno convulso, Popovich prova a mischiare le carte e ridà nuovamente spazio a Red Rocket Bonner. Si segna poco in questo frangente, Miami rispolvera Battier dopo due gare in naftalina mentre San Antonio si affida a un Leonard che domina a rimbalzo e spinge spesso e volentieri in transizione centrale, portando a casa il bonus di fallo con poco meno di quattro minuti rimasti sul cronometro.

La panchina degli Spurs ha fin da subito il consueto ottimo impatto: i texani fanno la voce grossa a rimbalzo, Bonner trova due punti in corsa che valgono oro e un sempre più affidabile Mills mette la tripla dall’angolo al termine di un’azione da leccarsi i baffi. Leonard non è offensivamente tracotante come in gara 3, ma è presente in ogni frangente e assesta una terrificante stoppata a Anderse; Birdman però si rivela ancora una volta importante per gli Heat, che con la sua intensità riescono a limitare i danni sotto i tabelloni mente James prova a prendere la squadra sulle spalle punendo il cambio accettato da Bonner con un bel canestro in allontanamento.

Nell’azione successiva però Mills sporca il pallone dalle mani di LBJ, una rubata che gli permette di volare per l’appoggio in contropiede che di fatto chiude i primi dodici minuti di gioco. San Antonio è avanti 26-17, dopo un primo quarto di completa marca nero-argento: i texani non possono essere quelli strapotenti di gara 3, ma si attestano comunque sul 56% dal campo grazie a un attacco deciso, pulito e ben bilanciato. La vera differenza però la fa la difesa degli Spurs, che accetta ogni cambio mandando fuori giri l’attacco degli Heat (che chiudono con un pessimo 36% dal campo).

Gli Spurs cominciano alla garibaldina il secondo quarto: Splitter chiude nei pressi del ferro convertendo un grande assist di Mills, Green è glaciale nell’angolo e attende il volo sul closeout di Bosh per alzarsi dall’arco e dare ai suoi il +14. Spoelstra fiuta la mala parata, e rimette immediatamente in campo James dopo tre minuti scarsi di riposo in panchina; Leonard però continua a essere diabolico con la stoppata con recupero su Wade, Allen ha altre idee e imbuca due triple in mezzo alle quali abbiamo il privilegio di assister a due prelibatezze di casa Diaw (schiacciata da Splitter, che in questo caso rima perfettamente con flipper offensivo degli Spurs, e assist dietro la schiena col quale batte il raddoppio e restituisce il favore al brasiliano).

37-28 Spurs, l’uscita dal timeout è al solito magistrale e Leonard segna dal palleggio battendo il recupero di James; Chalmers continua a combattere contro i mulini a vento di una serie da incubo, mentre gli ospiti scappano di nuovo.

L’energia di San Antonio è inversamente proporzionale a quella dei padroni di casa, Ginobili segna il primo canestro con una tripla e quattro punti della premiata ditta Parker-Duncan (quest’ultimo dalla lunetta, dopo essere stato innescato da una prodezza acrobatico/balistica di Ginobili) spingono gli Spurs sul +18. Spoelstra si gioca l’improbabile carta del “doppio-play” Chalmers-Douglas (con Almario dall’Alaska che segna un vero e proprio gol col tiro dal palleggio lungo la linea di fondo), Wade prova a usare le maniere forti andando in lunetta e costringendo Green a spendere il terzo fallo personale ma San Antonio archivia i tentativi di rimonta degli Heat come tediose pratiche da archiviare in fretta.

La difesa ospite si chiude come un riccio a protezione del pitturato, con James che trova ad aspettarlo una vera e propria tonnara dalla quale gli Spurs escono vincitori col pallone in mano; Pat Riley assiste impassibile all’ennesimo strappo degli Spurs, che con una tripla in transizione di Mills toccano il +20, quota superata col successivo canestro di Leonard. Kahwi arpiona il pallone sul tetto della Triple A, e con la testa tra le stelle della notte di South Beach vola a schiacciare a rimbalzo offensivo tra le statue di cera degli difesa di casa. 061114-Sports-Breakout-Performances-In-The-NBA-Finals-Kawhi-Leonard

Nel possesso successivo il diabolico Kahwi o, se preferite Mr.Fantastic, compie tre quarti di miracolo difendendo come si fa solo nell’Empireo su James, che a sua volta riesce a inventarsi una tripla folle che manda in archivio il primo tempo. 55-36 San Antonio, al termine di altri 24 minuti stellari giocati dalla squadra di coach Popovich.

Il basket degli Spurs è sublime su entrambi i lati del campo: l’attacco è armonioso, senza gli irraggiungibili picchi di 48 ore orsono ma con percentuali da urlo per qualsiasi squadra diversa dagli alieni di Space Jam. Parker è in modalità realizzatore, con zero assist ma 12 punti all’attivo, mentre Leonard gioca da splendido e navigato all-around, anche se sulla sua carta d’identità c’è scritto che compirà 23 anni il prossimo 29 giugno.

La panchina è come al solito magistrale, con un Ginobili ineffabile che si diverte ad essere decisivo praticamente senza mai tirare e un Mills che si sta sempre più evolvendo nell’ennesimo prodotto fatto e finito di casa San Antonio. Il dominio a rimbalzo e nel pitturato è a tratti imbarazzante, e la difesa fa il resto mettendo la museruola agli spaesati Heat che non trovano ritmo al tiro e trovano la sbarra abbassata ogni volta che provano a mettere il naso in vernice. James è indecifrabile, Wade ha mandato a giocare suo cugino, Bosh si rintana nelle pieghe della partita: gli Spurs possono mettere il lucchetto a partita e serie, Miami si giocherà il tutto per tutto in un terzo quarto che potrà davvero essere il bivio decisivo delle Finals 2014.

James viene pescato in una smorfia al rientro dopo l’intervallo: le telecamere pizzicano le difficoltà del Re, forse alle prese con problemi di stomaco alla luce della toccata e fuga in spogliatoio del primo quarto. Ad ogni modo Erik Spoelstra decide di andare all-in e di giocarsi il tutto per tutto a carte scoperte: Allen parte in quintetto, gli Heat mettono elmetto e tenuta da guerra e provano ad abbassare la testa e a caricare per quella che ha tutta l’aria di essere un’ultima spiaggia per i padroni di casa.

L’idea di Miami, tutt’altro che deprecabile, è quella di affidare le sue ultime volontà nelle mani del suo numero 6: James, smorfia o meno, si mette la squadra in spalla, e con 10 punti in quattro minuti (intervallati dai due di Chalmers, che rimarranno gli unici del quarto a non portare la firma di LBJ) riporta i suoi sul -13.

La Triple A torna a farsi sentire, ma tutto sommato agli Spurs può star bene anche così: la terrificante spallata di LeBron è stata assorbita con un accettabile break di -6, grazie ai tiri importanti segnati da Parker e Diaw. 625x527-124Sull’uscita dal timeout si potrebbe tranquillamente glissare, vista la consueta magistrale esecuzione con la quale Ginobili libera Duncan per il comodo appoggio al vetro. Gli Heat provano a entrare rapidamente nell’azione, ma San Antonio risponde affidandosi al suo tipico veterano col numero 2: Leonard è piovresco come non mai in difesa, dove stoppa Chalmers propiziando l’errore allo scadere di Bosh.

Dall’altra parte Kawhi mette a segno il morbido pull-up col quale scrive una precoce doppia doppia, prima che una pennellata di Diaw (che batte un Wade tristemente impresentabile) riscriva nuovamente 20 punti nella casella del vantaggio ospite. Leonard allunga le sue mani, e che mani, sulla partita una sua favolosa stoppata su James viene convertita in due liberi per il Prescelto, ma subito dopo un closeout feroce su Wade costringe alla palla persa gli Heat sulla quale Kawhi spinge il contropiede centrale innescando Diaw, che con la nonchalance di un principe serve un pallone di zucchero per la schiacciata di Duncan.

San Antonio è in trance agonistica, Duncan cambia addirittura su Allen sul perimetro e Leonard aggiusta i piedi per sparare, in faccia a James, la tripla del +24: timeout Heat, con 5 minuti da giocare nel terzo periodo, e dalle tribune della Triple A si leva un coro di fischi per i bi-campioni in carica.

Duncan scrive un altro capitolo di una storia infinita, diventando l’uomo con più minuti giocati nella storia dei playoff; gli Spurs continuano a dominare ineluttabilmente in vernice, sfruttando il quintetto piccolo di emergenza degli Heat come un’arma a proprio vantaggio.

LeBron continua a provarci, ed è quasi commovente nel suo sforzo orgoglioso di tenere a galla i suoi: lo sguardo spento di Wade (1/10 dal campo per 4 punti totali fin qui) seduto in panchina, però, è la impietosa fotografia del momento degli Heat.

James è un naufrago su isola, i compagni ormai non ci credono più e poco importa se il numero 6 di casa segna 19 dei 21 punti di Miami nel quarto (tirando 7/8 dal campo). Gli Spurs rispondono con una prova corale d’alta scuola, e il rovescio della complicatissima situazione dei padroni di casa è rappresentato dall’azione con la quale Bonner, dal palleggio, innesca Splitter per uno splendido reverse. 81-57 Spurs con dodici minuti da giocare: se non è finita, poco ci manca.

San Antonio tocca con mano lo striscione del traguardo, con Leonard nei panni dell’uomo copertina e di leader designato del futuro una franchigia storica. Gli Spurs sono una squadra in missione, gli Heat hanno mollato gli ormeggi (e Boris Diaw ha smazzato lo stesso numero di assist, sette, di tutto il roster dei padroni di casa): le Finals 2014 potrebbero aver preso la loro direzione definitiva nel terzo periodo di questa gara 4.

Dopo il quinto fallo di Andersen, Miami manda in campo l’idolo locale Haslem accolto da una vera e propria ovazione. 625x527-125Gli Heat possono provare soltanto a metterla in caciara e sperare in un miracolo, ma un’altra tripla di Mills vale la doppia cifra all’aborigeno australiano e il +25 per gli Spurs.

L’energia portata da Haslem, che lancia occhiate non proprio amichevoli verso la panchina rea di averlo inserito a buoi ormai scappati, e l’improvvisa svagatezza degli Spurs (ebbene si, sono umani anche loro) consentono agli Heat di riportarsi sul -18.

Un furente Popovich si affretta a rimettere a posto le cose nel timeout, dal quale i suoi escono con un clinic che manda ancora a bersaglio uno strepitoso Mills.

Miami prova ancora a giocare ma lo fa soltanto per onor di firma, anche perché un ragazzino di 38 anni con la maglia nero-argento numero 21 si permette di stoppare Bosh dopo una rincorsa di 20 metri prima di scartare l’ennesimo cioccolatino servito dall’ecumenico Diaw e scrivere a referto la doppia doppia numero 158 nei playoff.

È lui l’uomo solo al comando, scavalcando Magic Johnson e diventando il leader solitario della speciale classifica. Non c’è più trippa per gatti da un bel pò, ma non ditelo a Kawhi Leonard: il ragazzo di Compton è una devastante arma a tutto campo, e dopo il timeout che dà il via al garbage time finale (campo e punti per Belinelli, mai schierato fin qui in gara 4) la sua espressione in panchina ricorda molto da vicino quella di un suo compagno di squadra. Si, somiglia proprio a quel trentottenne col numero 21…

La Triple A si svuota, stavolta in maniera ancora più corposa rispetto a gara 3; gli aficionados rimasti al loro posto (probabilmente gli unici, veri tifosi degli Heat) intonano un coro per ringraziare comunque i loro ragazzi. Finisce 107-86 per gli Spurs, che annichiliscono gli avversari in una serata che inizia a portare non troppo lontani aromi di titolo.

KawhiDuncanCasualità, fortuna, serata irripetibile: scordatevi tutti questi temi e cancellate ogni loro collegamento col successo in gara 3, perché 48 ore dopo gli Spurs hanno regalato l’ennesima dimostrazione del concetto di arte applicato alla pallacanestro.

La performance dei texani può essere considerata addirittura più dominante rispetto a quella del primo match sul parquet della Florida: San Antonio ha letteralmente spazzato via Miami sul suo campo, infliggendo agli Heat la seconda sconfitta nei playoff a più di due anni di distanza (gli ultimi a riuscirci furono i Boston Celtics, vittoriosi per tre volte consecutive nella finale di conference del 2012).

Quella vista stanotte è una squadra in missione, senza mezzi termini: dai grandi veterani al meraviglioso Leonard, da coach Popovich all’ultimo membro del roster, ogni energia degli Spurs è focalizzata sul bersaglio della rivincita dopo la tremenda delusione dello scorso anno.

Partiamo proprio dal giovane Kawhi, che nelle ultime due gare sta costruendo la candidatura a diventare il volto degli Spurs per gli anni a venire: 20 punti (7/12 dal campo), 14 rimbalzi, 3 rubate, 3 stoppate. Basterebbero le nude cifre per raccontare la sua serata, ma faremmo difetto all’impatto di un ragazzo di (quasi) 23 anni che gioca con la disinvoltura di chi una gara 4 di finale la bazzica da una vita.

La sua difesa, la sua presenza a tutto campo e la sua personalità sono il fattore che sta permettendo agli Spurs di indirizzare clamorosamente la serie verso l’Alamo. Il capitolo Big3 è al solito doveroso, e va aperto con i 19 punti di un Parker insolitamente “egoista” (zero assist all’attivo) ma che nonostante ciò fa girare la squadra come un orologio segnando anche canestri dall’enorme peso specifico.

Della doppia doppia di Duncan (10 punti, 11 rimbalzi) abbiamo già parlato, ma non abbiamo detto delle sue esultanze in panchina ai canestri dei compagni e della freschezza atletica e mentale con la quale si muove sul campo malgrado una evidente zoppia dovuta al consunto ginocchio destro. Ginobili, invece, malandrino e sagace più che mai, si diverte a restare in incognito (con un simpatico plus/minus di +27) segnando solo 7 punti ma dispensando alcuni capolavori che non finiscono nel box score perché arrivano dritti al cuore.

Doveroso aprire una parentesi su due giocatori che hanno qualche storia da raccontare: sono un principe franco-senegalese e un aborigeno australiano, che sono ormai a tutti gli effetti il governo-ombra dei San Antonio Spurs. Diaw gioca con una morbidezza proporzionale a quella delle sue forme non propriamente atletiche: 8 punti, 9 assist e 9 rimbalzi sono il ritratto della partita di un califfo, che da quando è entrato in quintetto sta spostando di prepotenza gli equilibri della serie in direzione Texas.

Mills, invece, sta diventando il nuovo coltellino svizzero nel taschino di Popovich: energia, elettricità e cojones ideali per prendersi tiri importanti quando la palla scotta, Patrick detto Patty scrive 14 punti in 16 minuti di permanenza sul terreno di gioco rivelandosi fondamentale nell’ennesimo K.O. tecnico inflitto dalla panchina degli Spurs ai pari ruolo di Miami.

28 punti con 10/17 al tiro conditi da 8 rimbalzi. Quando metti a referto numeri del genere e la tua squadra perde di 21, c’è decisamente qualcosa che non va.

LeBron ci prova con anima e cuore, con 19 punti nel terzo periodo, ma non basta per risollevare dalla polvere una squadra in crisi di identità e che appare più che mai vicina alla fine di un ciclo. La prudenza è sempre d’obbligo quando si parla dei bi-campioni in carica, ma l’evidenza sta diventando sempre più difficile da negare. Wade si trascina dietro le gambe e chiude con 10 punti (3/13 al tiro), Bosh gioca a nascondino e sta sparendo con l’avanzare della serie (12 punti, con 5/11 dal campo, e 4 rimbalzi dopo i soli 28 tocchi di gara 3), il supporting cast sembra aver completamente dimenticato la sua importanza e le giocate decisive che hanno portato al back-to-back di titoli.

È bastato un calo, fisiologico e giustificato, di Lewis, per privare gli Heat di qualsiasi tipo di credibilità offensiva; le lacune difensive invece si fanno più spinose di gara in gara, così come sono palesi le difficoltà di Spoelstra che, contrariamente allo scorso anno, appare in totale balìa delle mosse di Popovich.

Ladies and Gentlemen, abbiamo un triplo match point: si torna in Texas, dove domenica notte San Antonio avrà la prima chance di chiudere la serie e di alzare al cielo il quinto titolo degli ultimi quindici anni.

C’è aria di cambiamento, il reame di LeBron e dei suoi Heat potrebbe essere giunto al capolinea: gara 5 ci dirà se sarà davvero Restaurazione, l’ideale chiusura per l’Eterno Ritorno dei San Antonio Spurs.

 

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