Patrick Peterson, uno dei giocatori più talentuosi dell'intero draft

Se si scorre la classifica delle prime scelte assolute nella storia della NFL, ci si accorge che solo una volta un defensive back è stato accreditato di tale onore (Gary Glick, 1956).

Eppure, sono loro, le secondarie, coloro che se la devono vedere con i migliori ricevitori della Lega e professionisti quali Derrelle Revis e Nnamdi Asomugha (futuro free agent) staccano assegni milionari grazie alla loro capacità di imbavagliare i propri dirimpettai per tutto l’incontro.

Lo scorso draft ha confermato questa tendenza e giovani dall’avvenire assicurato hanno presto sentito chiamare il proprio nome: siamo sicuri che i Browns non rimpiangano la scelta di Joe Haden, mentre i Patriots hanno massimizzato la loro scelta numero 27 chiamando il sorprendente Devin McCourty, per non parlare delle due safety Eric Berry e Earl Thomas, entrambi protagonisti di un’ottima stagione, coronata dall’ingresso ai playoffs.

In questo draft 2011 i riflettori sono puntati tutti su Patrick Peterson, devastante prospetto da LSU, ma sarebbe un peccato non sottolineare la profondità nel ruolo di cornerback, dove almeno altri due-tre atleti si contendono il primo round del draft del prossimo 27 aprile; più gramo il discorso per le safety, dove il primo prospetto nel ruolo sarà probabilmente un cornerback “adattato” a giocare in mezzo al livello dei pro, per tacere del fatto che lo stesso Peterson ha tutte le carte in regola per sfondare come safety.

Ecco allora i migliori prospetti della classe 2011, uno per uno.

Patrick Peterson – Louisiana State Tigers – 6’0’’, 219 (junior)

Una fuoriserie, probabilmente il talento più cristallino della nidiata 2011 ex aequo con il ricevitore A.J. Green. Nel 2010 non si è fatto mancare niente: primo team All-American, miglior defensive back della nazione, nonché miglior difensore all’interno dei 50 stati dell’Unione.

E’ il primo modello di cornerback di nuova generazione: rapidissimo nelle coperture a tutto campo, è dotato di un fisico erculeo che gli permette placcaggi da highlight. Sempre per il fisico scolpito e per un istintivo senso della posizione, non è peregrina l’idea che lo vuole spostato come free safety tra i professionisti, ma lì sarà una decisione del coaching staff che lo allenerà.

Ha un fiuto invidiabile per la grande giocata, tant’è che alla fine sono stati 4 i palloni che ha intercettato nel 2010, il doppio rispetto all’annata da sophomore: poi, con il pallone fra le mani, dà il via a cavalcate che hanno incendiato il pubblico di Baton Rouge in questi ultimi tre anni, naturalmente tutti giocati da titolare.

Ha una grande reattività nel breve come nel profondo, al college era solito sovrastare gli avversari senza grosso impegno, sebbene soffra maggiormente i ricevitori piccoli e sguscianti. In verità, la sua evoluzione tecnica non è conclusa, quindi in proiezione potrebbe ancora crescere: è necessario però che riveda i primi passi di contenimento e il prossimo coaching staff dovrà convincerlo che non sempre è sufficiente fidarsi del proprio istinto.

E’ naturale che le sue propensioni fisiche e atletiche abbiano fatto scattare il paragone con il mitico Deion “Primetime” Sanders, con il quale perde in agilità ma vince in quanto a presenza fisica. Quanto riportato già basterebbe per un sicuro prospetto da top 10, se l’ex numero 7 dei Tigers non aggiungesse anche una  spiccata capacità come returner, dote che l’ha portato a segnare due volte su punt return quest’anno.

Non sarebbe uno scandalo se i Panthers utilizzassero la prima chiamata assoluta per lui, ma Carolina, con tutta facilità, preferirà ricominciare da una posizione cruciale, come il QB. Prendendo per buono che Denver vada per Dareus e i Bills confermino i mock su Miller, Peterson potrebbe accasarsi ai Cardinals, qualora questi dovessero abbandonare il sogno di chiamare Newton o Gabbert, altrimenti è veramente improbabile che il suo nome possa sopravvivere alla chiamata numero 7 dei 49ers.

 

Prince Amukamara – Nebraska Cornhuskers – 6’0’’, 206 (senior)

Giocatore che si è formato pian piano nei suoi quattro anni di permanenza a Lincoln, fino ad arrivare all’ottimo quarto anno, dove è stato scelto nel primo team All-American e nella squadra ideale della Big 12. Atleta a tutto tondo, durante gli anni della high school si dilettava anche con la velocità e il basket ed ha vinto diversi titoli statali in entrambi gli sport.

Ha tutte le carte in regola per diventare un cornerback su cui una franchigia NFL possa affidarsi per anni, ma dà l’idea di essere un prodotto già raffinato rispetto al talento ancora inespresso di Peterson ed è per questo che il prospetto dei Tigers si fa preferire. Anche il Principe non ha mai avuto grossi problemi ad annichilire gli avversari con cui duellava, sebbene abbia incrociato il casco con grossi calibri nella competitiva Big 12.

E’ un ragazzo che aiuta le già innate capacità tecnico-fisiche con giocate di grande astuzia e non teme di lasciare il proprio uomo in copertura per contrastare in prima persona un gioco di corsa. Come Peterson, può migliorare la posizione sui primi passi di contenimento sui ricevitori avversari, non ha grandi doti da playmaker (solo 5 intercetti nella sua carriera collegiale, tutti messi a segno nel suo anno da junior) e durante la sua militanza negli ‘Huskers non ha mai contribuito come ritornatore. Se Peterson sopravvive fino alla settima moneta, Amukamara troverà quasi sicuramente casa in Texas, difficile dire se a Dallas o a Houston.

 

Brandon Harris – Miami Hurricanes – 5’9’’, 191 (junior)

Per chi ha ancora negli occhi l’epilogo dell’ultimo Sun Bowl – con il ricevitore di Notre Dame Michael Floyd imprendibile nell’occasione – troverà piuttosto strane le previsioni che pongono il cornerback da Miami tra i futuri scelti al primo giro del draft.

Molti scout si sono però ricreduti nei convincenti test pre draft, individuali e a porte aperte, che hanno evidenziato la proverbiale velocità del junior da The U, caratteristica che gli permette di non perdere terreno nei testa a testa sul profondo, non permettendo al ricevitore avversario di creare la separazione che permetta la ricezione comoda.

Le sue prestazioni non sono scevre da errori, soprattutto quando è costretto a inseguire avversari più prestanti fisicamente (non pochi, c’è da dire…), ma sa aggiustare la propria difesa a partita in corso, dimostrando grande combattività (è figlio di un allenatore), dote molto apprezzata al piano di sopra.

Sinceramente ha bisogno di mettere su ancora un po’ di muscoli per non soccombere nelle battaglie aeree NFL e la sua gracilità non gli ha mai permesso di essere un grandissimo placcatore. Potrebbe convincere i disperati Jaguars a puntare su di lui con la scelta numero 16 (sarebbe un azzardo), altrimenti dalla 23 alla 26 ci sono Eagles e Ravens che stanno cercando nuove leve da far crescere nella posizione di cornerback.

 

Jimmy Smith – Colorado Buffaloes – 6’2’’, 211 (senior)

L’ex Buffaloes ha tutto per imporsi come starter a livello NFL, ma si porta dietro un alone di incompiuta maturità tecnica, mai realmente raggiunta in questi quattro anni.

Viene da una famiglia completamente devota al football: anche i suoi quattro fratelli sono stati giocatori in quattro differenti college. Smith era sicuramente un leader all’interno del team di Colorado, riconosciuto per la sua durezza mentale, ma anche uno dei responsabili delle ultime non esaltanti stagioni di una squadra ricca di talento come quella assemblata dall’ateneo di Boulder.

Capiamoci: grande fisico, buona copertura sull’uomo (che segue egregiamente anche nei tagli verso il centro del campo, in questo caso spesso tenta l’anticipo), non ha paura a fronteggiare il runningback nelle occasioni di giochi di corsa.

Il dubbio maggiore riguarda la sua rapidità e la capacità di contenere i ricevitori più veloci nei giochi in profondità, mancanze che non sono passate inosservate nei taccuini degli scout più interessati. Il ragazzo potrebbe avvantaggiarsi di una situazione favorevole, in quanto sia gli Eagles che i Ravens sono desiderosi di coprire il buco nel ruolo, need che gli permetterà di non scivolare oltre alla fine del primo giorno di draft.

 

Ras-I Dowling – Virginia Cavaliers – 6’1’’, 198 (senior)

Un mito per il nome che si porta in giro ancora prima che metta un solo piede in uno stadio NFL. Proiettato al primo giro del draft prima dell’inizio della sua stagione da senior, scivolerà qualche posizione più indietro (leggi: secondo giro) a causa dei molti problemi fisici che hanno contraddistinto la sua ultima stagione a Charlottesville.

Eppure è un cornerback che maschera bene la mancanza di un eccezionale scatto con una sapiente posizione in campo e discrete giocate da playmaker: nella sua prossima carriera professionistica potrà dare il suo contributo in una difesa a zona, in cui esprime il suo massimo potenziale poiché non è costretto ad inseguire i ricevitori più agili.

Nella battaglia non si tira indietro, anzi talvolta la sua aggressività lo porta a subire qualche penalità di troppo. Un atleta che si può tranquillamente inserire in un roster NFL, sebbene i più grossi interrogativi riguardino la sua capacità di tenersi alla larga dagli infortuni in una lega in cui la qualità e la quantità dei colpi sono molto maggiori rispetto a quelli a cui il nostro Ras-I è abituato.

 

Aaron Williams – Texas Longhorns – 5’11’’, 204 (junior)

A detta dei più, il suo fisico piuttosto compatto lo costringerà alla transizione a free safety a livello pro. Viene da un programma che ha forgiato diversi cornerback che ora evoluiscono nella NFL e non più di un anno fa era considerato un top prospect, prima di affogare nelle acque della tremenda stagione 2010, insieme ai suoi Longhorns.

Sebbene non sia stato dotato di due piedi rapidissimi, Williams potrebbe basare il suo prossimo successo sulle doti di bloccatore e gran colpitore (vedi T.J. Ward). La sua solo discreta velocità potrebbe costargli qualcosa quando si troverà a dover contenere in single coverage ricevitori molto rapidi, oppure quando è chiamato a dare una mano ai cornerback.

Nonostante le perplessità descritte, l’ex numero 4 di Texas è tenuto in considerazione perché è un gran lavoratore, per cui gli scout fanno affidamento sulla sua volontà di allenarsi e migliorarsi. Curiosità: è un più che discreto special teamer, poiché è già stato protagonista di ben 5 calci bloccati, secondo di sempre nel libro dei records dei Longhorns. Per la poca profondità della classe di safety nel draft di quest’anno, Williams potrebbe essere scelto prima di quanto si pensi, altrimenti a fine primo giro è probabile che trovi qualche franchigia pronta a scommettere sul suo potenziale.

 

Johnny Patrick – Louisville Cardinals – 5’10’’, 191 (senior)

Atleta che si è contraddistinto per una forte crescita nei suoi cinque anni (è stato redshirt durante il suo primo anno da freshman) spesi nell’ateneo del Kentucky, esperienza che gli è sicuramente valsa a maturare fino al livello attuale (in principio era entrato in squadra quale wide receivers). Giocatore sottovalutato perché piuttosto grezzo a livello di tecnica individuale, ma un mastino sull’uomo, il tipico difensore che devi battere due volte prima di essere sicuro di poter fare la ricezione. La sua determinazione l’ha portato alla ribalta nazionale e al riconoscimento nel primo team della Big East.

La scorsa estate è stato arrestato ed è stato condannato per un reato minore, ma da allora ha rigato dritto e non ha più fatto parlare di sé (almeno sotto questo punto di vista). Molti scout non lo raccomanderanno alla propria franchigia, ma non sorprendetevi se fra due anni lo vedrete vincere il posto da titolare nel vostro team preferito.

 

Rahim Moore – UCLA Bruins – 5’11’, 202 (junior)

Prima vera safety a livello collegiale e anche la più indiziata ad udire per prima il proprio nome chiamato il prossimo giovedì. Se si parla di Rahim Moore, non si può prescindere dalla sua stagione da sophomore, dove comandò la nazione per intercetti (dieci!), statistica che gli permise di assicurarsi il secondo team All’American nel 2009.

Il numero 3 di UCLA è un giocatore molto affidabile: non ha mai saltato una partita per infortunio e famosa è la sua dieta che elimina le “specialità made in USA”, quali dolcetti e cibi da fast-food. Non è nè molto alto, nè molto veloce ma le sue predisposizioni per il ballhawking e per i big play potrebbero indurre alcuni team a scommettere su di lui quando il secondo giro starà già per tramontare o ad inizio del terzo.

 

Davon House – New Mexico State Aggies – 6’0’’, 200 (senior)

Questo è il mio personalissimo azzardo, reso ancora maggiore dalla non grande notorietà della WAC, la conference degli Aggies. House è stato titolare per tutti i quattro anni spesi a Las Cruces, fatto che l’ha reso un leader indiscusso all’interno dello spogliatoio. E’ veloce, aggressivo e possiede buon tempismo per i tackle. Per tutta la sua carriera collegiale ha sempre evidenziato un certo vizietto nell’intercettare i palloni altrui (11 in totale), tre dei quali riportati fino alla meta. E’ stato solo il quinto Aggies di sempre a ricevere un invito al Senior Bowl, segno più che altro che a NMS di fenomeni non ne passano tantissimi. Manca di esperienza contro avversari di spessore, ma qualche general manager potrebbe vedere in lui una scelta medio-bassa che non gravi il front office di responsabilità, per poi lavorarci sopra fino a farlo diventare un giocatore di rotazione.

 

Post By Nicolò Bo (34 Posts)

Laureato in giurisprudenza. Grande appassionato di football americano, segue con insistenza il mondo del college football da cui è rimasto stregato. @nicolo_bo su twitter.

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