Tony Parker, l'esempio di integrazione NBA da imparare per i nostri talenti italiani

Tony Parker, l’esempio di integrazione NBA da imparare per i nostri talenti italiani

Grande paese la Francia. Lo dico con sincerità e con rispetto, da italiano che sente forte la rivalità. Grande paese anche per lo sport. Negli ultimi Europei di basket è arrivata la prima medaglia d’oro della storia, con una squadra irradiata di talenti che ormai giocano in pianta stabile nella NBA.

Scorrere la lista dei francesi di oggi e di ieri nella lega professionistica americana è un bell’esercizio di stile, perché è una buona fotografia della società d’oltralpe.

E’ un paese che vive un’immensa contraddizione. E’ la società più multiculturale d’Europa e allo stesso tempo il paese più fiero delle proprie tradizioni culturali, fierezza che non si misura a chiacchiere (come da noi, fermo restando il nostro scarso amor di patria) ma dalla misure concrete che lo stato elargisce a favore della cultura, come ad esempio per il cinema.

Fierezza delle tradizioni e apertura delle frontiere, due facce della stessa medaglia, spesso però in forte e doloroso contrasto tra loro.

E’ il paese dove uno storico, Dominique Venner, si è suicidato il 21 maggio scorso con un colpo di pistola nella cattedrale di Notre Dame. Il gesto è simbolico, proprio lì, nel cuore di Parigi, dell’Ile de France e quindi di tutto il paese, nel cuore (cattolico) di una nazione che sembra aver dimenticato le proprie radici.

Ma come, proprio loro, i francesi ? Quelli che non parlano inglese, mai, nemmeno nei ristoranti e ai desk degli aeroporti pieni di turisti di Parigi, quelli che hanno inventato la democrazia in chiave moderna con tutti i loro valori di Libertè, Egalitè, Fraternitè ?

Sì, proprio loro, hanno ormai quote altissime di immigrati, l’11,1% nel 2010 (fonte Eurostat contro il nostro 8,5%) di persone nate all’estero, ma il passato coloniale si fonda alle ondate ancora attuali d’immigrazione per disegnare una società di tanti colori diversi, dove il gruppo più consistente, una vera e propria nazione nella nazione, sono gli algerini, nel più grande impasto di maghrebini.

Molto più che da noi ci sono interi quartieri che faticano a parlare francese o che lo parlano con un accento che non si insegna alla Acadèmie Francaise.

Le famigerate ed esplosive banlieue non servono solo come sfondi di film di azione (vedi Banlieu 13) ma a denotare invece una realtà che a molti francesi pare come il male assoluto.

Dagli ultimi sondaggi il partito di destra populista Front National è al 24% dei sondaggi e non è più un miraggio che un Le Pen possa andare all’Eliseo, dove ora siede un Hollande in crisi che deve solo ringraziare gli appetiti sessuali di Dominique Strauss-Kahn.

Tutto questo si riflette ovviamente nello sport. Società multietnica significa squadre nazionali multietniche. Senza questa premessa si farebbe solo una fredda lista della rappresentativa di basket che ha vinto l’Europeo.

Dei 5 titolari nella finale contro la Lituania (Parker, Gelabale, Batum, Diaw, Ajinca) nessuno è bianco, dei 12 convocati solo 4 sono bianchi e nessuno decisivo, col solo De Colo a quota 20 minuti a partita come cambio dell’MVP Tony Parker.

Possiamo girarci intorno, possiamo fare paragoni con l’Italia, ma la realtà è questa, la società multiculturale è un bene, l’immigrazione può essere un valore solo entro certi livelli quantitativi ma il modello francese è andato oltre, proponendo reazioni a volte odiose.

Il problema è di quantità dunque ma, come ancora oggi sul Corriere si leggeva di Alain Finkielkraut, filosofo d’origine ebraica, anche della qualità dell’immigrazione, perchè in Francia il gruppo più numeroso è nordafricano, quindi islamico, quindi gruppo compatto del verso più sensibile della qualità di un popolo, il credo religioso.

Un popolo è la lingua che parla, il collante e il principio, la religione la più importante delle discriminanti.

Discorso complesso a cui solo accenniamo, torniamo allo sport. Ricordate la Francia campione del mondo in casa nel 1998 ?

Fu una gran festa per i “black blanc beur” (neri, bianchi e maghrebini) fino alla naturale parata per gli Champs Elyseès, laddove l’Arco avrebbe celebrato più tardi il trionfo di migliaia di algerini per la qualificazione ai Mondiali del 2010.

Nella NBA sono tanti e anche gloriosi i ragazzi che possono urlare Vive la France, ben più dei nostri che certo come la maggior parte dei loro connazionali grida Viva l’Italia distrattamente solo guardando i Mondiali in TV.

A cominciare ovviamente da Tony Parker. Noi oggi ne abbiamo 4, numero basso comunque impensabile fino a qualche anno fa ma soprattutto mai abbiamo avuto mai ed è altrettanto impensabile averne uno come lui in tempi stretti.

Figlio di un nero di Chicago e di una modella olandese, nato a Bruges, in Belgio, questo figlio del mondo si è conquistato un posto d’onore nella storia della NBA. 3 titoli vinti da protagonista con gli Spurs, MVP delle Finals 2007, 5 volte All-Star, ha riscritto a suo modo la storia.

La lista dietro di lui è però lunga e sfiziosa. C’è Tariq Abdul-Wahad (Maisons-Alfort, vicino Parigi, dalla Guiana francese) che fa da apripista, guardia-ala muscolosa che cambiò nome convertendosi all’Islam. Ebbe un buon impatto in chiave difensiva prima a Sacramento poi ad Orlando ma la sua evoluzione fu cancellata dagli infortuni.

E’ antesignano, con Parker, di una vera e propria ondata che tutt’oggi investe gli States a partire dai primi anni del 2000, l’anno dell’Olimpiade di Sidney dove saltammo tutti dalla sedia guardando Vince Carter volare in testa a Frederic Weis.

Il poveretto (Thionville) avrebbe potuto giocarsi anche le sue carte (numero 15 al draft 1999 per NY) ma dopo “The Dunk” sarebbe diventato un oggetto di scherno itinerante in giro per l’America. Nessuno di noi, lui per primo, si è ancora ripreso da quel giorno.

Ondata che porta carne fresca, gente atletica che corre ma con educazione da Sorbonne. Basti pensare alle mani di Boris Diaw (Cormeilles-en-Parisis), amore-odio di coach Popovich.

E’ ormai un veterano rispettato, se solo si impegnasse di più, è la critica più diffusa, se solo ci mettesse più cattiveria e più costanza sarebbe All Star.

Il ragazzo di origini senegalesi è francese quintessenziale, snob palla in mano, pennellata impressionista quando vuole lui.

Il contrario di Ronny Turiaf (Le Robert, Martinica), la forza della volontà. Operato a cuore aperto, lottò per continuare a vivere. Il suo ritorno in campo fu miracoloso ma dimostrò un’energia travolgente.

Sul campo non si risparmia mai, lotta su ogni pallone, è il classico uomo di fatica e sacrificio che ogni allenatore vorrebbe avere. Oggi è a Minnesota, con un anello al dito conquistato nel 2012 con gli Heat.

Gli algerini prendono possesso del simbolo monumentale di Parigi, l'Arco di Trionfo sugli Champs-Elysees

Gli algerini prendono possesso del simbolo monumentale di Parigi, l’Arco di Trionfo sugli Champs-Elysees

Perfetto prototipo del francese moderno è Mickael Piètrus (Les Abymes, Guadalupa), atleta straordinario, tecnica spesso sopraffina.

E’ dal secondo anno in NBA che è attorno ai 20 minuti di media a partita, in ogni squadra in cui ha giocato (Golden State, Orlando, Phoenix, Boston, Toronto) è stato un contributo importante, un cambio di energia e di consistenza offensiva e difensiva.

Nel 2009 fu uno dei protagonisti, anche inattesi, della bella cavalcata dei Magic fino alle Finals. In gara 4 non gli entrò il jumper sulla sirena per il 2-2 nella serie e fu portato sulle tracce di Kobe, ad ogni modo decisivo per i suoi Lakers nonostante l’apprezzabile sforzo.

Sulla sua falsariga Nicolas Batum (Lisieux). Se Pietrus è atleta esplosivo, verticale, Batum ha braccia lunghissime, quindi è una sorta di atleta orizzontale.

Dal 2008 a Portland (14.3 ppg, 5.6 rimbalzi e 4.9 assist l’anno scorso) ha un gioco all-around, incisivo sia in attacco che in difesa, un uomo di complemento come molte squadre si sognano.

Monotematico invece Johan Petro (Parigi), gran stoppatore, cambio solido per il centro titolare oggi in Cina ma con passato NBA soprattutto ad inizio carriera a Seattle (quando c’erano i Sonics).

Strano caso quello di Joakim Noah. Nato a New York, figlio di Miss Svezia 1978 e di Yannick Noah, grande tennista, vincitore del Roland Garros nel 1983, è un altro figlio del mondo ma a differenza di Parker con tanta cattiveria in più.

Esuberante e dalla bocca fin troppo larga, è dalla stagione 2008 una delle colonne portanti dei sogni di rinascita dei Bulls post-Jordan.

Rimbalzi ed energia, leader vocale in vece di un D-Rose troppo intimista, è stato 2 volte campione NCAA con Florida, nel 2006 anche MVP delle Final Four, non ha deluso le aspettative ed è diventato uno che sposta.

Dal 2007 è ufficialmente cittadino francese e nel 2011 ha vinto l’argento agli Europei. Nella squadra d’oro di quest’anno c’è idealmente anche lui, col suo gesto orribile al tiro libero, uno dei più inguardabili della storia NBA.

Alexix Ajinca (Saint-Etienne) è tornato in Europa dopo una parentesi non esaltante (11 minuti di media il massimo nel 2011 a Toronto), Mickael Gelabale (Pointe-Noire, Guadalupa) è stato ugualmente una comparsa.

Tre stagioni tra Seattle e poi di ritorno a Minnesota l’anno scorso, quasi 18 minuti a partita con 5 di media ma anche per lui la dimensione ideale è l’Europa.

I due quinti che la NBA l’hanno solo assaggiata del quintetto d’oro. Come Antoine Rigaudeau (Cholet), 11 gare da assoluta meteora a Dallas, indimenticabile collo storto in maglia Kinder Bologna.

Come Jerome Moiso (Parigi), lungo da ricambio con Celtics, Hornets, Raptors, Nets e Cavs, Yakhouba Diawara (Parigi), guardia-ala a Denver e Miami per 4 stagioni, come Pape Sy (Loudèac), tre gare ad Atlanta nella stagione 2011 prima di tornare in patria.

Diversi i casi dei giovani prospetti d’oggi. Rodrigue Beaubois (Pointe-à-Pitre, Guadalupa) ha inanellato buone stagioni a Dallas come cambio in point guard, quasi 9 punti di media nelle stagioni ’11 e ’12, rallentato da infortuni garantisce velocità, buon palleggio in entrata, anche quel pizzico di fantasia a scuola di umiltà da Jason Kidd.

Stesso ruolo in backup mal digerito però da Nando De Colo (Sainte-Catherine-lès-Arras) che rischia di passare alla storia per le frasi di esplicita insofferenza panchinara rivolte contro Popovich. Flavio e Federico hanno avuto facile gioco a deriderlo in TV. Ma come ? Non ha capito che con l’ex agente segreto non ci si lamenta, men che meno in pubblico ?

Tutto da definire il talento di Evan Fournier (Saint-Maurice, sobborgo di Parigi), la grande speranza bianca del basket francese, 21enne guardia dei Denver Nuggets come quello di Kevin Seraphin (Cayenne, Guiana francese), buoni movimenti sotto canestro, 9 punti di media e 4.4 rimbalzi in 22 minuti la scorsa stagione con i Wizards.

C’è anche Ian Mahinmi (Rouen), 16.5 di sostanza in cambio di Roy Hibber per i Pacers, a differenza dei precedenti due però ha già 27 anni e quindi margini potenzialmente minori di miglioramento.

Nella storia della NBA sono stati 20 finora i francesi che hanno calcato i parquet del campionato più bello del mondo, il secondo gruppo più numeroso dopo quello canadese, avvantaggiato però dalla vicinanza territoriale e relativa facile interconnessione con un similare modello scolastico, leggasi il futuro fenomeno Andrew Wiggins, canadese di nascita figlio di americano, esperienza liceale tra Ontario e West Virginia.

Tra questi c’è anche Howard Carter, guardia americana anni ’80 che ottenne la cittadinanza a carriera NBA finita ma non Dominique Wilkins, mitica ala di Atlanta poi svernato a Bologna sponda Fortitudo quando l’Italia era ancora ricca e attraente.

E’ nato a Parigi solo per caso, perché suo padre era di base come militare da quelle parti. Tra i 20 però c’è ovviamente sua maestà Parker, la vera differenza al di là dei numeri col nostro basket d’esportazione, come già detto e ampiamente evidente con tutto il bene auspicabile per Gallinari e Belinelli soprattutto ma anche per Bargnani e il rookie Datome, posto il tentativo pionieristico di Vincenzino Esposito e Stefano Rusconi.

I bianchi come detto sono esigua minoranza, cosicché la gloria del basket si deve cinicamente e paradossalmente tanto al colonialismo oltreconfine quanto alla più recente immigrazione di massa in un paese che resta una delle mete principali del flusso migratorio verso l’Europa.

Zidane il nordafricano, Desailly il nero e Blanc il bianco di nome e di fatto, la fotografia della Francia campione 1998

Zidane il nordafricano, Desailly il nero e Blanc il bianco di nome e di fatto, la fotografia della Francia campione 1998

Ricordo ancora il mio viaggio a Parigi, estate 2007, ero gonfio d’orgoglio per il trionfo italiano l’anno prima ai Mondiali, non facevo altro che scrivere per la città disegnata dal Barone Haussmann inni alla mia felicità di campione del mondo, titolo conquistato proprio contro di loro, al netto della capata di Materazzi a Zidane.

Scesi dall’aereo ci incamminano per la metro non già Art Nouveau verso la città, poi sbucammo alla nostra destinazione, La Dèfense.

Usciti dalla stazione della metro, emozionato per i miei primi passi nella capitale francese, fui trafitto dalla sorpresa. Uno shock. Vidi i grattacieli (non lo sapevo, ci andai senza informarmi di nulla) e diversi gruppi di ragazzi neri tutti intorno che chiacchieravano, solo loro, nella tarda serata estiva.

Neri e grattacieli, pensai di aver sbagliato aereo e di essere arrivato a New York, magari ad Harlem con Manhattan che fa da sfondo. Imparai presto che la società francese era anche questo.

Una società che accontenta pochi, non certo solo a destra. Manuel Valls per esempio è il Ministro degli Interni, socialista e di origini catalane, e recentemente ha ribadito con chiarezza (e con coraggio) che una civiltà avanzata nel 2013 non si può permettere di avere le baraccopoli nelle periferie delle proprie città.

L’accoglienza è sacrosanta, il razzismo è la cosa più odiosa tanto quanto l’ipocrisia di chi critica chi si sente oggi “straniero” alla Camus in un mondo che ha perso identità, tradizione e orgoglio.

La Francia confina con ognuno degli altri 4 grandi paesi d’Europa e con ognuno di questi ha profonde relazioni. C’è una scritta in francese nello stemma reale del Regno Unito e le regioni di Bretagna e Normandia testimoniano una connessione profonda tra i due popoli, Alsazia e Lorena sono terre che pendono da sempre tra due culture, e Hitler le riteneva proprietà germanica, ci sono i gigli della franca casata dei Borbone nello stemma reale di Spagna e il territorio basco è anche in parte francese e di volontà indipendentiste.

Poi ci siamo noi, al di là di Carla Bruni premiere dame e di Monica Bellucci nostro vanto di bellezza passata al di là delle Alpi, c’è la curiosa altalena tra due patrioti, due eroi delle rispettive nazioni.

Napoleone era italiano d’origine, nato in Corsica un anno dopo il passaggio dell’isola dalla Repubblica di Genova alla Francia, Garibaldi nacque a Nizza in una contea con sovranità francese.

Scherzi e screzi, mettiamo tutto da parte, ma è solo per dire che la Francia è il cuore geografico della vecchia Europa e tutti guardiamo ad essa con apprensione.

Le periferie delle sue città disegnano quadri simili alle città d’America, qui c’è tale Kadour Ziani, algerino di nascita, che è uno degli dèi del cemento e di Youtube per le sue slam dunk, non meno di Air Up There dal Texas.

Di nuovo, non si vuole scrivere niente di serio in questo articolo, ma se si parla di basket francese non si può non parlare di come si sia evoluta un’intera nazione, a partire dalle strade per finire nei luccicanti parquet americani.

In quelle periferie in cui Le Corbusier vaneggiava razionalmente di rinchiuderne a migliaia nei suoi grattacieli o nelle “unità di abitazione” risuona la palla a spicchi come in America.

Neri, bianchi e nordafricani si sfidano tra i recinti sull’asfalto cocente, mentre una donna col velo sfida le leggi del paese che l’ha adottata, mentre tale Benjamin Carle dimostra che si può vivere rischiando di morire di fame se si comprano solo prodotti “made in France” perché di francese è rimasto poco, mentre i turisti scattano un’altra foto sugli Champs-Elysees lontani anni luce dalle inquietudini delle banlieue, rassicurati dagli alberi squadrati con le bandiere tricolore in ogni dove in questa Parigi che ha bisogno di vederla in ogni angolo quella bandiera, simbolo di una nazione lacerata, fiera e cosmopolita, ancora fiera ma diversa.

Sarkò “l’amèricain” non ha ricevuto all’Eliseo le sue squadre vincenti perché troppo presto o troppo tardi, nel 1998, 2000 e nel 2013, perché quell’appellativo di americano in un paese come la Francia è ancora più un insulto, più una derisione, è il tentativo effimero e ultimo di un’eccezionalismo culturale che ha perso la sua guerra in nome della globalizzazione rampante di prodotti e di uomini.

Il sommo architetto di pilotis, terrazze, finestre a nastro, piante e facciate libere poteva immaginare nel suo studio la forma ma non il contenuto.

Quel “contenuto” nuovo e variopinto che ha regalato alla Francia i Mondiali del ’98, gli Europei del 2000 di calcio e l’oro di quest’anno agli Europei di basket.

 

6 thoughts on “Francesi nella NBA, specchio di una nazione in evoluzione

  1. Non amo la Francia, né tantomeno i francesi, ma sei riuscito a farmela apprezzare per un po’ :)

  2. “il partito di destra populista Front National è al 24% dei sondaggi e non è più un miraggio che un Le Pen possa andare all’Eliseo,”
    niente, non c’è modo di far capire a chiunque parli di Francia qui e altrove che col sistema elettorale francese la Le Pen all’Eliseo ci va solo col 51% di voti, perchè c’è il doppio turno e al ballottaggio chiunque si presenti avrà TUTTI i voti di chi non ha votato la Le Pen al primo turno. Da loro la pregiudiziale antifascista è ancora una cosa seria.

  3. Fra tutti i motivi per cui al mondo dobbiamo ringraziare esista la Francia il basket, per fortuna, è l’ultimo.

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