Chi si aspettava un calo nel gioco di Kobe, quest'anno è sicuramente andato deluso...

Gli americani mi affascinano. Hanno la capacità di creare le più assurde statistiche che l’intelletto umano può immaginare. Hanno un numero, un dato, per ogni cosa, dai punti, agli assists, alla percentuale “reale”, al tasso di incidenza del giocatore sui possessi finalizzati della squadra.

Per non parlare poi dei premi. Hanno una statuetta per ogni occasione: MVP, miglior sesto uomo, miglior difensore, assist-man, ruba palloni, miglior rookie, sesto uomo dell’anno…. insomma coprono tutto lo scibile della premialità.

Tutto questo mi intriga. Mi piace vedere un giocatore in campo, sudare, dannarsi, vincere o perdere. Mi piace accedere il Mac e vedere le sue statistiche, la sua storia tradotta in cifre. Tante cifre.

Il mio ingresso nel mondo della palla a spicchi risale al 1996.
Il primo ricordo è ancora lì, nitido nella mia mente: Cedric Ceballos, fresco di passaggio dai Lakers ai Suns, volare in campo aperto e affondare una bimane. Favoloso.

Quell’anno, oltre ad essere svezzato dal duello Jordan-Pippen vs. Payton-Kemp, fui testimone, io ragazzetto dodicenne ancora incapace di tenere un pallone in mano, dell’ingresso nella NBA di un prospetto dal potenziale immenso, cresciuto in Italia e capace (capacissimo, anzi) di parlare correttamente la nostra lingua. Il nome era quello di una bistecca giapponese, Kobe. Il cognome quello di un grande del nostro basket degli anni ’80 (ma prima anche in NBA), Joe Jelly Bean Bryant.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata. Kobe Bryant di stagioni ne ha giocate quindici, con la sedicesima in corso. Forse nessuno, realmente, lo credeva capace di quel che ha fatto. Chi, come me, è cresciuto nel mito di MJ, non può non aver notato la somiglianza (di gioco, di sguardo, di fame di vittorie) con His Airness, ma è sempre stato altrettanto palese che le differenze ci sono, eccome. Ciò nonostante, ad inizio anno proprio MJ ha eletto a suo unico degno erede KB

I numeri stagionali sono lì a farsi guardare. Ancor più quelli di una carriera incredibile. Di entrambe vorrei dirvi oggi, perché mai come quest’anno il Mamba, partita dopo partita, sta infrangendo record facenti parte della Storia del Gioco.

Giusto per rinfrescarci la memoria, ecco servito il suo palmarés:

  • cinque volte Campione NBA (2000, 2001, 2002, 2009, 2010);
  • una volta MVP della regular season nel 2008;
  • due volte MVP delle NBA Finals nel 2009 e 2010;
  • due volte miglior marcatore della regular season;
  • tredici convocazioni all’All Star Game;
  • miglior marcatore di sempre dell’All Star Game (superando quest’anno proprio MJ);
  • quattro volte MVP dell’All Star Game (2002, 2007, 2009, 2011);
  • nove volte nel primo quintetto ideale (2002, 2003, 2004, 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011);
  • due volte nel secondo quintetto ideale (2000, 2001);
  • due volte nel terzo quintetto ideale (1999, 2005);
  • nove volte nel primo quintetto difensivo ideale (2000, 2003, 2004, 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011);
  • due volte nel secondo quintetto difensivo ideale (1999, 2001);
  • inclusione nel secondo rookie team nel 1997;

Ad oggi è il quinto giocatore in attività con più gare giocate in carriera con 1140 (dietro Kidd, Garnett, Howard e Fisher), 45esimo in assoluto nella storia dell’NBA. 22esimo di sempre per minuti totali giocati in carriera, con 41.552, avendo appena superato Scottie Pippen (41.069) e Michael Jordan (41.010).

Quattordicesimo di sempre per canestri segnati, è addirittura ottavo per tentativi con 22.247. Quanto ai punti, ha da poco superato l’eterno amico-nemico Shaquille O’Neal, e allo stato attuale è settimo nella Storia con 28.936 (con Moses Malone già nel mirino). Insieme a Chamberlain, Jordan, Jabbar e McAdoo è l’unico ad aver segnato almeno 2.800 in una singola stagione (precisamente 2.832 nel 2005/06, con una media di 35,4 punti a sera, l’ottava media più alta di sempre).

Insomma tanta roba. Una bacheca piena zeppa per un giocatore di 33 anni e mezzo, che legittimamente potrebbe adagiarsi sui verdi allori e godersi un po’ di meritato riposo, dedicandosi a formare qualche giovane leva.

Ma è il Black Mamba, e mai soprannome fu tanto azzeccato: agonista come pochi al mondo, ha una fame di vittorie con nessun eguale nella NBA odierna. E la stagione attuale ne è la conferma.

Insensibile ai record infranti di gara in gara, KB si trova quest’anno a fronteggiare l’ennesima ricostruzione dei Lakers, dopo quelle del 1996 (quando arrivò, con lui, l’allora ben più determinante Shaq), del 2004 (anno della disgregazione del fab-team e della dipartita dello stesso Diesel) e del 2008 (arrivo di Pau Gasol e cessione di alcuni dei più immondi bidoni della storia gialloviola).

Pino in mano a Mike Brown, staff di supporto completamente cambiato (reduce solo il buon vecchio Vitti, dentro anche il nostro Messina), per una squadra che, come rilevato da Marcello Oberosler in un recente articolo qui su Play.it USA, sta faticando oltremodo, tanto in attacco quanto in difesa, a digerire ed assimilare un gioco e una filosofia completamente diverse dall’era Jacksoniana.

Complice la peggior panchina della Lega e una gestione del mercato “complicata”, Kobe sta giocando oltre quattro minuti a partita in più rispetto allo scorso anno, concludendo con un tiro poco meno di 24 volte a sera (la stagione passata erano 20). Per lui ci sono 28,8 punti, 5,9 rimbalzi, 4,9 assists e 3,9 perse per sera, tirando con il 43,9% da due e un misero 28,1% dall’arco.

Il calendario fitto, la serie interminabile di back-to-back e back-to-back-to-back, i tanti minuti passati sul parquet, stanno di fatto incidendo sulle prestazioni del n. 24.

Dopo un dicembre e un gennaio stellari, chiusi con 30 punti e 5 assists di media (complice anche la striscia di quattro partite dal 10 al 14 gennaio con oltre 40 punti), con percentuali al tiro ottime (14 volte su 22 oltre il 45%), in febbraio Kobe ha subìto un brusco stop, chiaro sintomo che la stanchezza, per un ragazzo di quasi 34 anni, si fa sentire.

Nelle prime 12 partite di febbraio (7-3), solo in tre occasioni ha scollinato quota 30 punti (e potrebbe anche andare bene se non che…) ma solo in altrettante gare ha chiuso con meno di 18 tiri (e questo non è bene). In altre parole, dopo un inizio di stagione spumeggiante, Bryant ha vissuto un febbraio in cui ha faticato a finalizzare, calando nella media punti e tirando decisamente male (11-39 nelle ultime due gare prima della pausa dell’ASG contro Dallas e OKC).

Era dal 2004/05 che non si vedeva tanta imprecisione. Quanto al tiro da tre, si deve addirittura tornare indietro di un decennio per trovare una percentuale di segnature così bassa. C’è da dire, a suo discapito, che sta giocando su un fastidioso infortunio al polso destro, oltre che a vari acciacchi a gomito e dita, che ne condizionano il rilascio del tiro, nonché la gestione stessa della palla, come confermato dalle 3,9 perse a sera, dato peggiore in carriera ad eccezione delle 4,1 perse di media del 2004/05.

Per non parlare della frattura al naso rimediata a seguito di un contatto con Wade durante l’ASG giocato domenica scorsa….

Stagione complessa, dunque.

Se fino a un mese fa eravamo tutti a magnificarne le prestazioni, individuandolo, ancora una volta, come faro di una squadra in navigazione in piena tempesta, ora dobbiamo prendere atto che un Kobe così è eccessivo e controproducente, più per sé che per la squadra. Mi spiego: posto che il suo apporto è indispensabile ai Lakers di oggi, giocare più di 38 minuti a sera nel “suo” modo, con attacchi al ferro, isolamenti, gestione completa di tutti gli aspetti del gioco, lo porta inesorabilmente a logorarsi oltremodo. Febbraio è il primo sintomo. Il primo segnale che, a 34 anni, il coaching staff dovrebbe dosarlo di più, permettergli di rifiatare.

Una riprova sono le ultime tre gare disputate in veste di Cavaliere Mascherato: dopo la pausa dell’ASG, in cui ha si giocato la partita delle stelle (chiusa peraltro con 27 punti) e girato per vari eventi pubblicitari ma ha comunque avuto possibilità di riprendersi, dopo questo weekend, dicevo, sembra essere tornato ai livelli di inizio stagione. Complice, probabilmente, la botta inflittagli da Wade, Kobe ha messo su, oltre alla maschera protettiva, anche il tipico sguardo assassino.

Contro Minnesota, lasciato in campo 34 minuti, ha chiuso con 31 punti (11-23 da due, 0-4 da tre e 9-10 ai liberi) 7 rimbalzi 8 assists e 5 perse. Vittoria LA.

Due giorni dopo, di fronte ai Kings, ne ha infilati 38 in 37 minuti (13-24, 1-2, 11-14) con 8 rimbalzi 3 assists e 3 perse. Altra vittoria LA.

Ieri sera, nella seconda stagionale contro gli Heat, dopo l’agile vittoria di gennaio di Miami in casa, Kobe ha dato il meglio di sé: nel primo quarto ha letteralmente annullato Dwyane Wade, giusta vendetta per il “torto” del colpo al setto nasale, infilando 18 punti uno più difficile dell’altro. Nel proseguo della gara, insieme a un insperato (e ispirato) Metta World Peace, ha piegato gli Heat chiudendo i suoi 39 minuti sul parquet con 33 punti (14-23, 0-2 e 5-7), 3 rimbalzi 1 assists e 3 perse. Terza vittoria LA.

Dunque dai a Kobe un po’ più di fiato e ne possono giovare tutti i Lakers. Questo dovrebbe fare coach Brown. E con lui il management, che dovrebbe lavorare per affiancargli qualcuno capace di sgravarlo o quantomeno agevolarlo nella selezione di tiro.

Non è semplice. Un po’ per il carattere del Mamba, sempre deciso a vincere a tutti i costi e determinato ad essere lui per primo il fautore del suo destino. Un po’ per l’attuale status dei Lakers, in difficoltà con l’affaire Gasol che terrà banco fino alla chiusura del mercato.

Su una sola cosa posso mettere la mano sul fuoco, dopo 15 anni di Kobe: non mollerà. Probabilmente a novembre non lo vedremo protagonista della cerimonia degli Anelli, ma in primavera sarà lì a provarci. Potrà uscire dalla post season, probabilmente sarà così. Ma sempre a testa alta.

Cinque anelli, in fondo, non si vincono a caso.

 

Post By Giuseppe TJ Vallone (45 Posts)

Laureato in Legge, appassionato di basket e fotografia, guardo la vita attraverso un obiettivo e con la palla a spicchi in mano…

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13 thoughts on “Kobe Bryant: una stagione per la storia

  1. bellissimo articolo…giusto una precisazione,gli all star game sono 14 e tutti da titolare…nel 2010 era infortunato ma è cmq da considerare

    • Mannaggia… nella bozza l’avevo considerato ma poi su ESPN ne avevano attribuiti 13 e ho pensato di aver sbagliato! Poco male, contiamone uno in più in questa incredibile carriera.

  2. “Quanto ai punti, ha da poco superato l’eterno amico-nemico Shaquille O’Neal, e allo stato attuale è settimo nella Storia con 28.936 (con Moses Malone già nel mirino)” secondo wikipedia è al quinto posto e Moses l’ha gia passato da un po…

  3. Su nba all time leaders viene dato al quinto posto. Davanti a Moses Malone e a Shaquille. Qual è la realtà?

  4. Trade,trade,trade come disse Magic. Che la dirigenza segua il suo consiglio e faccia qualcosa per portare qualcuno che abbia punti e gioco nelle mani per sgravare dalle troppe responsabilità Kobe e vedrete che quest’ultimo sarà li a lottare per il suo sesto anello..

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