Tim Duncan, solo con i suoi pensieri, in uscita dall'AAA di Miami dopo gara 7...

Tim Duncan, solo con i suoi pensieri, in uscita dall’AAA di Miami dopo gara 7…

Torneranno gli Spurs l’anno prossimo? Questa la domanda più frequente che nei giorni immediatamente successivi alla sconfitta di gara 7 in Finale a Miami circolava fra gli addetti ai lavori in giro per la Lega.

Ovviamente quando parliamo di Spurs in questi termini il riferimento va inevitabilmente a quello che può essere considerato il nucleo storico della formazione nero-argento, quei Big Three che rispondono ai nomi di Parker, Ginobili e Duncan e che in 11 stagioni insieme sono riusciti a collezionare la bellezza di 3 Titoli, 4 Finali e soprattutto 101 vittorie in Post Season.

Quest’ultimo dato in particolare finisce per collocarli direttamente nel gotha dei triumvirati NBA, secondi soltanto al trio giallo-viola, costituito da Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e Michael Cooper, che negli anni ’80 impazzava al Forum, fra lo stupore degli astanti capitanati dall’inossidabile Jack Nicholson, fresco interprete di Shining e non ancora cimentatosi nei panni del Joker di Batman.

Per battere il record suddetto (110 W) serve almeno un’altra cavalcata verso le Finali di Conference 2014. Facile direte. Non esattamente. Perchè al rientro dalle vacanze qualcuno potrebbe anche non presentarsi ai microfoni del media-day nè tantomeno mettersi in pantaloncini da gioco al via del Training Camp, previsto, come di consueto, per l’inizio di Ottobre.

Difficile da stabilire oggi. Quella che ci attende sarà comunque una lunga estate, con l’orecchio costantemente proteso a cercare di afferrare ogni sorta di rumor che possa arrivare dal Texas del sud. Se gli Spurs avessero appeso il quinto stendardo di Campioni NBA sul soffitto dell’AT&T Center, adesso probabilmente staremmo già celebrando in pompa magna l’ultimo ballo di Duncan e Ginobili. Alla luce della sconfitta maturata invece, l’incertezza regna oggi sovrana in casa Spurs. E le dichiarazioni nelle interviste post gara 7 non sono meno enigmatiche.

“Posso pensare alla cena, non alla prossima stagione” afferma beffardo Coach Popovich.

“Non posso credere che tu mi stia facendo questa domanda, è da 5-6 anni che dici che siamo vecchi. Non intendo risponderti” tuona Parker in risposta a un giornalista malizioso, togliendosi sì qualche sassolino dalle scarpe ma denotando anche, fra le righe, la giusta dose di combattività e voglia di rivalsa, che non può certo mancare in chi, come lui, possiede un talento invidiabile e ha ancora qualche annetto per dimostrarlo.

Molto meno energiche le risposte di Manu e Timmy D, nelle quali si evince nettamente tutta la delusione e lo sconforto del pugile suonato che, finito al tappeto, esausto per aver dato ancora tutto se stesso, dopo tanti combattimenti realizza per la prima volta che a questo giro potrebbe anche non riuscire a rialzarsi.

Duncan fino ad oggi, in ogni singolo giorno della sua lunga carriera NBA, si era sempre recato in ufficio, nelle Arene di tutta America, indossando la stessa identica faccia. L’espressione che prendeva forma sul suo volto era da sempre indipendente dai mutamenti del suo animo. Poteva cascare il mondo e lui rimaneva lì, con lo stesso sguardo sornione.

Il fatto che, in occasione dell’errore a 50 secondi dalla fine di gara 7 sul tiro in avvicinamento contro Battier, conclusione peraltro che avrebbe garantito ai suoi il pareggio a quota 90, si sia lasciato andare a quei gesti scomposti, tirandosi la maglia e sbattendo violentemente il palmo della mano contro il suolo, la dice lunga su quanto considerasse un dovere imprescindibile quello di mettersi l’Anello di Campione NBA anche al pollice, ultimo dito della mano rimasto illibato.

Il Caraibico in conferenza stampa post-partita non si da pace e tira in ballo i suoi errori e le cattive decisioni nel finale. Conta poco che gli Speroni siano arrivati ad un soffio dal Titolo soprattutto per merito suo. Lui d’altronde è costruito per vincere, in Finale non aveva mai perso.

Alla domanda sul suo futuro risponde laconico: “Tornare per la prossima stagione? Il mio contratto dice di sì”. Interessante ma non convincente fino in fondo.

Il guerriero è ferito e non si cura di nasconderlo. Però è laureato in Psicologia, quindi non è consigliabile provare ad entrare nei meandri della sua mente. Impossibile decifrare la sua volontà.

Ma il più avvilito di tutti è senza dubbio Ginobili. Il tono dimesso della voce e lo sgomento che gli si legge negli occhi muovono a compassione.

“Essere così vicini a vincere, ad alzare il trofeo e vedertelo sfuggire è durissimo…” dice. “Successo e fallimento possono dipendere da un tiro, non so se mi spiego. Sto cercando di mettere le cose in prospettiva ma è difficile, i prossimi saranno giorni duri.”

E ancora, in risposta alla domanda sui progetti per il prossimo anno: “Sono deluso, demoralizzato. Non posso dire niente”.
Ahia… L’uomo di Bahìa Blanca ha accusato il colpo.

Ad essere onesti El Narigòn aveva già mostrato segni di cedimento importanti nell’arco della stagione regolare appena conclusa. Nella flessione di rendimento registrata in quella passata avevano inciso anche gli infortuni. E comunque negli scorsi playoff era stato molto più incisivo che in questi.

Commovente in gara 5 della Finale di quest’anno, decisivo nel portare la sua squadra in vantaggio 3-2 nel momento di ritornare a South Beach, ha però troppo spesso oscillato fra alti e bassi, dovendo fare i conti per la prima volta con la necessità di gestire le sue forze.

Eroe dei due mondi, per aver vinto sia di qua che al di là dell’Oceano, non perdonerà facilmente a se stesso gli errori commessi nella decisiva e sanguinosa gara 6. Le immagini delle 8 palle perse lo tormenteranno nelle notti insonni per gli anni a venire.

A giudicare quindi dalla reazione ma soprattutto dall’età (36 anni fra un mese) e dalla situazione contrattuale, che lo vede in scadenza il prossimo 1 luglio, sembra il maggiore indiziato ad abbandonare per primo la nave. Guai però a dare certe cose per scontate quando si tratta dell’argentino.

La grinta che lo ha sempre contraddistinto, unitamente alla possibilità di accompagnare il più attempato compagno di squadra (Duncan ha infatti 37 anni) nella sua ultima corsa verso la conquista del Titolo, potrebbe fare la differenza nella decisione di tornare. Altro pepe sulla questione lo aggiungerà il significato catartico e di riscatto che a questo punto assume la prossima stagione di San Antonio, dopo la cocente delusione della sconfitta di quest’anno.

Se Ginobili decidesse di tornare, non ci dovrebbero essere problemi per trovare un accordo. L’argentino, ben conscio di doversi accontentare di molto meno dei 14 milioni di dollari abbondanti che percepiva quest’anno e che lo rendevano il giocatore più pagato della Franchigia, ha più volte fatto sapere che l’ingaggio non costituirebbe un ostacolo in nessun caso.

Indipendentemente dalla sua firma – per lui sembrerebbe più probabile un biennale – gli Spurs, alleggeriti del suo precedente stipendio, potrebbero avere qualcosina da investire sul mercato. Inutile dire che giocatori in grado di sostituire Ginobili, qualora decidesse di smettere, non se ne vedono così tanti in giro.

Il mix di caratteristiche -passaggio, tiro, penetrazione, rimbalzo, difesa, livello di attività, scosse elettriche all’interno di una partita e chi più ne ha più ne metta – messo in scena in questo decennio dal numero 20 è piuttosto raro, per usare un eufemismo. Giocatori così non passano spesso.

Se ne facciamo una mera questione di statistiche e di opportunità di mercato, i numeri che ha fatto registrare quest’anno, seppure in evidente calo rispetto a qualche tempo fa, sono appannaggio di pochissimi.

Ci sarebbe Jarrett Jack, free agent di sicuro interesse e in rottura da mesi con il management dei Warriors, anche se probabilmente è in cerca di un ruolo da protagonista e di un contratto di un certo spessore, due condizioni che forse San Antonio non è in grado di garantirgli. Senza considerare che è troppo basso per giocare accanto a Parker.

Potrebbero allora decidere di virare su Kyle Lowry, il cui contratto ai Raptors per la prossima stagione non è pienamente garantito. I Magic invece, dal canto loro, sono sempre pronti ad offrire Arron Afflalo, ma pretendono in cambio delle scelte e quelle degli Spurs sono troppo alte.

Comunque sia tutti questi interpreti non riuscirebbero minimamente a coprire i minuti di qualità nella posizione di facilitatore del gioco che è in grado di garantire Ginobili per le sue doti di passatore visionario, anche nelle vesti di vice-Parker.

Il sogno del mercato si chiama Andre Iguodala, che ha una Player Early Termination Option per il prossimo anno, ma le cifre del suo salario appaiono proibitive: per prenderlo andrebbe liberato ulteriore spazio nel salary cap, in quanto l’uomo da Arizona non viene via con poco. Il suo inserimento nel roster inoltre potrebbe essere troppo impegnativo, andando a costituire una presenza ingombrante per il reparto guardie-ali dei texani.

Se a Tony Parker infatti spettano di diritto le chiavi del baccellaio, e ci mancherebbe non fosse così, nel futuro degli Spurs non è da sottovalutare nè tantomeno da ostacolare con acquisizioni scomode la crescita del duo Danny Green – Kawhi Leonard. Soprattutto il secondo rappresenta il segreto non troppo nascosto dei sonni tranquilli del GM R.C. Buford.

Il secondo anno da San Diego State ormai non è più soltanto una promessa del basket a stelle e strisce. Ha bruciato tutte le tappe, imponendosi con carisma e presenza sul palcoscenico più luminoso del mondo cestistico: le Finali NBA.

Il “Grande Calamaro”, come l’ha recentemente battezzato l’Avvocato Federico Buffa per le sue braccia lunghissime e la pressione tentacolare che esercita su avversari e palloni vaganti, è riuscito nei primi 5 atti della serie, con la parziale eccezione di gara 4, a limitare, come forse mai si era visto da un anno a questa parte, in singola marcatura quel Lebron James che partendo dai bassifondi di Akron, in Ohio, e non curandosi di ciò che la gente diceva di lui, è divenuto MVP.. di tutto.

E l’ha fatto tribolare, l’ha costretto a pensare, facendo riemergere nella sua testa alcuni fantasmi mai sopiti di un passato da perdente. Kawhi però, la cui infanzia è stata forse anche più difficile di quella di James – suo padre Mark infatti fu trovato morto nel 2008, col corpo crivellato di colpi d’arma da fuoco nel parcheggio dell’autolavaggio dove lavorava a Compton, Contea di Los Angeles – non è soltanto difensore infaticabile.

Per lunghi tratti di gara 7 di Finale, quando nessuno segnava più nemmeno per sbaglio, si è caricato sulle giovani spalle tutto il peso dell’attacco Spurs. Ha messo a segno una serie di bizzarri jumper a una mano in mezzo all’area che hanno tenuto a contatto la sua squadra quando l’atletismo degli avversari aveva definitivamente preso il sopravvento.

E non è un caso che Kawhi sia l’unico in quel frangente a non essere andato sotto, quando le maglie degli Heat si stringevano e gli aiuti orizzontali di Wade e compagni si facevano sempre più densi. Saltatore se ce n’è uno, in contropiede ricorda Sprewell – non fosse altro che per le treccine – ma si applica ai diversi ambiti del gioco come solo gli all-around stile Scottie Pippen sapevano fare.

Se nel finale di gara 7 avesse segnato la tripla del 91-90 Spurs a pochissimo dalla conclusione, sarebbe divenuto seduta stante un Eroe Americano del Ventunesimo secolo. Ma avrà tempo Kawhi, avrà tempo per fare tutto ciò che vuole.

Già oggi è devastante e bisogna considerare che nel playbook degli Spurs il suo numero, il due, esce raramente sulla ruota dei finalizzatori designati. Come si suol dire in questi casi, un giorno, quando Tonino smetterà di compiere le sue classiche scorrerie nel pitturato dei giganti e si ritirerà in qualche campagna francese a produrre vino rosso, tutto questo sarà suo. Nel frattempo si può consolare andando a fine luglio a presenziare al primo mini-camp di USA Basketball in vista della composizione della prossima Nazionale Americana.

La piega futura invece che prenderà la carriera di Danny Green e quindi l’apporto che sarà in grado di fornire alla causa Spurs negli anni a venire sono tutti da scoprire. Tiratore eccezionale piedi per terra da 3 punti (la sua tecnica è migliorata tantissimo dai tempi in cui rischiò di approdare a Teramo), ha infranto tutti i record in sede di Finale, e lo ha fatto in sole 5 partite.

Il problema è che nelle ultime due è praticamente sparito dalla circolazione ed anzi, è risultato persino dannoso per i suoi (il 2-19 al tiro complessivo è tutto lì da vedere). Sono ancora negli occhi degli spettatori quegli orribili arcobaleni lanciati in mezzo all’area a conclusione di una penetrazione che in genere gli veniva quasi sempre concessa e che, a mio modestissimo avviso, non lasciano presagire niente di buono.

Difficile dire se il suo exploit rappresenti solamente il frutto di una colossale beneficiata, scaturita dalle scelte deliberate degli avversari, che finchè non si sono accorti di avere a che fare con un tiratore infallibile (in verità hanno impiegato ben 5 partite) non si sono proprio scorticati le ginocchia per stargli vicino oppure sia il degno preambolo di una carriera folgorante.

E’ abbastanza verosimile che le condizioni di Parker abbiano influito sulle difficoltà di circolazione della palla e sulla possibilità di liberare al tiro le bocche da fuoco di San Antonio. Di sicuro fanno bene gli Spurs a testare la stoffa del ragazzo nelle prossime stagioni. Anche perchè dopo gara 5 era l’indiscusso MVP delle Finali.

I nodi gordiani del prossimo futuro della squadra del Texas però non si esauriscono con il nativo di New York. Alla data del primo di luglio infatti vanno a completare la batteria degli Unrestricted Free Agents i vari DeJuan Blair, Patrick Mills, Tracy McGrady e Boris Diaw.

Mentre per Gary Neal e Tiago Splitter, i cui contratti prevedono la possibilità di esercitare una Qualifying Offer della durata di un anno che li renderebbe Restricted Free Agents, San Antonio deve decidere se pareggiare eventuali offerte che potrebbero arrivare da altre franchigie.

La brillante prova in gara 3 delle Finali, in cui insieme a Green ha fatto grandinare triple nel canestro avversario, finendo con 24 punti a referto, ha finito per collocare il mancato Professore di Storia (suo grande sogno ai tempi di Treviso) sulle mappe geografiche del mercato di mezza NBA.

I veri grattacapi però cominciano con la situazione di Tiago Splitter. Cosa fare esattamente di lui? Quest’anno era atteso a un livello superiore. Per quanto aveva lasciato intravedere durante la stagione ci si aspettava un epilogo diverso in giugno inoltrato. Eppure il brasiliano è finito ai margini della rotazione di Coach Pop. Adesso la dirigenza nero-argento deve capire bene come muoversi.

In Finale (da gara 5 in poi) Popovich ha scelto di accantonare definitivamente la possibilità di giocare con due lunghi classici per ampi tratti della partita, preferendo Ginobili in quintetto e un lungo atipico come Boris Diaw al fianco di Duncan, quando c’era bisogno di qualche centimetro in più.

Se il trend è questo, Pop ha già fatto la sua scelta di campo. Ha reputato una strategia più efficace quella di rincorrere gli Heat sul loro terreno, quello del quintetto atipico, lasciando intuire che si sia infine convinto anche lui della direzione tattica che sembra aver preso la pallacanestro NBA di oggi, dove la definizione classica dei ruoli si è inevitabilmente rarefatta.

La posizione che occupa Tiago nel roster è quindi tutta da definire e, nel caso avesse degli estimatori al di fuori del Texas, potrebbe anche essere contemplata l’idea di scambiarlo per un giocatore con caratteristiche diverse. Nella serie contro Memphis così come in stagione regolare Splitter è risultato comunque utile alla causa, per cui sembra poco probabile che gli Spurs intendano privarsene.

Boris Diaw deciderà in piena libertà se uscire dall’attuale contratto che lo lega alla squadra Vice-Campione NBA. Il suo legame col 9 è comunque molto solido e in giro per la Lega non ci sono tutte queste squadre disposte a dargli anche solo gli stessi dollari che prende all’ombra dell’Alamo. Potrebbe esercitare l’opzione di uscita dal contratto solo nel caso arrivasse un pluriennale.

Per Matt Bonner è garantita invece soltanto una piccola parte dello stipendio per la prossima stagione. Tutto fa pensare che si possa andare verso un taglio, anche se Matt è comunque un ragazzo di cuore e quindi non è escluso che resti. Mentre per quanto riguarda “The Big Sleep” Tracy McGrady, fresco vincitore delle primissime Serie Playoffs della sua carriera, pare che il numero 1 non ne voglia sapere di tornare in Cina o chissà dove, ma voglia invece riprovare col basket che conta.

Qualunque cosa succeda, merita sempre e comunque grande credito l’organizzazione Spurs, quanto a capacità di gestione e scelta dei giocatori. E’ una Franchigia che con il suo modus operandi ha fatto scuola.

Non è un caso che abbia seminato assistenti ed ex-giocatori in moltissime panchine NBA: Budenholzer (con Quin Snyder) a Atlanta, Mike Brown di nuovo a Cleveland, Jacque Vaughn a Orlando, Monty Williams a New Orleans. Senza considerare i vari P.J.Carlesimo, Avery Johnson e Vinny Del Negro, anche se al momento di scrivere non siedono più sul pino delle panchine che hanno occupato in momenti diversi di questa stagione.

Per non parlare poi dei GM che hanno spedito a farsi le ossa in provincia, tutti cresciuti professionalmente nel front office di Buford: Danny Ferry degli Hawks, Sam Presti dei Thunder, Kevin Pritchard dei Pacers e Dell Demps dei Pellicans.

Gregg Popovich dal canto suo si prenderà un po’ di tempo per viaggiare con la famiglia in estate, e, quando avrà finalmente capito come poter gioire per quanto fatto in stagione e contemporaneamente soffrire per la sconfitta finale – le sue parole dopo gara 7 -sarà in grado di prendere una decisione sul futuro. Anche se di fatto ha già lasciato trapelare come per lui non sia ancora arrivato il momento di occupare la giornata dedicandosi alla lettura di libri e alla coltivazione di pomodori.

Piuttosto il coach sembra quasi rilanciare, quando afferma orgoglioso che, rispetto a quella passata, in cui gli Spurs sono arrivati in Finale di Conference, in questa stagione che ha da poco trovato il suo epilogo sono riusciti addirittura a migliorarsi, segno evidente della salute della sua squadra che, siamo convinti, ci riproverà anche il prossimo anno.

Quello di cui siamo un po’ meno convinti è che riesca agli Spurs lo stesso filotto di vittorie in Post Season, quando di fronte si ritroveranno anche vecchie conoscenze che quest’anno sono semplicemente restate a guardare come Kobe Bryant, Russell Westbrook o il nostro Danilo Gallinari, per citarne solo alcuni.

E’ impossibile, oltre che ingiusto, infatti non considerare come gli infortuni abbiano giocato un ruolo determinante nella corsa al Titolo 2013, probabilmente non al pari di quello giocato da Duncan o James, ma si è comunque sentito il peso delle assenze.

Alla stessa stregua ha condizionato, e molto, l’esito della corsa all’Anello la salute non brillante di alcuni protagonisti chiave. Non conosceremo mai le reali condizioni della coscia di Parker ma il rammarico degli Spurs per non averlo avuto al 100% nel momento in cui si decide la stagione resta.

Probabilmente il duo Duncan-Popovich non riuscirà più nell’impresa di vincere il Titolo NBA in tre decadi differenti, ma in fin dei conti non ce n’è nemmeno troppo bisogno: il loro posto nella storia se lo sono già ritagliato.

 

Post By Tommaso Mandriani (54 Posts)

grande amante del basket, del vino e della scrittura, segue l’NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Nutre un’adorazione incondizionata per l’Avv. Federico Buffa e non perde occasione di leggere i pezzi mai banali di Zach Lowe.

Website: →

Connect

7 thoughts on “Focus: ultimo tango all’ombra dell’Alamo?

  1. Bellissimo articolo!!!
    Comunque l’anno prossimo saranno ancora Lì a lottare per il Titolo…
    Poi si spera sempre in una finale come quest’anno…FavolosA!!!

  2. Grande Tom continua a scrivere i tuoi articoli! Sono una lettura veramente interessante

  3. 1) Sarebbe bastato fare fallo sul +5 a 29 secondi dalla fine di gara-6
    2) Gallinari è il giocatore ideale per gli Spurs di Popovich che non hanno un go-to-guy fisso ma a differenza dei Nuggets vincono le partite che contano
    3) Quando Duncan smette questa squadra ha chiuso: non è meglio cercare un sostituto lungo o insegnare l’arte a Splitter?
    4) Con Bryant e Westbrook sani e Houston cresciuta non credo proprio San Antonio vivrà un’altra finale: bisogna cogliere le occasioni quando passano. E fare fallo.
    5) Insistere con i 37enni è la maniera migliore per arrivare spompati ai playoff e farsi scartabellare al primo turno (vedi Celtics)

  4. Ancora un bell’articolo. Complimenti. Riguardo agli Spurs…beh..nella boxe il vecchio Foreman tornò dopo 20 anni di inattività e si consacrò nuovamente campione del mondo. Aveva sulle spalle 45 primavere. Le condizioni e le motivazioni di Parker e Duncan saranno indubbiamente determinanti. Riguardo al ragazzo da Bahia Blanca temo una repentina dipartita. Gli anni migliori sono alle spalle e non credo che il fisico potrà assecondare la sua fame e il suo spirito da guerriero. Non mi stupirei nel vedere il buon Buford pescare a piene reti nel mercato europeo. Sento puzza di David Moss agli Spurs. Iguodala può essere un buon innesto ma io mi butterei decisamente su un lungo.

  5. per me Duncan e Ginobili dovrebbero ritirarsi quest’estate….anche se le Finals raggiunte li spingeranno a riprovarci ancora un’altra volta… con Westbrook sano non c sarebbero arrivati

Commenta