snel79Rush finale per quanto riguarda la presentazione dei rookies meno acclamati dello scorso draft. Le ultime dieci scelte sono solitamente snobbate dai più, però spesso nascondono diamanti grezzi, giocatori che attendono soltanto una chance.

Tony Snell (Chicago Bulls)

Guardia o ala piccola all’occorrenza (pur sempre 201cm di altezza), Tony è stato chiamato con la ventesima scelta dai Bulls. Al college lo si è conosciuto perlopiù come un efficacissimo tiratore dalla lunga distanza, ma non si deve dimenticare che è dotato di un fisico atletico e scattante (anche il salto tra i pro lo costringerà indubbiamente a irrobustirsi per reggere i contatti a cui sarà sottoposto), interessante per le prospettive che potrebbe offrire – tra qualche anno – su entrambi i lati del campo.

Si parla di lui come di un ragazzo dall’impressionante etica lavorativa, e ciò non può che essere di buon auspicio per la sua crescita. Arriva tra i professionisti con ben tre anni di NCAA alle spalle (usanza purtroppo persa tra i collegiali americani, spinti ad entrare in NBA spesso troppo acerbi e tecnicamente inadeguati – tranne i casi ovvi di talenti spaventosi per i quali il college sta stretto dopo un solo anno) e questa permanenza prolungata al college lo fa arrivare in NBA certamente più pronto di molti colleghi.

Ai Bulls si ritrova in un contesto privo di concorrenza spietata nello spot di guardia: infatti con gli addii di Belinelli , Hamilton e Robinson, compensati solo in parte dall’acquisizione di Mike Dunleavy, si sono aperti spazi per Snell nelle rotazioni alle spalle della piacevole scoperta e futura certezza Jimmy Butler.

Gorgui Dieng (Minnesota Timberwolves)

Scelta dei Jazz ceduta a Minnesota, Dieng è un – vero – centro senegalese di 211cm.  Si diceva un centro vero, non un’ala/centro come sembra andare tanto di moda negli ultimi anni, Dieng invece è il classico lungo difensivo vecchio stampo: presenza forte sotto i tabelloni, abile a rimbalzo e grande difensore in ogni situazione grazie ad una non comune velocità di piedi e a braccia infinite.

Risulta invece assai grezzo nella metà campo offensiva, dispone di movimenti meccanici – scuola Pitino – e limitati, anche perché non si parla esattamente di un giocatore di talento. Gorgui si è costruito negli anni (ha iniziato tardi a giocare e infatti è uscito dal college solo dopo l’annata da junior), e di anni ne ha “già” 23, quindi miglioramenti clamorosi nel corso della carriera NBA appaiono piuttosto improbabili.

A Minnesota sta già avendo qualche minuto di spazio come quarto lungo e potrebbe davvero farsi valere, consentendo alla squadra di sfruttare le sue ottime qualità difensive in certi contesti nel corso delle partite. E’ pure un ragazzo affidabile ed un umile lavoratore, si dovrebbe integrare bene nello spogliatoio e l’adattamento alla NBA sarà forse meno complesso rispetto ad altri rookies più quotati, essendo Dieng fisicamente pronto per il salto (in estate ha irrobustito il fisico proprio per non subire troppo i pari ruolo) e con un QI cestitisco insospettabilmente alto.

Mason Plumlee (Brooklin Nets)

Ala/centro scelto con la chiamata numero 22 da Nets, Plumlee è, dopo Dieng, un altro raro esempio di lungo che completa il quadriennio collegiale, una scelta lodevole che lo farà entrare in NBA tecnicamente più rodato rispetto ai compagni di draft più giovani – seppure più talentuosi.

Per essere un lungo bianco è dotato di uno straordinario atletismo e di un’ottima velocità in campo aperto, inoltre abbina una solida presenza a rimbalzo ad una discreta efficacia offensiva fino a quattro metri dal canestro (fra l’altro, il tiro frontale da questa distanza è migliorato nell’ultimo anno). Le note dolenti sono: movimenti spalle a canestro (meccanici e legnosissimi), palla a terra non è un giocatore pericoloso, e in difesa soffre di pesanti amnesie (in aiuto è degno del peggior Bargnani – con tutto il rispetto per il Mago s’intende, e sull’uomo è appena sufficiente), inoltre ha già 23 anni e i margini di miglioramento perciò sono ridotti.

Comunque quando avrà irrobustito il fisico, possibilmente senza perdere l’esplosività che lo contraddistingue, ai Nets potrà divenire una complementare alternativa a Blatche come cambio di Brook Lopez.

Solomon Hill (Indiana Pacers)

Guardia/ala chiamato dai Pacers, reduce da ben quattro anni di college ad Arizona sotto la guida di Sean Miller. Hill è un giocatore estremamente intelligente, scaltro e sveglio, non eccelle in alcun aspetto del gioco, ma sa farsi valere in ogni situazione anche per merito di un fisico ibrido da guardia sovradimensionata oppure da ala sottodimensionata (e questo potrebbe rivelarsi un limite nella NBA).

In attacco sopperisce alle carenze tecniche e balistiche (il suo tiro infatti è tutt’altro che affidabile) con un’aggressività fuori dal comune nell’attaccare il ferro ed una innata capacità di leggere gli errori di posizionamento degli avversari. D’altra parte è un buonissimo difensore, sempre concentrato e con un’ottima mobilità laterale.

Il suo fisico non è ancora adeguato a reggere l’urto degli avversari che dovrà affrontare, così come la sua non irresistibile velocità potrebbe causargli problemi contro i difensori avversari o, viceversa, quando sarà lui a dover difendere su attaccanti robusti e veloci allo stesso tempo come è comune trovarne nella NBA. All’interno del roster di Indiana si trova piuttosto chiuso: da ala piccola si troverebbe davanti Granger (o Paul George a seconda del quintetto) e Copeland (avvantaggiato per esperienza e grazie alla discreta annata ai Knicks), mentre da guardia partirebbe dietro a Paul George e a Lance Stephenson. Vedremo cosa ne penserà coach Frank Vogel.

Tim Hardaway Jr (New York Knicks)

Figlio d’arte, scelto dai Knicks sperando che abbia ereditato almeno un po’ del talento e della personalità del padre (si potesse poi rivedere il crossover del Tim originale, sarebbe un bel regalo).

Al di fuori dei romanticismi, Hardaway Jr è una guardia tiratrice eclettica e dalle buone doti balistiche, non un talento abbacinante, ma comunque un prospetto interessante, pur se dai margini di crescita limitati rispetto alle guardie più quotate del draft (i vari Oladipo, McLemore e Caldwell-Pope).
Tim ha già un fisico NBA ready, è un ottimo atleta e sa leggere le situazioni offensive: sfrutta molto bene le uscite dai blocchi per sfruttare il tiro in sospensione e sa piazzarsi nelle posizioni ideali sul perimetro in attesa degli scarichi.

D’altra parte è in difficoltà se deve costruirsi un tiro da solo, non è irresistibile palla in mano (non ce voglia il giovane Hardaway, ma le doti di ball handling paterne erano ben altro spettacolo) e nella metà campo difensiva non sarà mai uno specialista – pur potendo contare su una rapidità ed una mobilità di piedi non indifferente.

A New York parte dietro al titolare Shumpert ed al sesto uomo dell’anno in carica Jr Smith, però ha già visto il campo in varie occasioni, segno che non gli manca la considerazione di coach Woodson.

Reggie Bullock (Los Angeles Clippers)

Guardia/ala eclettica e dal buon tiro dalla medio o lunga distanza, negli anni a North Carolina ha dimostrato anche di essere un ottimo difensore.
Si tratta di un prospetto dal basso upside, ma nonostante i bassi margini di miglioramento potrebbe rivelarsi una mini steal del draft, date le caratteristiche versatili di cui dispone: al tiro ed alla difesa già citati, vi sono da aggiungere una discreta attitudine a rimbalzo e un carattere tranquillo che non guasta mai.

I difetti maggiori riguardano le difficoltà di ball-handling (difficile vederlo costruirsi con efficacia un tiro dal palleggio) e delle doti atletiche appena sufficienti per gli standard NBA. Ai Clippers parte dietro Dudley e Matt Barnes, uomini esperti, quindi non sarà semplice entrare a breve termine nelle rotazioni di coach Doc Rivers, Bullock dovrà ottimizzare i minuti (anche quelli del garbage time) in cui potrà mettersi in mostra.

Andrè Roberson (Oklahoma City Thunder)

Finito a Okc dopo un’intricata serie di scambi (prima scelto dai T-Wolves, poi ceduto ai Warriors ed infine approdato ai Thunder in cambio dei diritti su Goodwin), Roberson è un’ala piccola estremamente atletica che fa dell’intensità e dell’efficacia difensiva le sue armi migliori.

Sicuramente è dotato di un fisico già abbastanza pronto (manca forse ancora qualche chilo di muscoli) per la NBA, in difesa, come detto si fa valere eccome e, altra caratteristica importante, al college era una macchina da rimbalzi (nonostante i soli 201cm).

Tecnicamente non siamo di fronte ad un giocatore talentuoso, il ball handling e le doti balistiche sono rivedibili e in attacco farà fatica ad essere incisivo, quindi per lui è probabile una carriera da specialista difensivo (sempre utilissimo in ogni roster), senza dimenticare il carisma di cui ha dato sfoggio capitanando alla grande i Colorado Buffaloes negli anni passati. Nei Thunder saranno davvero pochi i minuti in cui vedrà il campo in questa stagione. d’altra parte è il destino di tutti i rookie che arrivano ad Oklahoma City che non si chiamano Kevin o Russell.

Rudy Gobert (Utah Jazz)

Scelto da Denver ma successivamente ceduto a Utah, Gobert è un centro francese dalla sospetta somiglianza fisica con il mitico Javale McGee; come il collega più celebre, il giovane francese è un lungo mobile e agilissimo considerata la stazza (218cm per più di 100kg), longilineo, ha una facilità di corsa rarissima in un centro.

Le sue doti migliori le mostra nella metà campo difensiva: l’apertura alare spropositata gli consente di arpionare palloni in ogni situazione, ottimo stoppatore (anche se rischia spesso il fallo), sfrutta bene la sua presenza intimidatoria in mezzo all’area.

In attacco è ancora piuttosto grezzo: non conosce il gioco in post, in situazioni statiche risulta pressoché inutile, mentre diventa pericoloso se viene innescato in movimento. Dovrà lavorare molto anche per quanto riguarda il tiro, perché le uniche soluzioni efficaci per ora sono discreto gancio dai due metri e la schiacciata o l’appoggio a tabellone. Curiosamente invece è più che sufficiente ai tiri liberi.

I margini di crescita di questo ragazzo sono davvero ampi, ma in NBA dovrà mostrare più temperamento rispetto a quanto visto al Cholet in Francia, perché non gli sarà concessa mollezza o indolenza contro gli avversari che dovrà affrontare.

A Utah troverà l’ambiente ideale per migliorarsi data la presenza a roster di due grandissimi prospetti come Kanter e Favors, e la consueta pazienza dei Jazz nell’aspettare i giovani centri.

Archie Goodwin (Phoenix Suns)

Guardia finita ai Suns (squadra alla spasmodica ricerca di una guardia) dopo una serie di scambi tra Thunder, Suns e Warriors; Goodwin è un talento molto interessante, anche se sicuramente acerbo per la NBA (avrebbe fatto meglio a rimanere un altro anno al college prima di dichiararsi).

Dal punto di vista atletico si tratta di un esterno esplosivo e veloce, abile penetratore e già in grado di essere pericoloso anche nella NBA negli attacchi in transizione. D’altra parte ha degli enormi problemi al tiro dalla media e soprattutto lunga distanza – e per una guardia non è un dettaglio da nulla – ; non è un giocatore dal QI cestistico elevato, il suo gioco si basa molto sull’istinto e ciò lo porta a faticare nelle lettura delle difese avversarie in situazioni di attacco statico.

Svogliato e rivedibile quando si tratta di difendere, dovrà lavorare molto per arrivare al livello tecnico e mentale richiesto per giocare da protagonista tra i professionisti, ma è indubbio che i margini di crescita di questo ragazzo sono sterminati, aiutato da un potenziale fisico raro e da un ottimo controllo del corpo, farà parlare di sé… tra qualche anno.

Nemanja Nedovic (Golden State Warriors)

Playmaker serbo dei Warriors, reduce da un ottimo europeo casalingo lo scorso settembre. Nedovic ha già una discreta esperienza internazionale, è un play solido, essenziale, con un buon tiro da tre ed un fisico in grado di farsi valere anche in difesa.

Il suo stile di gioco è certamente meno spettacolare ed appariscente di quello dei compagni di draft americani Carter-Williams, Burke e Cj McCollum, però Nedovic grazie a praticità, concretezza, scarsa tendenza alle palle perse e concentrazione rara in un ventiduenne potrebbe stupire più di un addetto ai lavori.

Ai Warriors parte dietro sua maestà Stephen Curry e certamente potrà carpirgli qualche segreto prezioso in allenamento, e potrà giocarsi le sue carte nella lotta al ruolo di back-up dell’idolo dei Warriors: Toney Douglas alla lunga non potrà essere un rivale irresistibile.

 

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