La nuova stagione NBA si sta trasformando nel coming-out party dei due migliori centri di nuova generazione, Anthony Davis e DeMarcus Cousins, accumunati da alcune esperienze (l’università a Kentucky, e il Mondiale di Spagna) ma diversissimi per storia, caratteristiche tecniche e caratteriali.

Sono giocatori figli de loro tempo, che interpretano il ruolo di pivot secondo schemi moderni: Cousins, che è il più interno dei due, ha anche un eccellente tiro da 6-7 metri (che mette a segno con il 50%), mentre Davis dispone di un primo passo in entrata che usa per finire forte a canestro, e a sua volta non disdegna il jumper dalla media (46.7%).

Anthony Marshon Davis jr. è nato a South Chicago, una delle zone più derelitte e pericolose di tutti gli Stati Uniti. Cresciuto molto tardi (da freshman era poco più che un metro e ottanta), divenne un giocatore importante al termine della stagione da junior, quando lambì i due metri d’altezza senza aver perso la tendenza a giocare da guardia.

La sua Perspectives Charter School faticava a decollare, ma questo non impedì a Davis di diventare un giocatore di fama nazionale. Chiuse la stagione con 32 punti, 22 rimbalzi e sette stoppate di media, pur continuando ad essere schierato per lo più guardia.

Approdato ai Wildcats (dopo una brutta vicenda, che vide il Chicago Sun-Times accusare Davis Sr. d’aver preteso soldi in cambio dell’adesione di Anthony al progetto di coach Calipari) Davis proseguì nella propria crescita esponenziale, vincendo il torneo NCAA e una pioggia di riconoscimenti individuali, ai quali seguì, scontata, la selezione al draft 2012, con la prima chiamata assoluta, capitata agli allora New Orleans Hornets.

In NBA non ha cessato di migliorare, ed è salito di livello, chiudendo la scorsa stagione con 20 punti e 10 rimbalzi di media (oltre a 2.8 stoppate).

Atteso a una stagione importante, Anthony (il cui sopracciglio è nel frattempo diventato un marchio registrato, e che appartiene alla scuderia di Arn Tellem, che fu l’agente di Kobe Bryant) ha esordito contro gli Orlando Magic con 26 punti, 17 rimbalzi, 9 stoppate e 3 rubate; una prestazione d’altri tempi che evidenzia la vastità del repertorio (e il potenziale) di questo ragazzo dai modi pacati e gentili.

Nessuno si è invece mai sognato di definire tranquillo DeMarcus Amir Cousins, ragazzo dell’Alabama che era già altissimo da ragazzino, quando si trasformò in una delle attrazioni locali della natia Mobile, città portuale dell’Alabama.

Dopo una solida militanza con LeFlore Magnet High School, Cousins, che per fisico, coordinazione e stazza, era già sul taccuino di molti osservatori, scelse come college Alabama-Birmingham, salvo poi cambiare idea e scegliere Memphis, per poi abbandonare anch’essa e seguire coach John Calipari a Kentucky.

Nella sua unica stagione da Wildcat, Boogie mise assieme 15 punti e 9.8 rimbalzi di media, e, in coppia con John Wall, raggiunse le Elite Eight NCAA. Dichiaratosi per il draft 2010, DeMarcus venne scelto alla 5 dai Sacramento Kings.

A differenza di Davis, sempre lontano da polemiche e grane, Boogie si è subito distinto per una smaccata tendenza a creare problemi; nulla d’epocale, beninteso, ma tante piccole dimostrazioni di immaturità (o di insofferenza verso le critiche e l’autorità, come quella di coach Paul Westphal, che ebbe i suoi problemi anche a Seattle, con Payton, Maxwell e compagnia) non potevano passare inosservate.

Mercuriale, sempre sull’orlo di una crisi di nervi, DMC ha comunque chiuso il 2014 con 22 punti, 11 rimbalzi e 2.9 assist di media in 71 partite (unico giocatore a raggiungere questo standard in tutta la lega), chiudendo al quinto posto per Efficency Rating, alle spalle di Davis, Love, LeBron e Durant, legittimando il proprio contratto (62 milioni in 4 anni) e anche la chiamata con Team USA, valsagli la medaglia d’oro.

All’Olimpiade del 2012 Cousins non era sopravvissuto ai tagli, ricevendo anche una frecciatina da Colangelo, che sottolineò l’atteggiamento sbagliato di Boogie in un gruppo come quello.

Due anni più tardi, Cousins ha disputato un torneo solido, trasformandosi in uno dei giocatori più affidabili di Team USA.
A Mondiale in corso, dichiarò: “Sono eccitato. Potrò insegnare ai ragazzi della mia squadra quel che sto imparando all’estero. Mi aiuterà a diventare un miglior leader e compagno, e voglio approfittare di quest’esperienza nel miglior modo possibile”.

Se non è mai stato in dubbio che il titolare dello spot di pivot (come si diceva una volta) fosse Anthony Davis, è altrettanto vero che il Monociglio non è in grado (almeno per il momento) di fornire altrettanta fisicità nel verniciato, come ha testimoniato anche la finale.

Conclusa nel migliore dei modi l’esperienza internazionale, Anthony e DeMarcus sono tornati a casa, dove hanno trovato ad attenderli le attese delle rispettive franchigie.

Le poche partite giocate fin qui sono, ovviamente, un campione statisticamente irrilevante, ma Cousins e Davis sembrano davvero pronti per iniziare a fare la voce grossa.

Da un punto di vista tecnico, Cousins (tre anni più anziano di The Brow) è un giocatore più convenzionale. Anche DMC ha mani eccellenti per tirare, ma il suo forte è il gioco in post (sconosciuto ad Anthony), e si basa molto su una combinazione di potenza e tecnica, due doti delle quali DeMarcus dispone in quantità, e che usa per costruirsi tiri qualitativi o per fare a sportellate sotto alle plance (segna 3.9 punti prendendo rimbalzo d’attacco, spesso seguendo il proprio errore).

Attaccante completo, capace di giocare spalle a canestro, di finire il pick-and-roll o di passare la palla (quand’è il campo, il 14% degli assist dei Kings passa per le sue mani), DeMarcus sembra aver trovato la maturità necessaria per essere continuo all’interno di una stagione, e cosa forse ancor più importante, all’interno di una stessa partita.

Stiamo parlando di un cestista che, oltre ad essere un potenziale fattore offensivo, l’anno scorso concedeva 0.84 punti per possesso, esattamente come Bogut, e meno di Drummond (0.86) o Jordan (0.87). Si tratta di elementi che, se combinati nella giusta maniera, possono trasformare Cousins in un centro dominante.

I nuovi Kings dal proprietario Renadive e di Michael Malone, l’allenatore che lo sta aiutando a diventare un fattore su due lati del campo, hanno investito 62 milioni in Boogie, e sanno che il futuro della franchigia passa per le sue mani (e la sua testa).

Deve far riflettere che DeMarcus, sempre sopra le righe durante la gestione dei Maloof, oggi stia cercando di diventare un professionista migliore, tanto che è Cousins stesso ad attribuirsi la responsabilità di guidare i compagni, forte dell’esperienza estiva con Team USA e Mike Krzyzewski; spesso giudichiamo i giocatori dai risultati individuali prescindendo dal contesto, ma forse la frase di Mark Cuban (”se giochi in una squadra con un record perdente, le tue statistiche non valgono”) dovrebbe valere anche per gli atteggiamenti.

DeMarcus ha una chance d’oro per diventare un uomo-franchigia: “So di non essere perfetto, e che probabilmente mai lo sarò, ma voglio diventare il miglior leader che posso essere per questa squadra”.

È possibile che la crescita di DMC conoscerà frenate e forse anche passi indietro, ma l’inedito atteggiamento positivo lo ha trasformato in un giocatore con il quale tutta la NBA deve fare i conti, soprattutto se vincerà la scommessa con il compagno Reggie Evans, che l’ha sfidato a non prendere più di cinque tecnici in tutta la stagione (contro i Grizzlies è arrivata la prima “T” stagionale); proprio Evans, assieme all’assistente Corliss Williamson, ha assunto il ruolo di mentore di DMC.

Dice Big Nasty, entrato a far parte dello staff dei Kings dopo averci giocato per otto anni: ”Si sentono un sacco di storie su DeMarcus, ma quando ci passi un po’ di tempo insieme, capisci che ha voglia di vincere e che questa sarà per lui una gran stagione”.

I Kings sono partiti fortissimo, e con un Cousins così determinato, hanno finalmente un punto fermo attorno al quale sviluppare giocatori potenzialmente molto interessanti, come ad esempio l’utilissimo Jason Thompson o Ben McLemore (che potrebbe diventare il nuovo Ray Allen, oppure…il nuovo Kareem Rush!).

A 21 anni, Anthony Davis è chiamato ad assumere la leadership dei Pelicans, che hanno pochi spettatori (15960 di media, alle spalle di 22 squadre) e avrebbero bisogno di iniziare a vincere e di legarsi ad un personaggio positivo come il Monociglio per guadagnare appeal presso una città piuttosto fredda nei confronti della NBA.

Atleta spaventoso, Davis è lontano dall’essere un giocatore tecnicamente rifinito, eppure questo non gli impedisce d’essere già da ora condizionante in ogni posizione del campo (elargisce 4.4 stoppate a sera, cattura quasi 13 rimbalzi, tira con il 55% da due, e sfiora i 25 punti di media), tanto che, senza avere la metà del gioco schiena a canestro di Cousins, già ora segna due punti in più di lui nel verniciato (13 a 11).

Viene da chiedersi che giocatore potrà diventare quando si sarà rinforzato (che non vuol dire diventare energumeni: Duncan non è Mister Universo ma fa quel che vuole in verniciato da 15 anni, perché ha la forza e la tecnica per prendere e tenere posizione) e quando avrà più esperienza. Già ora, lunghezza e rapidità laterale ne fanno un’arma devastante in situazioni di aiuto e recupero (unito al fatto che commette appena 1.4 falli a partita).

Un giocatore con così tanti talenti è raro, ma lo staff tecnico di Monty Williams dovrà sviluppare queste doti, consentendogli di saggiare i limiti del proprio potenziale.

I lettori meno giovani ricorderanno di quando, più di tre lustri orsono, si dicevano le stesse cose a proposito di Kevin Garnett: “Palleggia come un esterno, è un playmaker nel corpo di un centro, fa arresto e tiro come una guardia, averlo in difesa è come giocare in sei”.

Purtroppo per lui, ha giocato in squadre all’altezza solo nella seconda parte di carriera, e questo ne ha limitato l’impatto complessivo in NBA.

Evans, Gordon e, in parte, Holiday, sono esterni accentratori che condizionano la fluidità del gioco e che, ricevuta palla, tendono a prendersi un paio di secondi per valutare la possibilità di un uno-contro-uno, confinando Davis ad un ruolo subalterno che non gli compete.

Nel corso della stagione Anthony dovrà diventare più vocale nel pretendere il pallone, anziché limitarsi a prendere i tiri che i compagni gli concedono; il suo usage rate è del 26% dei possessi, contro il quasi 33% di Cousins, ma al di là delle statistiche, una squadra con un giocatore del genere deve farne il proprio fulcro di gioco.

Viceversa, è da applaudire la scelta di affiancare a Davis due lunghi dalle caratteristiche opposte come Ryan Anderson e Omer Asik; vicino a Rhino, Davis si preoccupa di pattugliare l’area difensiva e di concludere vicino a canestro, mentre in coppia con il turco, fa sfoggio del suo range di tiro per spaziare l’attacco, e usa la sua rapidità per marcare anche lontano dal canestro.

Cousins e Davis sono centri dominanti, ma il contesto di squadra gioca un ruolo chiave anche nelle carriere dei più grandi.

Kings e Pelicans dovranno essere bravi nell’identificare i giocatori giusti da affiancare a queste due stelle nascenti: scovare un giocatore franchigia è fondamentale, ma in seguito occorre mettere a punto un contesto (che non si esaurisce nei compagni di squadra, ma include anche uno spogliatoio sano, un allenatore adeguato, e un progetto vincente) che faccia fruttare il talento.

In questo momento, i due ex-Kentucky stanno nascondendo i difetti di roster lontani dalla perfezione, e spetta ai rispettivi GM, Pete D’Alessandro (Kings) e Dell Demps (Pelicans), lavorare di cesello per migliorare e crescere di pari passo con i propri giocatori di punta, lusingati intanto dalle sirene di mete più attraenti e franchigie più blasonate.

I Kings hanno già vinto la loro scommessa, prolungando il contratto di DeMarcus in tempi non sospetti, mentre la partita per Davis è ancora tutta da giocare: sarà restricted free agent nel 2016, ma già al termine di questa stagione i Pelicans potranno negoziare con lui un nuovo accordo secondo le nuove regole salariali, come il contratto Five-Year Designated Player (che certamente gli verrà offerto), posto che Davis vorrà, oltre alle garanzie economiche, anche garanzie tecniche, inclusa quindi una ETO (early termination option) per evitare di legarsi troppo a lungo ad una realtà che deve ancora dimostrarsi vincente.

Intanto Demps dovrà decidere cosa fare di Eric Gordon (che sarebbe free agent nel 2015, ma certamente eserciterà una player option che vale 15 milioni di dollari), oltre che di Tyreke Evans e Jrue Holiday, che andranno in scadenza nel 2017.

Nel prossimo biennio i Pelicans dovranno affrontare molte decisioni critiche dalle quali dipenderà la disponibilità di Davis a legarsi a loro in modo incondizionato.

Al contrario, per la prima volta da tanto tempo i Kings guardano al futuro con serenità: quest’estate Rudy Gay e Derrick Williams libereranno 25 milioni dal monte salariale, garantendo a Sacramento un buon margine operativo per impostare la direzione dei prossimi anni.

Di là dalle considerazioni di club, DeMarcus e Anthony sono giunti alla definitiva consacrazione; mentre per Cousins il 2015 minaccia d’essere l’anno che lo trasformerà in una superstar nell’immaginario collettivo, per Davis il futuro è tutto da scrivere, e si delineerà nel corso di questa e delle prossime stagioni; quel che è certo è che il nativo di Chicago ha tutto per diventare uno dei più forti centri della storia del gioco, e che noi abbiamo la fortuna di assistere alla sua parabola, sin dagli albori.

 

Post By Francesco Arrighi (97 Posts)

Giurista in erba (qualsiasi cosa ciò significhi), seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, le due persone alle quali, cestisticamente parlando, sento di dovere quasi tutto; una volta mi chiesero: "Ma come fai a saperne così tante?" Un amico rispose per me: "Se le inventa".

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7 thoughts on “Cousins e Davis: i pivot del terzo millennio

  1. Difficile dire chi sarà il più forte. Sono diversi come evidenziato dall’articolo. DMC in post è già a livelli altissimi, sa passare la palla ed ha un tiro dalla media eccellente. In difesa è meno determinante di Davis, seppur in fase di miglioramento. Davis ha un fisico assurdo, sembra veramente un fenicottero con braccia che arrivano ovunque. Le sue statistiche in difesa saranno sempre superiori a DMC perchè più dotato fisicamente e molto più predisposto. Parliamo comunque di due al top.
    Davis non ha il post basso e questo è al momento il suo grosso difetto. DMC per sua natura, non salta ma “stranamente” sa come usare il post con una maestria non comune. Ricorda Zach Randolph.
    Davis ha una facilità nel segnare notevole e se avesse dei compagni meno egoisti scollinerebbe sui 30 facilmente. L’anno prossimo potrebbe raggiungere quel numero.

    Tornando alla domanda su chi sarà il più forte direi che la risposta più giusta è nessuno dei due. Per me si equivalgono avendo caratteristiche diverse. Per assurdo direi che i due potrebbero anche giocare assieme.

  2. Già da ora, direi proprio Davis, è troppo condizionante; la questione diventa intricata se mi si chiede invece chi vincerà di più. Penso Davis (esattamente come, otto anni fa, mi trovai, al bar, a sostenere che Bosh avrebbe vinto più di Howard, perché più duttile), ma ammetto di avere un debole per Cousins e per il suo stile, che può fare molte onde, perché oggi non ci sono tante squadre attrezzate per fermare un big man di post basso.

    • Stabilire chi vincerà di più è, a mio parere, impossibile, perché le vittorie si ottengono nel corso degli anni mediante tutta una serie di fattori non preventivabili, primo fra tutti ovviamente il contesto nel quale si andrà a svolgere la carriera: per rimanere al tuo esempio, se Bosh non fosse andato a Miami non credo proprio che avrebbe potuto fregiarsi di due anelli a differenza di Howard…di più, a mio modesto parere tra i due è proprio Howard ad aver dimostrato di essere più “vincente”, perché ha portato la squadra di cui era leader indiscusso e uomo franchigia alle Finals, nonostante un potenziale non certo all’altezza di quello di altre contender, mentre il ruolo di Bosh nelle vittorie ottenute dagli Heat è stato, pur se molto importante e spesso sottovalutato, minore rispetto a quello di Dwight nei Magic.
      Per tornare a Cousins – Davis, penso che siano profondamente diversi e, come hai detto in fondo all’articolo, assolutamente complementari: una coppia formata da loro due, pur in assenza dell’ormai quasi immancabile stretch four dell’Nba moderna, sarebbe da sogno e dominanza assoluta…Cousins ha tecnica di post e forza fisica che mancano (ancora) all’altro, Davis atletismo, intelligenza cestistica e istinti difensivi fenomenali, oltre a grande capacità realizzativa pur nell’incompletezza del suo bagaglio tecnico; probabilmente quasi tutti scommetterebbero il classico centesimo sull’ala(esatto, non è un centro se non adattato) di New Orleans, ma se la testa lo sostiene(suo vero limite) Cousins può diventare, con la sua potenza e presenza fisica unita alla tecnica eccellente, il miglior centro per distacco della lega, fisicamente dominante più di Davis anche se probabilmente meno decisivo tout-court.

  3. Circa Bosh-Howard: non ho scritto che Bosh è più forte di Dwight, ma che è più duttile, quindi, più facile da infilare in un contesto vincente. Quel che è successo a Dwight a Los Angeles (Gasol), e a Houston (Asik), ha confermato che Chris Bosh è più duttile. Tutto può essere e tutto può succedere, ma il discorso era questo.

    • Ok chiaro, e sono d’accordo con te…la duttilità è in effetti quello che ha reso utile Bosh a Miami, e facilita l’inserimento anche in contesti particolari sempre più diffusi nel gioco moderno, pesantemente sbilanciato verso gli esterni ed una dimensione perimetrale; il tuo discorso fila perfettamente, non ero solo molto convinto del concetto di “vincente” perché credo che una presenza dominante in area sia ancora merce rara e molto appetita più o meno da qualsiasi squadra…gli stessi Heat, diventati simbolo di small ball estremo, pur di ottenerla hanno tentato di riesumare Oden, e per un Dwight Howard avrebbero fatto carte false.
      Giusto per rifarmi alle situazioni da te citate, credo che Gasol sia un giocatore perfettamente adattabile ad Howard: in quel caso, oltre alle precarie condizioni fisiche di quest’ultimo e alla svogliatezza dello spagnolo che si sentiva sempre meno desiderato e protetto dalla società, credo proprio che la vera causa del fallimento sia stata la totale incapacità di D’Antoni di giocare con due lunghi, nonostante fossero entrambi tra i migliori della lega; è la rigidità dei suoi schemi e del suo playbook che ne ha impedito la fruttuosa coesistenza.
      Nel caso di Asik, invece, era chiaro fin dal principio che i due fossero incompatibili: caratteristiche troppo simili e zone di campo identiche; i centri veri, del resto, molto raramente si adattano a poter giocare in posizioni diverse da quelle di competenza, senza perdere gran parte della propria efficacia, e loro lo sono entrambi…quanto pensi che avrebbe reso, tanto per dirne una, una coppia Shaq – Ewing (giusto per citare due dei migliori interpreti all-time del ruolo)?

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